Isteria abusi in provincia di Torino – La Stampa 27/7/2007

Luserna San Giovanni: niente violenze nella scuola dei “satanisti”

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La media Edmondo De Amicis di Luserna San Giovanni non è la scuola degli orchi e dei mostri.
Nella biblioteca del primo piano non sono mai avvenuti rapporti sessuali fra insegnanti e alunni, nessuno studente è stato minacciato di morte, di una bocciatura, di avere la casa bruciata.
Non sono mai stati girati filmini hardcore da mettere su Internet ed infine cade anche l’ultimo mattone di un castello di bugie o di suggestioni: non ci sono mai state messe nere con bambini vittime sacrificali.
Si chiude così, per pm pinerolesi Ciro Santoriello e Vito Destito, l’inchiesta penale: con una richiesta di archiviazione. Le indagini avevano preso il via il 2 febbraio dello scorso anno, quando la mamma di un bambino aveva denunciato ai carabinieri di Luserna violenze sessuali subite dal figlio nello spogliatoio della palestra, ad opera dell’insegnante di ginnastica, Gianfranco Cantù.
Accuse pesanti, che il ragazzino aveva poi confermato alla squadra «Abusi su minori e reati sessuali» della Questura di Torino e che per due mesi avevano portato il professore in prigione.
Nel novembre dello scorso anno si arriva ad una svolta: il ragazzo racconta che gli abusi sessuali erano all’ordine del giorno, che gli insegnanti coinvolti erano cinque e una decina gli alunni che partecipavano ai festini. Tutto sarebbe dovuto finire su Internet, ma quando la polizia postale ha perquisito la sede del sito incriminato – www. e il resto del nome non lascia nulla all’immaginazione – di quegli amplessi non si trova traccia. In un primo tempo il racconto del primo alunno aveva trovato riscontro nelle dichiarazioni di altri due, ma a gennaio di quest’anno ecco emergere gli elementi che hanno insinuato i primi dubbi.
Gli abusi, oltre che a scuola, sarebbero avvenuti anche a casa di una professoressa, in una cripta sotterranea del santuario di Monte Bruno a Garzigliana e nel cimitero di Barge.
Il tutto in un contesto di satanismo, con tanto di sacrifici umani. Racconti decisamente sopra le righe. Durante l’istruttoria altri ragazzi hanno negato e gli stessi inquirenti non hanno mai creduto che la biblioteca potesse offrire la privacy necessaria per compiere delle orge.
L’archiviazione della Procura è una doccia fredda per il legale della famiglia, Andrea Coffari, e per il centro studi Hansel e Gretel di Moncalieri, che aveva sempre sostenuto la tesi dei bambini.
Dice l’avvocato: «Deciderò se fare ricorso, non voglio anticipare nulla, se lo faremo sarà un atto pubblico». A convincere i magistrati che si trattava di pura fantasia hanno contribuito anche le consulenze mediche, che non hanno evidenziato segni riconducibili ai rapporti sessuali.
Altri esiti negativi sono arrivati dagli scavi intorno al santuario di Monte Bruno, alla ricerca del luogo dove sarebbero avvenuti i sacrifici umani; mentre i tatuaggi descritti da alcuni ragazzi sul corpo degli insegnanti sono risultati inesistenti.
Si è persa nel nulla pure l’unica pista che sembrava far pensare al satanismo: intercettando i telefoni dei professori indagati, la Procura aveva registrato una specie di preghiera tipica dei rituali di esorcismo. Da un rapido accertamento si è però appurato che all’altro capo del filo c’era un sacerdote del convento di San Bernardino di Saluzzo: si trattava di una manifestazione di fede, non di un rito satanico.

La decisione della Procura di Pinerolo di chiedere l’archiviazione dell’inchiesta è accolta con grande soddisfazione dagli insegnanti della scuola media di Luserna San Giovanni. Il primo a manifestare il proprio compiacimento è il dirigente scolastico, Marco Armand Hugon.

Lei era sicuro dell’esito di questa vicenda?
«Non ho mai avuto il benché minimo dubbio. Conosco da anni i miei docenti, quelle accuse erano solo spazzatura, fantasie, suggestioni, bugie».

Ma l’inchiesta era partita da un altro episodio, quello di un insegnante che avrebbe abusato di un allievo durante l’ora di ginnastica: in questo caso il professore era giunto nella sua scuola solo da pochi mesi.
«Certo, due vicende differenti che impongono delle riflessioni, ma per me conta la decisione della magistratura, che ha chiuso un incredibile storia che ha visto portare in carcere, per le accusa di un allievo, un docente».

Forse siamo nel terreno degli psicologi, ma secondo lei come si può arrivare a tali accuse?
«Penso che si vada da patologie specifiche a suggestioni generate dalla visione di alcuni film. Un problema certamente di difficile soluzione per gli insegnanti, ma non per questo motivo dovrà essere accantonato».

L’immagine della sua scuola ne è uscita danneggiata?
«Forse nelle primissime battute, ma i genitori si sono subito riuniti in assemblea e hanno capito, la fiducia non è mai venuta meno».

I tempi dell’inchiesta sono stati troppo lunghi?
«No, si doveva verificare ogni ipotesi: le indagini si sono svolte con una grande attenzione verso i minori».

“In quella scuola bambini sgozzati e riti satanici”

Ma ad accusare i prof è rimasta una sola famiglia

Come costruire un «mostro». Non è poi così difficile. Basta il racconto fantasioso di un adolescente, un paio di particolari «agghiaccianti», una dotta e spesso costosa consulenza ad hoc dell’esperto di turno e il gioco è (quasi) fatto. In altre occasioni, il bilancio della falsa «caccia al pedofilo» è stato tragico: i finiti in galera e anche catene di suicidi. Potrebbe essere accaduto qualcosa del genere – ma l’inchiesta non è ancora conclusa – nella scuola media «Edmondo De Amicis» di Luserna San Giovanni, descritta da cinque famiglie di ex studenti come il teatro di presunte violenze da parte di uno, o alcuni, professori, ai danni dei minori. Poi c’è il ruolo di un ente privato, L’HanselGretel di Moncalieri, presieduto dal dottor Claudio Foti, che ha fatto da supporto e guida nel labirinto delle indagini giudiziarie, affidate dalla procura di Pinerolo alla sezione minori della mobile.

Primo elemento: la storia «di un bambino sacrificato e sgozzato» su una pietra tombale del cimitero di Barge. Però, quando ai testimoni vengono chiesti qualche particolare in più, le «vittime» non ricordano niente. Non sanno il nome del bambino sgozzato e poco di più sugli autori del sacrificio umano. Secondo: in un primo tempo, i ragazzini si erano dilungati a rivelare i particolari di messe nere, avvenute nei dintorni del Santuario di Monte Bruno, a Garzigliana. C’è un’altra vistosa crepa. Raccontano che uno di loro «aveva registrato con una telecamera le immagini di sesso avvenute nel cimitero e le avrebbe poi riversate in un sito web». Le indagini della polizia postale di Torino non hanno però dato alcun esito. Non potevano mancare i professori-orchi che tentano approcci di natura sessuale sugli allievi, proprio nella luminosa biblioteca della scuola o che addirittura se li portano a casa per completare l’opera. Gli investigatori della Mobile hanno affrontato e approfondito ogni aspetto: ci sono stati sopralluoghi e interrogatori, ma di indizi veri, nessuna traccia. Quando gli inquirenti hanno provato a vederci un po’ più chiaro, dei cinque minori che compaiono negli atti giudiziari, almeno quattro hanno fatto dietro front. Solo un nucleo famigliare è rimasto a difendere con ostinazione l’horror-racconto del figlio. Tutelati dallo studio legale Coffari, di Firenze, dicono seccati di «non avere nulla da dire, ci siamo affidati alle istituzioni, aspettiamo i risultati».

C’è un precedente: nell’aprile scorso, la stessa famiglia di Luserna aveva fatto arrestare Gianfranco Cantù, 52 anni, ex professore di ginnastica della «De Amicis». Il 21 dicembre 2005, durante l’ora di ginnastica, l’insegnante senza farsi accorgere dagli altri ragazzi e dal collega con il quale condivide l’ora di lezione, avrebbe adescato il ragazzino con la scusa di mostrargli una rivista ografica. Lì ci sarebbe stato il presunto episodio di violenza. Il professore negò disperatamente, ma fu tenuto in cella per tre mesi e poi liberato. Adesso attende il processo.

I genitori si rivolsero, anche in questo caso, all’onnipresente centro HanselGretel, che tra l’altro si avvale di finanziamenti pubblici, compresa la Regione Piemonte. La sede è in corso Roma 8 a Moncalieri, al terzo piano di un condominio. Gli inquirenti, allora, non avevano avuto dubbi sulla veridicità della denuncia dello studente, nel frattempo trasferito in una scuola di Pinerolo. Oggi, cominciano a filtrare le prime perplessità. Anche perchè la seconda ondata di denunce, quelle delle messe nere e del sesso praticato nei cimiteri, segue solo di poco la prima. Il preside della «De Amicis», Marco Armand Hugon, di fronte agli scenari descritti con dovizia di particolari dai suoi ex alunni, cade letteralmente dalle nuvole: «Episodi in biblioteca? Ma non scherziamo. L’anno scorso era accaduto quel fatto grave e cercammo di valutarlo con la massima obiettività possibile. Ma adesso rischiamo di finire nel grottesco. Nessuno è mai venuto a raccontarmi nulla. Questa è una scuola normalissima, dove l’atmosfera è serena, molto serena. Qualcuno, alla fine, dovrà rispondere di queste false accuse». Ma anche il pm Vito Destito sta seguendo con la massima attenzione ogni passo dell’indagine. Le persone che hanno fatto nomi e cognomi dei «mostri», dovranno dimostrare di avere raccontato la verità; in caso contrario rischiano pesanti conseguenze. Alcuni si difendono: «Non siamo stati noi a decidere di firmare le denunce. Ci siamo ritrovati coinvolti. Stanno strumentalizzando la vicenda, non riusciamo a capire il perchè».

[Antonio Giaimo e Massimo Numa, La Stampa 27-7-2007]

Alla ricerca (vana) della stanza degli orrori

C’è un sottile filo rosso che lega i libri di storia locale e una montagna di fascicoli giudiziari. Un filo per due leggende: la prima che parla di sotterranei e cunicoli che collegano castelli e ruderi del Pinerolese. Segrete dove, la fantasia vuole, sia murato il corpo di una giovinetta che non si piegò mai ai voleri di un signore. La seconda è meno romantica, ed è fonte di sofferenze per tutti. Una storia senza capo né coda di pedofilia, abusi e ragazzini. Una «leggenda moderna» che racconta di un manipolo di professori di una scuola media finiti sulla graticola e con un’assurda appendice: un ragazzino morto durante una messa nera. «Una leggenda», dicono tutti, ormai convinti che i racconti di un adolescente – che narrò di quegli abusi – siano soltanto fandonie. Partorite da una fantasia fin troppo fervida, oppure malata. Non ci crede più nessuno, ormai, a questa storia. Ma, tant’è: c’è ancora da scavare. Anche con il piccone. «Là, nelle catacombe del santuario di Monte Bruno, a Garzigliana, c’è una stanza segreta, una stanza degli orrori» aveva raccontato qualcuno a verbale, davanti ai magistrati della Procura di Pinerolo. E allora, per scacciare gli ultimi fantasmi di una vicenda giudiziaria che ormai non sta proprio più in piedi, si sono mossi in forze magistrati, investigatori e tecnici. E sono andati, nei giorni scorsi, a bussare alla porta di don Lino Merlo, pacato sacerdote della chiesa di Garzigliana. E si sono fatti accompagnare al santuario dedicato alla Consolata, a due passi da quel resta del castello dei conti Rorengo Luserna di Campiglione. Ed hanno iniziato a sondare. Botte sul terreno ed apparecchiature sofisticate, in modo da scovare un’improbabile cripta. Ci hanno lavorato fino all’altro giorno quelli della Polizia ed i geologi, sotto la supervisione attenta delle videocamere della Scientifica. Ore e giorni di investigazioni, inseguendo il filo di un racconto che ormai è chiaro: non porterà a nulla. Scavi che fanno scuotere la testa a quelli di Garzigliana, stufi di essere al centro dell’attenzione. Accertamenti che spingono don Lino Merlo a dire, in mezzo piemontese: «Queste sono tutte “buricade”». Stupidaggini. Roba senza senso. Ma hanno scavato? «Hanno sondato il terreno. Ma hanno capito che lì sotto non c’è nulla. Del resto non potrebbe essere altrimenti. Se mai ci fosse reticolo di gallerie che si snoda sotto la collina il santuario sarebbe già crollato. Si sarebbe infilato lì dentro il fiume e avrebbe fatto saltare tutto». Invece il santuario è ancora lì: solido e forte come sempre. Della rocca, invece, non c’è quasi più nulla: qualche muro coperto di edera, rampicanti e tanta suggestione. «Si sono inventati tutto inseguendo quella leggenda» dice adesso Mario De Stefanis, ex consigliere comunale di Garziagliana e critico, anzi ipercritico, su questa faccenda. «Hanno letto i libri di storie popolari e si sono studiati questa storia che ha messo alla gogna della brava gente che lavora nella scuola» insiste De Stefanis. E intanto mostra libri e racconti di leggende locali: «Tutto è tratto da qui». E allora, se leggenda è, cali il sipario sulle violenze mai avvenute. «E i professori linciati vengano riabilitati» dicono in corso a Garzigliana. Ma la strada perché tutto questo avvenga è ancora lunga. Troppo lunga. Prima della parola «fine» ci devono essere altri accertamenti e altre verifiche tecniche. Come quella alla quale sono stati sottoposti cinque insegnati, la scorsa settimana. Si sono dovuti presentare davanti ad un medico legale nominato dalla Procura, spogliarsi e far cercare sui loro corpi quelle tracce e indicate da chi li aveva denunciati. Tatuaggi e cicatrici: segni indelebili che nessuno avrebbe mai potuto cancellare. Ma ciò che i bambini – o chi per loro – avevano indicato non è stato trovato. O, quantomeno, non era così. Fine della storia. O meglio: la «leggenda brutta» e per nulla romantica di Garzigliana, è destinata a terminare qui. «Buricade» liquiderebbe in dialetto il pacato don Lino. Stupidaggini. L’unica leggenda degna di essere letta è quella della giovinetta che ha resistito al signorotto e che, passata a miglior vita, giace adesso nei pressi dell’antico castello.

[La Stampa 24-2-2007]

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