Abusi sui figli, assolto dopo 5 anni – 30.3.2017

SALERNO 30.3.17 – Per più di cinque anni i giudici gli hanno impedito di vedere i suoi bambini. Per cinque anni sono stati strappati all’affetto del papà il quale non ha potuto giocare con loro, non li ha seguiti nelle diverse tappe della crescita, non ha potuto avere alcun tipo di rapporto. E questo perché era stato accusato dalla sua ex moglie di aver avuto comportamenti ambigui con i suoi due piccoli. Dopo cinque anni di udienze, lunghe, pesanti e dolorose, per un imprenditore salernitano di 46 anni, è arrivata la sentenza di assoluzione piena e la speranza di poter recuperare il rapporto con i suoi figli, anche con l’aiuto dei psicologi.

A decretare la fine dell’incubo per un padre al quale mai nessuno aveva creduto, è stato il collegio della prima sezione penale del tribunale di Salerno, presieduto a Gabriella Passaro e composto da Giandomenico D’Agostiono ed Edwige Crisci. Secondo i giudici, che depositeranno le motivazione al termine dei prossimi novanta giorni, le accuse sono risultate essere tutte infondate. L’istruttoria, che ha visto avvicendarsi numerosi periti e consulenti tecnici, non ultimo lo psicologo giuridico Paolo Capri di Roma, professore di Psicologia Clinica nonché Presidente dell’Associazione Italiana di Psicologia Giuridica AIPG, nominato dal tribunale, si è conclusa con la sentenza di assoluzione perché il fatto non sussiste. Nel collegio difensivo, gli avvocati Guglielmo Gulotta e Antonello Natale per l’imprenditore e l’avvocato Lorenzo Spadafora per la parte civile.
Secondo quanto è emerso nel corso del dibattimento, e anche dalla relazione del perito del tribunale, i piccini potrebbero essere stati vittima della sindrome dell’alienazione genitoriale da parte della mamma. Il termine Pas non viene mai esplicitamente indicato nella relazione del professore Capri il quale, però, spesso ricorre a questo tipo di dinamiche nel dare spiegazione a certi comportamente e nell’analizzare i fatti.

Petronilla Carillo (http://ilmattino.it)

 

Terni: “Da cinque anni non vedo mio figlio” 29.3.17

(http://www.umbriaon.it/) Il dramma di una madre che da cinque anni non riesce ad avere alcun contatto con il figlio ormai adolescente (che chiameremo Paolo, un nome di fantasia ndR) e che, stanca di rivolgersi ai tribunali senza ottenere nulla, ha deciso di raccontare la sua storia che affonda le radici – come spesso capita in casi del genere – nel profondo conflitto con l’ex marito da cui è divorziata. La donna ha 48 anni, è originaria di Terni e da tempo vive sul litorale della provincia di Viterbo.
Affidamento condiviso «Seppure ormai divorziati – racconta la donna – io e il mio ex coniuge siamo ancora in causa di fronte al tribunale di Civitavecchia per definire i termini di frequentazione di Paolo e in particolare il mio percorso di riavvicinamento. Il giudice ha stabilito un affidamento condiviso ma né il mio ex né tanto meno il tribunale stanno facendo nulla per rispettare e far rispettare quanto deciso. Si va avanti di rinvio in rinvio ma il mio ex marito continua a comportarsi come se non esistessi e non fossi sua madre, prendendo unilateralmente anche decisioni importanti che riguardano nostro figlio».
Alienazione genitoriale «Attraverso una consulenza tecnica disposta dal tribunale – spiega la 48enne ternana -, lo psichiatra incaricato ha rilevato un’alienazione genitoriale. Un disturbo purtroppo frequente quando si parla di separazioni conflittuali in cui un genitore non fa altro che denigrare l’altro, condizionando pesantemente il figlio ‘conteso’ che finisce per odiare il genitore colpito, fino a ‘cancellarlo’ completamente dalla propria vita. Non è un caso che in passato sia arrivato al punto di chiamare ‘mamma’ la compagna del mio ex. Tutto ciò è gravissimo, considerando poi che in questo tempo non è mai emerso nulla che possa giustificare un affido esclusivo quale, di fatto, è quello di Paolo».
«Darò battaglia» «Il vero scandalo – denuncia la donna – è che storie umane come la mia vengano trattate nei tribunali come semplici fascicoli da lavorare e, se possibile, da archiviare senza trovare valide soluzioni. Non intendo però fermarmi: andrò avanti per fare in modo che la mia storia, come quella di tanti altri genitori privati ingiustamente dei loro diritti da una giustizia troppo blanda, non venga archiviata. Io e mio figlio siamo persone e non un fascicolo di documenti. Siamo stati due corpi e un’anima sino a quando lui aveva 10 anni e poi l’allontanamento senza motivo plausibile, se non l’interferenza negativa del padre e della sua nuova famiglia. Una guerra nei miei confronti, un volermi far soffrire a tutti i costi privandomi dell’amore di Paolo, senza rendersi conto delle gravi problematiche che tutto ciò porta con sé».
«Sofferenza senza fine» «Ho fatto di tutto – spiega la donna ternana -, ho bussato a tutte le porte ed ora mi rimane solo questa strada per far conoscere il malfunzionamento della giustizia italiana. Gli stessi assistenti sociali, informati della situazione, hanno lasciato trascorrere tutti questi anni senza mai verificare la vita condotta da Paolo e l’alienazione da parte del padre. L’applicazione del diritto di famiglia ha tante lacune: mancanza di strutture appropriate, professionisti incaricati dei casi con pochissimo tempo a disposizione e giudici che lavorano le pratiche facendo a scaricabarile pur di smaltire lavoro. Ma ciò che per loro è ordinaria amministrazione, se così vogliamo definirla, per ogni singola madre o padre privati dei propri diritti è un universo di sofferenza, una realtà lancinante e contro natura».
Il ‘muro’ «In tutti questi anni non ho mai avuto notizie di mio figlio – racconta la donna – mai comunicazioni sul suo stato di salute, sulle sue scelte o sulla sua vita in generale. Pochissime sono le notizie che riesco a reperire così come le foto che mi vengono inviate di nascosto da amici che comunque temono le reazioni del mio ex coniuge. Anche la Cresima è stata fatta a mia insaputa, da solo e fuori dalle date prestabilite perché non partecipassi. C’è un muro tra me e mio figlio che nessuno ha interesse a demolire, spesso giustificandosi con mancanza di tempo e mezzi. Allora perché esistono le leggi se non si fanno rispettare? Nessuno potrà mai ridarmi il tempo perduto e non voglio che questa storia rimanga insoluta nel dimenticatoio delle ingiustizie. Per questo ho deciso di parlarne».

Fonte: http://www.umbriaon.it/

 

I figli come «arma» di conflitto – Magda Biglia 28.3.17

In Italia sono circa cinquecento i minori manipolati da un genitore a discapito di un altro. A Desenzano il dramma di Giovanna: «Sono sette mesi che non vedo la mia bambina»

(www.bresciaoggi.it) Quando l’amore finisce cambiano le esistenze, si spezza il filo degli affetti. Ma se altre vite sono intrecciate, il nodo non si può sciogliere; ciascuno, tirando i capi, lo rende ancora più intricato. Le ragioni, i torti e la sofferenza si avviluppano, si rigenerano, si complicano. Succede molto spesso così e la legge, pachiderma al rallentatore, non riesce a fare da grimaldello, anzi. Su 42mila separazioni annue di coppie con almeno un figlio, 22mila finiscono in un conflitto che si autoalimenta, senza esclusione di colpi, e fa degli incolpevoli le vittime. Figli divisi a metà, contesi, plagiati. Figli rapiti.

I casi più eclatanti compaiono sulle pagine dei giornali ma le cifre parlano di oltre 500 minori in Italia sottratti da un genitore.«Probabilmente solo la punta di un iceberg fatto da tante vicende nascoste, per vergogna, paura, povertà», dichiara Roberto Buffi, presidente del «Centro antiviolenza bigenitoriale» nato a Rovereto nel 2012. «Nella stragrande maggioranza delle situazioni sono i padri a vedersi mettere contro la prole assegnata alla moglie, però può accadere il contrario ed è un fenomeno in crescita. Poi, proprio perché quasi sempre i bambini restano con la mamma, a portarseli via sono i papà» aggiunge.Buffi sta seguendo la via crucis legale e disperata di una madre di Desenzano, Giovanna, che sa benissimo dove è la figlia con il suo ex che gliel’ha «rubata» (in un non lontano comune del Milanese). Ha in mano una disposizione del giudice a suo favore, tuttavia non la vede da sette mesi e in un anno e mezzo l’ha incontrata quattro volte fra un bar e un supermercato, cosiddetti «spazi neutri». Difficile fra un detersivo e una bibita esprimere l’affetto represso, giorno per giorno, notte dopo notte. È una mamma che non vive più la quotidianità della figlia: nessun «buongiorno» la mattina, davanti alla colazione. Nemmeno il bacio la sera. Una madre che non può assistere alla crescita della figlia, condividere le confidenze nella cameretta, ascoltare i suoi sogni.

CHI HA TORTO, chi ha ragione? Il dramma in Italia è quello di finire nelle maglie lente della Giustizia, dove le emozioni stanno strette, con i conti che pesano, con gli anni che passano. «Le mamme invecchiano e i figli crescono», come diceva la canzone d’antan. Possono anche arrivare alla maggiore età, nel frattempo, e decidere autonomamente. Ma quanto autonomamente e no, piuttosto, spinti da bugie vendicative altrui, dalla «alienazione parentale» come la chiama Buffo, ovvero la mancanza di uno dei due pilastri educativi?La storia ha gli stessi contorni di tante, troppe altre, di guerre fredde e calde fra ex coniugi; il racconto è una delle «due campane», però il dolore senza fondo negli occhi di Giovanna è tutto suo. «È come un lutto, e non riesci a elaborarlo; solo rabbia e sconforto che si alternano, un non poter più vivere». Sa che la ragazza, oggi quattordicenne, sta crescendo ingiustamente con un genitore solo, con inevitabili conseguenze per il suo futuro. «Qui non si tratta del diritto dei genitori sui figli, ma del diritto dei figli ad avere due genitori» commenta il presidente dell’associazione che non a caso ha messo la parola anti violenza nella sua ragione sociale.

FRA GLI STRUMENTI «bellici», a partire dal divorzio nel 2012 (affido condiviso con collocazione dalla mamma): il mancato pagamento degli alimenti, una denuncia di maltrattamenti, infine il giorno di ottobre 2015 quando non riporterà a casa la bambina dopo il week end che gli spettava, togliendola anche dalla scuola, allontanandola dai parenti dalla parte della madre. Tutto finisce al Tribunale dei minori: un primo affidamento provvisorio al padre, con iscrizione alla scuola più vicina, un secondo pronunciamento che obbliga il padre ad accompagnare la figlia – che chiameremo con fantasia Maria – a incontrare la mamma. Che tuttavia la vede solo poche volte perché è la figlia che non la vuole più, definendola «cattiva perché la sgridava, perché voleva i soldi da papà che non li aveva, perché, perché…». Doppia, tripla angoscia.Una perizia tecnica esclude i maltrattamenti, descrive un rapporto che era buono, fa un’analisi delle personalità molto più positiva per la donna e invita a un cammino di riavvicinamento, pena conseguenze psicopatologiche per la preadolescente; un nuovo atto del giudice, su indicazione della Procura, sentenzia che Maria deve essere allontanata dalla casa paterna, anche con un periodo di terza destinazione. Ma niente accade in sette mesi: è sempre difficile far portare via un minore dai carabinieri, se gli interessati non ottemperano. «Sono ridotta a sperare che mia figlia possa essere condotta in una comunità protetta dove io possa magari fare quel percorso di riavvicinamento. Mi prenderei tutto il tempo necessario per farlo» dice Giovanna che, laureata, ha un buon lavoro. Il tempo sta passando così. I costi si sommano ai costi. Un percorso estenuante e dispendioso, soprattutto per i meno abbienti. Non solo per la parcella degli avvocati, se viene stabilito l’incontro col genitore in uno specifico luogo «neutro», «sotto sorveglianza come una delinquente», si arriva a pagare anche 45 euro all’ora. La lotta di Giovanna è arrivata al ricorso in Appello tramite i suoi avvocati e l’associazione. Come finirà? E, soprattutto, finirà questo lungo ed estenuante allontanamento dalla figlia? La risposta arriverà solo il 7 aprile, data dell’attesa udienza.

Fonte/Credits: Magda Biglia, Brescia Oggi

 

Milano: madre spinge la figlia ad odiare il padre – 27.3.17

La piccola, influenzata dalla madre, non vuole vederlo né sentirne parlare. I giudici hanno confermato il collocamento presso la madre, ma con secche prescrizioni: deve dirle la verità sul papà e farglielo vedere.

(http://milano.corriere.it/) Colpirne uno (di genitori che «montano» il figlio contro l’ex partner) per educare cento di quei genitori che nel processo usano i figli come ostaggi o, peggio, come clave sul genitore rivale. La sezione Famiglia del Tribunale civile di Milano sceglie la linea dura e sanziona come «offesa alla giurisdizione» l’alienazione di una madre che tacciava il padre di «disinteresse per la figlia» e lo colpevolizzava per «la conseguente reazione di rifiuto della minore». Continua a leggere

Brescia, figlia manipolata: “Viola non tornerà” – Vanity Fair 24.3.17

Un articolo tratto da una rivista a larga diffusione come Vanity Fair che è l’edizione italiana della rivista di lingua inglese con lo stesso nome. Si tratta di una rivista indirizzata al pubblico femminile e quindi nessuna meraviglia se la storia raccontata è quella di una madre che ha perso contatti con la figlia a causa di un ex marito manipolatore. E’ anche il segnale però che sempre più spesso l’alienazione parentale ha come bersaglio le madri. Sono finiti i tempi in cui i padri separati erano considerati gli unici ad avere questo problema, con le donne regolarmente nel ruolo della “madre malevola”. I padri malevoli sono sempre di più, e lo dimostra anche la frequenza delle ricerche di questo termine sul motore di ricerca Google.

La storia: Francesca, divorziata dall’ex marito, aspettava che lui riaccompagnasse a casa la loro figlia di 14 anni, dopo il weekend. Ma la ragazza non è più tornata a casa. Da quel giorno vive a casa del padre, e Francesca non si dà pace. Ci ha raccontato la sua storia.  Continua a leggere

Cauto approccio alle denunce di abuso sessuale ai danni di minori – Maria Anna Filosa

Un primo punto critico connesso all’ipotesi di violenza sessuale è la fonte della denuncia, spesso presentata da un genitore in seguito ad improvvisi atteggiamenti sessualizzati o disturbi di vario genere del figlio, interpretati come consequenziali ad un presunto abuso.
Al vaglio dei fatti, l’accusa può, a volte, rivelarsi falsa. A prescindere dall’eventuale presenza di disturbi psicopatologici, può succedere, infatti, che il sospetto sorga nella mente dell’adulto in seguito ad un’erronea interpretazione di un evento, ad esempio, un comportamento dell’altro genitore, o di un segno fisico come indice di abuso, idea che, successivamente,può imporsi in quella del bambino per suggestione. Sulla sua denuncia, vera o falsa che sia, può inoltre influire il contesto socio-culturale,familiare ed allargato,o il fatto di aver subito abuso sessuale durante la propria infanzia, trauma che può compromettere la distinzione tra realtà e fantasia, fino ad arrivare ad un vero e proprio trasferimento intergenerazionale di elementi psichici del trauma del genitore al figlio. Continua a leggere

Abusi sessuali collettivi – Bruno, D’Andreamatteo, Lonero

Questo articolo si propone di mettere in evidenza come l’incredibile diffusione dei casi di abuso sessuale collettivi nelle scuole materne attualmente presente nel nostro paese, altro non è che la conseguenza di una psicosi collettiva innescata e alimentata dalla costante attenzione mediatica creata intorno a questi casi.
In particolare, si cercherà di dimostrare come la maggior parte di questi casi coesista nella propagazione di un sospetto che, inizialmente Insinuatosi nella mente di un genitore, evolve dapprima in ciò che noi abbiamo chiamato “fattoide”, ovvero l’eventualità di un abuso, per sfociare in una psicosi di massa che coinvolge via, via sempre più genitori dando luogo ad un caso giudiziario che assume caratteristicamente le fattezze di una vera e propria caccia alle streghe. Continua a leggere