Terni: “Da cinque anni non vedo mio figlio” 29.3.17

(http://www.umbriaon.it/) Il dramma di una madre che da cinque anni non riesce ad avere alcun contatto con il figlio ormai adolescente (che chiameremo Paolo, un nome di fantasia ndR) e che, stanca di rivolgersi ai tribunali senza ottenere nulla, ha deciso di raccontare la sua storia che affonda le radici – come spesso capita in casi del genere – nel profondo conflitto con l’ex marito da cui è divorziata. La donna ha 48 anni, è originaria di Terni e da tempo vive sul litorale della provincia di Viterbo.
Affidamento condiviso «Seppure ormai divorziati – racconta la donna – io e il mio ex coniuge siamo ancora in causa di fronte al tribunale di Civitavecchia per definire i termini di frequentazione di Paolo e in particolare il mio percorso di riavvicinamento. Il giudice ha stabilito un affidamento condiviso ma né il mio ex né tanto meno il tribunale stanno facendo nulla per rispettare e far rispettare quanto deciso. Si va avanti di rinvio in rinvio ma il mio ex marito continua a comportarsi come se non esistessi e non fossi sua madre, prendendo unilateralmente anche decisioni importanti che riguardano nostro figlio».
Alienazione genitoriale «Attraverso una consulenza tecnica disposta dal tribunale – spiega la 48enne ternana -, lo psichiatra incaricato ha rilevato un’alienazione genitoriale. Un disturbo purtroppo frequente quando si parla di separazioni conflittuali in cui un genitore non fa altro che denigrare l’altro, condizionando pesantemente il figlio ‘conteso’ che finisce per odiare il genitore colpito, fino a ‘cancellarlo’ completamente dalla propria vita. Non è un caso che in passato sia arrivato al punto di chiamare ‘mamma’ la compagna del mio ex. Tutto ciò è gravissimo, considerando poi che in questo tempo non è mai emerso nulla che possa giustificare un affido esclusivo quale, di fatto, è quello di Paolo».
«Darò battaglia» «Il vero scandalo – denuncia la donna – è che storie umane come la mia vengano trattate nei tribunali come semplici fascicoli da lavorare e, se possibile, da archiviare senza trovare valide soluzioni. Non intendo però fermarmi: andrò avanti per fare in modo che la mia storia, come quella di tanti altri genitori privati ingiustamente dei loro diritti da una giustizia troppo blanda, non venga archiviata. Io e mio figlio siamo persone e non un fascicolo di documenti. Siamo stati due corpi e un’anima sino a quando lui aveva 10 anni e poi l’allontanamento senza motivo plausibile, se non l’interferenza negativa del padre e della sua nuova famiglia. Una guerra nei miei confronti, un volermi far soffrire a tutti i costi privandomi dell’amore di Paolo, senza rendersi conto delle gravi problematiche che tutto ciò porta con sé».
«Sofferenza senza fine» «Ho fatto di tutto – spiega la donna ternana -, ho bussato a tutte le porte ed ora mi rimane solo questa strada per far conoscere il malfunzionamento della giustizia italiana. Gli stessi assistenti sociali, informati della situazione, hanno lasciato trascorrere tutti questi anni senza mai verificare la vita condotta da Paolo e l’alienazione da parte del padre. L’applicazione del diritto di famiglia ha tante lacune: mancanza di strutture appropriate, professionisti incaricati dei casi con pochissimo tempo a disposizione e giudici che lavorano le pratiche facendo a scaricabarile pur di smaltire lavoro. Ma ciò che per loro è ordinaria amministrazione, se così vogliamo definirla, per ogni singola madre o padre privati dei propri diritti è un universo di sofferenza, una realtà lancinante e contro natura».
Il ‘muro’ «In tutti questi anni non ho mai avuto notizie di mio figlio – racconta la donna – mai comunicazioni sul suo stato di salute, sulle sue scelte o sulla sua vita in generale. Pochissime sono le notizie che riesco a reperire così come le foto che mi vengono inviate di nascosto da amici che comunque temono le reazioni del mio ex coniuge. Anche la Cresima è stata fatta a mia insaputa, da solo e fuori dalle date prestabilite perché non partecipassi. C’è un muro tra me e mio figlio che nessuno ha interesse a demolire, spesso giustificandosi con mancanza di tempo e mezzi. Allora perché esistono le leggi se non si fanno rispettare? Nessuno potrà mai ridarmi il tempo perduto e non voglio che questa storia rimanga insoluta nel dimenticatoio delle ingiustizie. Per questo ho deciso di parlarne».

Fonte: http://www.umbriaon.it/

 

I figli come «arma» di conflitto – Magda Biglia 28.3.17

In Italia sono circa cinquecento i minori manipolati da un genitore a discapito di un altro. A Desenzano il dramma di Giovanna: «Sono sette mesi che non vedo la mia bambina»

(www.bresciaoggi.it) Quando l’amore finisce cambiano le esistenze, si spezza il filo degli affetti. Ma se altre vite sono intrecciate, il nodo non si può sciogliere; ciascuno, tirando i capi, lo rende ancora più intricato. Le ragioni, i torti e la sofferenza si avviluppano, si rigenerano, si complicano. Succede molto spesso così e la legge, pachiderma al rallentatore, non riesce a fare da grimaldello, anzi. Su 42mila separazioni annue di coppie con almeno un figlio, 22mila finiscono in un conflitto che si autoalimenta, senza esclusione di colpi, e fa degli incolpevoli le vittime. Figli divisi a metà, contesi, plagiati. Figli rapiti.

I casi più eclatanti compaiono sulle pagine dei giornali ma le cifre parlano di oltre 500 minori in Italia sottratti da un genitore.«Probabilmente solo la punta di un iceberg fatto da tante vicende nascoste, per vergogna, paura, povertà», dichiara Roberto Buffi, presidente del «Centro antiviolenza bigenitoriale» nato a Rovereto nel 2012. «Nella stragrande maggioranza delle situazioni sono i padri a vedersi mettere contro la prole assegnata alla moglie, però può accadere il contrario ed è un fenomeno in crescita. Poi, proprio perché quasi sempre i bambini restano con la mamma, a portarseli via sono i papà» aggiunge.Buffi sta seguendo la via crucis legale e disperata di una madre di Desenzano, Giovanna, che sa benissimo dove è la figlia con il suo ex che gliel’ha «rubata» (in un non lontano comune del Milanese). Ha in mano una disposizione del giudice a suo favore, tuttavia non la vede da sette mesi e in un anno e mezzo l’ha incontrata quattro volte fra un bar e un supermercato, cosiddetti «spazi neutri». Difficile fra un detersivo e una bibita esprimere l’affetto represso, giorno per giorno, notte dopo notte. È una mamma che non vive più la quotidianità della figlia: nessun «buongiorno» la mattina, davanti alla colazione. Nemmeno il bacio la sera. Una madre che non può assistere alla crescita della figlia, condividere le confidenze nella cameretta, ascoltare i suoi sogni.

CHI HA TORTO, chi ha ragione? Il dramma in Italia è quello di finire nelle maglie lente della Giustizia, dove le emozioni stanno strette, con i conti che pesano, con gli anni che passano. «Le mamme invecchiano e i figli crescono», come diceva la canzone d’antan. Possono anche arrivare alla maggiore età, nel frattempo, e decidere autonomamente. Ma quanto autonomamente e no, piuttosto, spinti da bugie vendicative altrui, dalla «alienazione parentale» come la chiama Buffo, ovvero la mancanza di uno dei due pilastri educativi?La storia ha gli stessi contorni di tante, troppe altre, di guerre fredde e calde fra ex coniugi; il racconto è una delle «due campane», però il dolore senza fondo negli occhi di Giovanna è tutto suo. «È come un lutto, e non riesci a elaborarlo; solo rabbia e sconforto che si alternano, un non poter più vivere». Sa che la ragazza, oggi quattordicenne, sta crescendo ingiustamente con un genitore solo, con inevitabili conseguenze per il suo futuro. «Qui non si tratta del diritto dei genitori sui figli, ma del diritto dei figli ad avere due genitori» commenta il presidente dell’associazione che non a caso ha messo la parola anti violenza nella sua ragione sociale.

FRA GLI STRUMENTI «bellici», a partire dal divorzio nel 2012 (affido condiviso con collocazione dalla mamma): il mancato pagamento degli alimenti, una denuncia di maltrattamenti, infine il giorno di ottobre 2015 quando non riporterà a casa la bambina dopo il week end che gli spettava, togliendola anche dalla scuola, allontanandola dai parenti dalla parte della madre. Tutto finisce al Tribunale dei minori: un primo affidamento provvisorio al padre, con iscrizione alla scuola più vicina, un secondo pronunciamento che obbliga il padre ad accompagnare la figlia – che chiameremo con fantasia Maria – a incontrare la mamma. Che tuttavia la vede solo poche volte perché è la figlia che non la vuole più, definendola «cattiva perché la sgridava, perché voleva i soldi da papà che non li aveva, perché, perché…». Doppia, tripla angoscia.Una perizia tecnica esclude i maltrattamenti, descrive un rapporto che era buono, fa un’analisi delle personalità molto più positiva per la donna e invita a un cammino di riavvicinamento, pena conseguenze psicopatologiche per la preadolescente; un nuovo atto del giudice, su indicazione della Procura, sentenzia che Maria deve essere allontanata dalla casa paterna, anche con un periodo di terza destinazione. Ma niente accade in sette mesi: è sempre difficile far portare via un minore dai carabinieri, se gli interessati non ottemperano. «Sono ridotta a sperare che mia figlia possa essere condotta in una comunità protetta dove io possa magari fare quel percorso di riavvicinamento. Mi prenderei tutto il tempo necessario per farlo» dice Giovanna che, laureata, ha un buon lavoro. Il tempo sta passando così. I costi si sommano ai costi. Un percorso estenuante e dispendioso, soprattutto per i meno abbienti. Non solo per la parcella degli avvocati, se viene stabilito l’incontro col genitore in uno specifico luogo «neutro», «sotto sorveglianza come una delinquente», si arriva a pagare anche 45 euro all’ora. La lotta di Giovanna è arrivata al ricorso in Appello tramite i suoi avvocati e l’associazione. Come finirà? E, soprattutto, finirà questo lungo ed estenuante allontanamento dalla figlia? La risposta arriverà solo il 7 aprile, data dell’attesa udienza.

Fonte/Credits: Magda Biglia, Brescia Oggi

 

Milano: madre spinge la figlia ad odiare il padre – 27.3.17

La piccola, influenzata dalla madre, non vuole vederlo né sentirne parlare. I giudici hanno confermato il collocamento presso la madre, ma con secche prescrizioni: deve dirle la verità sul papà e farglielo vedere.

(http://milano.corriere.it/) Colpirne uno (di genitori che «montano» il figlio contro l’ex partner) per educare cento di quei genitori che nel processo usano i figli come ostaggi o, peggio, come clave sul genitore rivale. La sezione Famiglia del Tribunale civile di Milano sceglie la linea dura e sanziona come «offesa alla giurisdizione» l’alienazione di una madre che tacciava il padre di «disinteresse per la figlia» e lo colpevolizzava per «la conseguente reazione di rifiuto della minore». Continua a leggere

Brescia, figlia manipolata: “Viola non tornerà” – Vanity Fair 24.3.17

(www.vanityfair.itFrancesca, divorziata dall’ex marito, aspettava che lui riaccompagnasse a casa la loro figlia di 14 anni, dopo il weekend. Ma la ragazza non è più tornata a casa. Da quel giorno vive a casa del padre, e Francesca non si dà pace. Ci ha raccontato la sua storia. 

Era il 4 ottobre 2015. Francesca aspettava che il suo ex marito, Luca (è un nome di fantasia), riaccompagnasse a casa Viola, la loro figlia preadolescente, dopo il weekend. Ma, di loro, nessuna traccia. «Ho provato a chiamarli, chiedendo al padre di accordarci sul rientro di nostra figlia. La sua risposta è stata agghiacciante: “No, Viola non tornerà: da ora in poi starà con me”».
La coppia è separata da dieci anni e divorziata da cinque. «Consensualmente – dice Francesca – perché non volevo uscire da una guerra matrimoniale e entrare in una giudiziaria». L’affido di Viola è condiviso. La ragazza era collocata dalla madre, e passava i fine settimana, alternativamente, con la mamma e con il papà. Come stabilito dalla sentenza di divorzio. Fino a quel giorno.

Se lo aspettava?
«Era tanto tempo che lui e la sua famiglia cercavano di condizionare nostra figlia, di schierarla contro di me – spiega la donna -. Dopo i weekend con il padre, era aggressiva, dava segni di forte disagio, mi diceva: “Mamma, io non posso più stare con te”. Ma pensavo che potesse essere la reazione normale di un bambino che reagisce al divorzio dei genitori. Io e lei, però, avevamo un legame forte, ed io ero sicura della nostra relazione».

E lei, come parlava a Viola di suo padre?
«Le spiegavo che quando due persone si separano, è normale che ci sia qualche disaccordo. Ma le dicevo che Luca era sempre il suo papà: dovevano stare insieme, volersi bene. Un bambino ha diritto ad avere un padre e non deve entrare nei conflitti della coppia».

Che cosa ha fatto, quando ha capito che davvero Viola non sarebbe tornata?
«Ho subito chiamato i carabinieri pensando che loro me la riportassero. Ma lui aveva già parlato con loro: aveva detto che ero una madre violenta, pericolosa. E intanto la bambina piangeva disperata. I carabinieri mi hanno detto: “Vada dal suo avvocato, sarà il giudice a decidere”. E il mio legale ha chiesto l’istanza urgente per ricorrere al Tribunale dei Minori».

E come è andata?
“Il primo decreto provvisorio del tribunale è arrivato il 6 novembre, e stabiliva che Viola dovesse rimanere collocata dal padre e iniziare a frequentare la scuola media nella sua città. Per 40 giorni, infatti, mia figlia non è neppure andata a scuola. Poi c’è stato un secondo decreto».

Che cosa stabiliva?
«Che i servizi sociali organizzassero con urgenza incontri settimanali tra me e mia figlia. Il primo incontro in è stato deciso solo il 6 aprile 2016. Ma lei si è comunque rifiutata di incontrarmi. Intanto sono passati sei mesi e ho perso ogni contatto con mia figlia. Una sofferenza inaccettabile per una mamma».

Lei sapeva come stava Viola, in quel periodo?
«Lo ha chiarito la psicologa consulente del tribunale, che a maggio dell’anno scorso ha scritto che mia figlia “vive una condizione di disagio significativo, riconducibile alla perdita del legame affettivo con la madre. Il padre esercita sulla minore un forte carisma e la figlia avverte di non poterlo deludere”. Viola si trova “in una specie di trappola dalla quale non vi è via di uscita a meno che il padre non la autorizzi in modo autentico ad una ripresa dei rapporti con la madre. Si prospetta per la minore il rischio di una evoluzione psicopatologica, per via della perdita del legame con la madre e per la tendenza alla non espressione delle proprie emozioni, finalità e bisogni più autentici”. Può immaginare come mi sia sentita io dopo avere letto questa perizia?».

Ha provato a parlare a sua figlia?
«Mi ha bloccato: non posso telefonarle. Avevo chiesto a mia sorella e a mio fratello, i suoi giovani zii, di contattarla. Ma il mio ex li ha denunciati perché secondo lui quelle telefonate erano inopportune, e mettevano mia figlia sotto pressione».

Ed è andata nella città del padre?
«Sono andata sotto casa del mio ex, ma cercavo di fare attenzione, perché lui, che continuava con le denunce, le avrebbe fatte anche per stalking, per disturbo della quiete. Una volta sono anche andata fuori dalla scuola, solo per vederla. Lei, appena mi ha visto, è scappata e ha chiamato il padre, che mi ha denunciata di nuovo. La loro versione era che io l’avessi rincorsa per strada e volessi portarla via».

Non l’ha più incontrata?
«Sì, quando il giudice ha deciso che gli incontri con la psicologa dovessero essere fatti a pagamento, perché ai servizi sociali Viola diceva di non volermi incontrare. L’ultima volta ho pagato per vederla, 45 euro all’ora. Abbiamo fatto pochi incontri, in modalità innaturale, davanti a una psicologa. Quello che sarebbe servito, invece, secondo me, sarebbe stato vivere la quotidianità, fare una passeggiata, prendere un gelato».

Quando l’ha incontrata, è riuscita a ristabilire un rapporto?
«No: mia figlia ha addirittura ricordi alterati. Non ricorda che andavamo a teatro, non ricorda quello che facevamo insieme. E odia tutto quello che riguarda me e la mia famiglia. Persino il gatto, che adorava».

È riuscita a spiegarsi perché sua figlia abbia «scelto» il padre?
«I bambini, chiamati a scegliere, spesso si alleano con il più “debole”, e in questo caso è il padre. Lui, senza lavoro, da due anni e mezzo non versava gli alimenti. Mia figlia piangeva dicendo: “Papà è povero, non chiedergli niente”, e nascondeva nel cassetto soldi da dargli. Voleva proteggerlo: lo vedeva come vittima. E lui ne ha approfittato».

Viola sapeva che non sarebbe tornata da lei?
«Sì: il sabato ha salutato i compagni di classe dicendo: “Addio, vado via, vado a vivere con il papà”. Mi diceva da tempo, quando tornava dai weekend, che non era giusto che stesse con me».

Quale è il suo obiettivo, adesso?
«Che mia figlia possa riprendere al più presto i rapporti con me e con tutta la mia famiglia. tutti i figli di genitori separati o divorziari hanno il diritto a poter avere un padre e una madre».

E ha fiducia che questo avvenga?
«Finchè mia figlia resterà a casa del padre, non ho nessuna possibilità di rivederla: chiedo al Tribunale di intervenire immediatamente per tutelare mia figlia, che sta soffrendo tanto».

Monica Coviello

Fonte: http://www.vanityfair.it

Cauto approccio alle denunce di abuso sessuale ai danni di minori – Maria Anna Filosa

Un primo punto critico connesso all’ipotesi di violenza sessuale è la fonte della denuncia, spesso presentata da un genitore in seguito ad improvvisi atteggiamenti sessualizzati o disturbi di vario genere del figlio, interpretati come consequenziali ad un presunto abuso.
Al vaglio dei fatti, l’accusa può, a volte, rivelarsi falsa. A prescindere dall’eventuale presenza di disturbi psicopatologici, può succedere, infatti, che il sospetto sorga nella mente dell’adulto in seguito ad un’erronea interpretazione di un evento, ad esempio, un comportamento dell’altro genitore, o di un segno fisico come indice di abuso, idea che, successivamente,può imporsi in quella del bambino per suggestione. Sulla sua denuncia, vera o falsa che sia, può inoltre influire il contesto socio-culturale,familiare ed allargato,o il fatto di aver subito abuso sessuale durante la propria infanzia, trauma che può compromettere la distinzione tra realtà e fantasia, fino ad arrivare ad un vero e proprio trasferimento intergenerazionale di elementi psichici del trauma del genitore al figlio. Continua a leggere

Abusi sessuali collettivi – Bruno, D’Andreamatteo, Lonero

Questo articolo si propone di mettere in evidenza come l’incredibile diffusione dei casi di abuso sessuale collettivi nelle scuole materne attualmente presente nel nostro paese, altro non è che la conseguenza di una psicosi collettiva innescata e alimentata dalla costante attenzione mediatica creata intorno a questi casi.
In particolare, si cercherà di dimostrare come la maggior parte di questi casi coesista nella propagazione di un sospetto che, inizialmente Insinuatosi nella mente di un genitore, evolve dapprima in ciò che noi abbiamo chiamato “fattoide”, ovvero l’eventualità di un abuso, per sfociare in una psicosi di massa che coinvolge via, via sempre più genitori dando luogo ad un caso giudiziario che assume caratteristicamente le fattezze di una vera e propria caccia alle streghe. Continua a leggere

Una storia come tante: “Mi ha rubato la figlia”

Succede così, un giorno qualunque. Non c’è preavviso, motivazione, spiegazione. L’orologio che segna le ore, i giorni.

di Manila Alfano – il Giornale 20.3.17

Le settimane. È vuoto e silenzio, disperazione e pianti e urla contro un muro di gomma. È successo così anche a Giovanna, una domenica che toccava al padre. La figlia di undici anni che sarebbe dovuta tornare a casa e che invece non ha più suonato alla porta. Sparita, o meglio, sequestrata dall’altro genitore. Il padre che non risponde alle chiamate, le telefonate a consumarsi le dita, il cellulare non raggiungibile, il rischio di impazzire. I giorni che passano così, i tentativi di incontrare la bimba, lui che non apre la porta, la bambina chiusa in casa. Sembra paradossale ma è realtà. Possibile che nessuno intervenga? Eppure succede tutto in Italia, tra un paese dell’hinterland di Milano, e Desenzano del Garda in provincia di Brescia dove abita la mamma. Sulla carta ci sono gli accordi di divorzio consensuale da rispettare di pochi anni prima. La piccola affidata alla madre, e il padre con i giorni prestabiliti dal giudice. «Mai negati», assicura Giovanna. Lui che non paga gli alimenti da oltre due anni. I litigi tra la coppia, come da copione, in mezzo la bambina tirata dalla parte di uno o dell’altro. «Ogni fine settimana che la mia bambina stava col padre, tornava molto aggressiva, mi rinfacciava che chiedevo i soldi al padre che era in difficoltà, mi colpevolizzava di cose che lei non avrebbe neppure dovuto sapere». Quintali di cattiveria riversati addosso uno all’altro. Sotto, schiacciati dalle macerie della rabbia e della frustrazione i bambini, vere vittime di queste guerre di famiglia. Spettatori disarmati e insofferenti di vere e proprie guerre fredde.

Continua a leggere