Né orchi, né streghe nell’asilo di Rignano Flaminio – Carlo Bonini

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Troppe suggestioni e niente prove così è crollato il teorema dei pm

ROMA 29/5/2012 – Non esistevano dunque né orchi, né streghe nella scuola per l’ infanzia “Olga Rovere”. I sei sventurati, inquisiti e come tali processati, sono un abbaglio da psicosi e contagio collettivi. I ventuno bimbi che si volevano abusati o comunque “esposti” a un trauma sessuale di nessuna violenza sono mai stati vittime. E la storia di una catastrofe processuale, umana, civica, arriva così al suo inevitabile compimento. Con un’ assoluzione che prende atto con coraggio e limpidezza di un vuoto probatorio macroscopico. Che mette a nudo l’ ostinazione di una Procura della Repubblica e di un ufficio gip che pur di non riconoscere i propri errori, di non arrendersi all’ evidenza contraria del fatto che si intendeva provare, hanno trasformato questa storia in un’ interminabile ordalia che ha schiantato per sempre le vite di chi ne è stato inghiottito. Ventuno bambini che hanno consumato e continuano a consumare la loro infanzia (avevano 4 anni quando questa storia è cominciata, ne hanno oggi 10) tra psico-terapeuti e visite ginecologiche, necessarie ad esplorare gli anfratti della loro psiche e dei loro corpi. Le loro famiglie, che hanno finito per convincersi di essere state vittime di un orrore al punto tale da non riuscire oggi a provare sollievo nell’ apprendere che così non è stato. Quattro donne e due uomini che hanno perso tutto. Il lavoro, gli affetti, la dignità e che continueranno ad essere inseguiti fino all’ ultimo dei loro giorni dal sospetto infame di essere in fondo quei pedofili che «un tribunale di merda» (come gridava ieri pomeriggio qualcuno alla lettura del dispositivo della sentenza) non avrebbe avuto il coraggio di condannare. Eppure, a questa catastrofe si sarebbe potuti non arrivare. Perché i suoi inconfondibili indizi erano sotto gli occhi di tutti già in quel lontano aprile del 2007. Solo a volerli vedere. Perché quando ai sei indagati vengono strette le manette ai polsi appare già chiaro quello che il tempo renderà ancora più nitido. E che una sentenza del Tribunale del Riesame prima (10 maggio 2007) e una pronuncia della Cassazione poi (18 settembre 2007) provvederanno a documentare con parole inequivoche. «L’ accusa nei confronti degli indagati – scrivono quei due primi “giudici terzi” nel motivare il perché gli indagati non debbano restare in carcere un minuto di più – non trova riscontri esterni alle dichiarazioni dei bambini». Non una testimonianza, non una prova documentale (che sia l’ oscenità di una foto, di un diario, di un file custodito in qualche computer) o un’ intercettazione telefonica. Non un’ evidenza medica sui corpi dei piccoli, non una traccia biologica sugli oggetti maneggiati dagli “orchi” o nei luoghi indicati come teatro dei loro indicibili riti (peluche, automobili, abitazioni degli indagati). Per giunta, non il ricordo di un genitore che pure avrebbe dovuto accorgersi delle tracce di violenza (e che violenza) sul proprio figlio. «L’ istruttoria fa una indebita confusione tra indizie prove»e «la forte pressione dei genitori sui minori» non consente di escludere «un contagio dichiarativo», scrive allora la consigliera di Cassazione Claudia Squassoni. Non un giudice qualunque, ma un’ autorità in materia di diritti dei minori e tra e le autrici della “Carta di Noto” sui diritti dell’ infanzia violata.

Ma c’ è di più. La discovery degli atti istruttori compiuti dal pm Marco Mansi documenta con quale approssimazione si è lavorato sui racconti dei bambini.

Marcella Fraschetti, la consulente scelta dall’ accusa per raccogliere e valutare significato e rilevanza delle parole di bimbi tra i 4 ei5 anni, è, almeno in origine, laureata in scienze politiche ed è alla sua prima esperienza in un caso di questa portata. Al punto che di quel suo primo, cruciale lavoro di raccolta delle testimonianze, non provvede a conservare alcuna traccia né filmata, né fonica. «Quando mi chiamarono i carabinieri per incaricarmi – racconterà durante la sua deposizione al dibattimento – pensai a uno scherzo».

Già, i carabinieri. Sono i militari della stazione del lago di Bracciano quelli che lavorano al caso. Non esattamente una polizia specializzata. Al punto che non hanno la forza né di opporsi, né di far desistere quei genitori che hanno filmato e continuano a filmare “interrogatori domestici” ai propri figli in cui chiedono di raccontare e mimare gli abusi. Al punto da convincersi che nel mazzo dei sospetti vada certamente infilato un benzinaio cingalese, Kelum De Silva (arresteranno anche lui). Che con la “Olga Rovere” non ha nulla a che vedere. Ma di sfortune le ha tutte. Il colore della pelle. Il mestiere che fa. La cattiva idea di esibirsi in una linguaccia, pensando di strapparle un sorriso, con la bambina che è a bordo della macchina cui in un giorno d’ estate sta facendo il pieno di benzina. Diventa «l’ uomo nero» e si fa 15 giorni a Rebibbia (prima di essere “archiviato” nel febbraio 2010). Dove conosce l’ inferno riservato a chi entra in una galera con l’ accusa di aver stuprato innocenti. E dove l’ umiliazione può anche essere quella che conosce Patrizia Del Meglio, maestra di mezza età, che, in due settimane, verrà sottoposta, senza alcuna comprensibile ragione, a tre visite ginecologiche nella medicheria del carcere. In realtà, l’ inchiesta sulla “Olga Rovere” è chiusa già il 28 luglio del 2008, quandoi 21 bambini, per un anno, saranno sottoposti al calvario di un incidente probatorio che deve fissare a futura memoria i demoni che li tormentano. Nessuno, a quel punto, ha il coraggio di fermare un treno che è evidente andrà a deragliare. La magistratura si convince che il «processo è dovuto». Anche se due anni di processo a porte chiuse non portano una sola prova o un riscontro che sia uno. Diventano solo un crudele redde rationem tra adulti. Che, purtroppo, non finirà neppure con questa sentenza.
CARLO BONINI

Fonte/Credits: www.repubblica.it

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