Una ricostruzione del caso della Bassa Modenese

family-paper-cutout-e1347909025710-620x412Nel 1997 un bambino di 7 anni, in affidamento presso una famiglia, dichiara di aver subito tra le pareti domestiche un abuso sessuale da parte del fratello maggiore. La dichiarazione viene raccolta da una giovane psicologa a contratto libero professionale della ASL di Mirandola (Modena). Viene disposta l’interruzione dei rapporti tra il bambino e i genitori naturali.
Da allora, nell’arco di tre anni, vengono coinvolti nell’inchiesta altri dodici bambini dai 4 ai 12 anni. I bambini parlano di violenze sessuali e uccisioni avvenute in cimiteri, in capannoni collocati in campagna, tra le pareti domestiche; di film e fotografie scattate loro durante gli incontri; e indicano come violentatori e complici vicini di casa, conoscenti, sconosciuti, alcuni parroci (uno in particolare) e i genitori stessi.
[vedi i post  Abusi Mirandola: assolti i Morselli, e Assoluzione finale per il caso della bassa modenese] [vedi anche Il processo infernale dei satanisti pedofili ]
Le vittime sarebbero amichetti, compagni di scuola, figli di conoscenti. Per i bambini, le cui dichiarazioni vengono raccolte e segnalate alle autorità dalla stessa psicologa della ASL, viene disposto l’allontanamento dalle famiglie d’origine e l’affidamento presso un istituto o famiglie affidatarie. Dopo qualche mese di separazione dalle famiglie i bambini moltiplicano inverosimilmente le accuse. Le indagini vengono inizialmente condotte da un giovane pubblico ministero del Tribunale di Modena, affiancato in seguito da un altro giovane collega. L’inchiesta sarà poi spezzata in diversi tronconi. Gli anni dal 1997 ad oggi sono fitti di operazioni peritali e di udienze: i bambini vengono sentiti più e più volte da operatori diversi; sono oggetto di perizie mediche, psicologiche e psichiatriche. I loro racconti coinvolgono sempre più persone e si farciscono di efferati delitti e violenze inverosimili. Poche invece le prove oggettive dei reati. Il clima tra i legali dell’accusa, della difesa e la magistratura è tesissimo: frequenti sono i litigi, le urla, le minacce. Ma anche i periti si scontrano duramente. Succede che nuove perizie medico-legali richieste dal tribunale smentiscano le precedenti perizie richieste dallo stesso tribunale. Sempre le perizie della difesa si accaniscono contro le perizie accusatorie dei consulenti d’ufficio.  Qualche politico si fa carico della tesi innocentista e cerca di interessare il Parlamento, organizzare cortei, raccolte di fondi, incontri di sensibilizzazione. Sia l’accusa sia la difesa coinvolgono i mass-media, che influenzano pesantemente l’opinione pubblica creando allarmismo e un clima da “caccia alle streghe”. Si conclude nel giugno 2000, con la condanna al carcere per la maggior parte degli adulti coinvolti, il primo grado del secondo troncone. Uno degli imputati, Don Giorgio covoni, il parroco attorno al quale sembrava gravitare l’organizzazione degli incontri “satanici”, muore d’infarto pochi giorni prima della sentenza. Ma già dopo un anno e mezzo dall’inizio delle prime indagini si erano avute le prime condanne, e i primi morti: uno degli indagati non resistette allo stress della vicenda giudiziaria e morì d’infarto; una delle madri si gettò dalla finestra quando le portarono via il figlio. Dal 2000 ad oggi testimonianze di altri minori si sono aggiunte a quelle fornite dai minori dei primi tronconi, andando così ad aprire altri tronconi processuali attualmente ancora in fase istruttoria o dibattimentale.  Il secondo grado del troncone bis ha però dato luogo ad una sentenza che ha visto spazzare via pedofilia e satanismo dalla vicenda di Modena. Per i giudici della Corte ci sono stati abusi sui bambini, ma nel privato di qualche famiglia. Vengono assolti nove imputati e ridotte le pene per altre sette persone coinvolte. Da poco invece si è concluso, con la condanna di due genitori il secondo grado del processo “ter”.  Le storie raccontate dai piccoli però spesso non sembrano coincidere con quelle narrate in precedenza e i casi più recenti si sviluppano seguendo una linea indipendente dai fatti narrati dai primi 12 minori . Non vi è quindi ancora (NdR: alla data del 20 febbraio 2002) un epilogo definitivo per questa intricata vicenda giudiziaria che non è mai stata persa d’occhio dalla stampa locale e nazionale.

Fonte/Credits: Morena Tartari, Università degli studi di Padova
Tesi per l’esame di Teorie e Tecniche del Linguaggio Giornalistico
Prof. Raffaele Fiengo Appello 20 febbraio 2002 (A.A. 2002/2003)
File PDF del documento: tesina_tartari_mirandola

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Il processo infernale dei satanisti pedofili o di come una giustizia folle può rovinare un paese intero

Travolti negli anni Novanta dall’incredibile caso (falso) dei “satanisti pedofili” del Modenese, i coniugi Covezzi non sono ancora usciti dal labirinto giudiziario in cui furono scaraventati. E da allora non hanno mai rivisto i loro figli.

Nel 1997, la caccia al pedofilo ha raggiunto il suo culmine. I casi di pedofilia sembrano estendersi su tutto il continente europeo. In Italia, le denunce di abusi arrivano a superare del 60 per cento quelle dell’anno precedente. Da un giorno all’altro, chiunque abbia a che fare coi bambini potrebbe diventare un presunto colpevole. Le denunce colpiscono genitori, insegnanti, suore, preti e volontari. I media traboccano di storie dell’orrore: minorenni abusati, torturati, commerciati. Si sparge la voce dell’esistenza di sette di pedofili che occultano la propria esistenza nella normalità, persone apparentemente “amabili” e “per bene”, in realtà mostri che calano la maschera soltanto davanti alle proprie vittime, tenendo tutti all’oscuro. Medici e magistrati vengono chiamati a discutere dei presunti crimini. «I bambini non mentono mai», «il pedofilo è un insospettabile», «la maggior parte degli abusi avviene in famiglia», affermazioni ripetute ossessivamente sui giornali e in televisione. I dati statistici messi a disposizione del pubblico, a volte da associazioni implicate direttamente nel business degli affidamenti, delle consulenze e delle perizie, si fondano sulle denunce. Non c’è alcuna casistica sulle sentenze definitive. Un disegno, un problema psicologico, diventano l’indizio di un abuso. Chi osa parlare di “falsi abusi” è un negazionista. Il sospetto è consuetudine, entra nelle procure, nei tribunali, contamina la ragione. In questo clima nasce una vicenda processuale su cui la giustizia italiana non è ancora riuscita a porre il sigillo della definitività.

RACCONTI HORROR. Assolti nel 2010 per fatti risalenti al 1997-1998, stanno ancora aspettando l’udienza del secondo processo d’appello, i coniugi Delfino Covezzi e Lorena Morselli di Massa Finalese (Mo). Uno degli ultimi strascichi di un’Italia che a fine anni Novanta affondava nella melma dei sospetti, dei processi spettacolo, delle accuse di testimoni “attendibili per definizione”, di presunti colpevoli che dovevano dimostrare la propria innocenza, di quelle che gli avvocati definirebbero “perizie per corrispondenza”. Il caso inizia con due testimonianze raccolte dagli psicologi dell’Ausl di Mirandola, affiliata al Cismai (vedi box). Si tratta di due bambini seguiti da anni dai servizi sociali. Nel 1997, vengono prelevati e trattenuti lontano dalle famiglie. Dopo qualche mese, sulla base di colloqui dei quali non vengono conservati né appunti né videoregistrazioni, i servizi sociali dell’Ausl coordinati dall’ex seminarista Marcello Burgoni, danno motivazione degli allontanamenti. C’è un’accusa che hanno deciso di prendere sul serio. «Durante queste messe nel cimitero, i grandi ci hanno fatto lanciare in aria dei bambini che poi ricadevano per terra e forse morivano». I piccoli testimoni raccontano di una storia e di personaggi che sembrano maschere e canovaccio prodotti dall’isterismo collettivo di quegli anni: una banda di persone amabili e perbene che si riunisce al cimitero per compiere atti satanici e orgiastici con la partecipazione dei bambini, all’oscuro dell’intera comunità, per trarne profitto. C’è il prete, don Giorgio Govoni, che conduce i riti e si sbarazza dei corpi, dopo averli trasportati nel pulmino parrocchiale, gettandoli in un fiume, c’è il fotografo che si occupa di filmare e smerciare le riprese, ci sono le famiglie povere del paese che fanno da fornitori di bambini in cambio di denaro e utilità varie. Nonostante la logica serrata con cui si dà credito a questa storia, “suffragata” dagli opinionisti chia mati a commentarla, il paese, che conosce gli indagati, rimane incredulo. Vengono lanciate petizioni. Si chiede l’aiuto alla politica.
GLI APPELLI FINITI NEL VUOTO. Autunno 1998. A sirene spiegate, l’alba di un giorno di novembre, la polizia irrompe nella casa e nella vita della famiglia Covezzi. Non è chiaro perché i quattro figli devono essere presi in custodia dai servizi sociali. I fratelli vengono portati su una volante e poi divisi fra istituti e famiglie differenti. I genitori non sanno né dove sono né come stanno. Non li rivedranno mai più. L’accusa, si scoprirà, è “mancata vigilanza”. Valeria, Enrico, Paolo e Agnese infatti sarebbero stati presenti durante i riti notturni dei satanisti guidati da don Govoni. Il crimine della coppia è lo stesso che avrebbe potuto colpire tutto il paese: non essersi accorta di nulla. Una settimana dopo l’allontanamento dei figli, i Covezzi inoltrano un reclamo alla Corte d’appello di Reggio Emilia. Il pm chiama come consulenti il medico legale Maurizio Bruni e la ginecologa Cristina Maggioni, i quali, con le loro perizie, accertano le violenze subìte dai fratelli: nel corso di questi riti al cimitero la sorella maggiore sarebbe stata abusata centinaia di volte. Nessun perito della parte civile è ammesso alla visita. Il tribunale d’appello, un mese dopo, rifiuta il ricorso dei Covezzi dichiarando i provvedimenti del Tribunale dei minori inoppugnabili in quanto «provvisori e urgenti». Il Tribunale dei minori continua a varare provvedimenti “provvisori” per mesi, impedendo così qualsiasi ricorso ai genitori Covezzi, anche se l’accusa di mancata vigilanza non può motivarli. In questo periodo, i Covezzi devono recarsi all’Ausl per colloqui, senza avvocati e senza psicologi. I figli continuano a essere interrogati dalla psicologa Valeria Donati e da altri funzionari dell’Ausl di Mirandola. Né degli interrogatori dei bambini, né degli interrogatori dei genitori, durati quattro mesi, sarà registrato qualcosa. Gli appunti andranno “perduti”.
LIMITE DI TEMPO. Non ottenendo udienza dall’autorità giudiziaria, i coniugi si rivolgono ai politici. Sostenuti dai compaesani di Massa Finalese, firmano una petizione. Dopo quattro mesi dalla presa in custodia dei fratelli Covezzi, il ministero della Giustizia, sollecitato dai parlamentari Carlo Giovanardi e Aurelio Cortelloni, pone a una settimana il termine di tempo in cui il Tribunale dei minori deve dare definitivamente risposta alla famiglia e ai loro figli. Lo stesso giorno, la sorella più grande, piangendo, dopo un colloquio con la psicologa Valeria Donati riferisce all’affidatario, che lo riferisce al magistrato, di essere stata abusata dal padre, in presenza della madre, che assisteva indifferente. Il giorno della scadenza dell’ultimatum del ministero i genitori Covezzi vengono raggiunti da un avviso di garanzia. Il ministero può dunque evadere le interrogazioni parlamentari e ritirare l’ultimatum, dichiarando che si tratta di un’indagine regolare.
LA BAMBINA ABUSATA È VERGINE. Primavera 1999. Sono passati centocinquanta giorni dall’allontanamento forzato dei fratelli Covezzi. Un perito del Tribunale dei minori è chiamato ad accertare la capacità genitoriale dei due coniugi. Lo psicologo, dichiarando che non sono autosufficienti l’una senza l’altro, concluderà che hanno delle «personalità abusanti ». La moglie di Covezzi, incinta, decide di fuggire. Non in Sudamerica: in Francia. Il marito resta in Italia. Ancora oggi vivono separati e autosufficienti. E il bambino non è stato preso in custodia dalle autorità francesi. Secondo i ginecologi incaricati dai Covezzi, quella di Cristina Maggioni e Maurizio Bruni è una perizia inadeguata: «Non è neppure stato impiegato l’elementare, ma fondamentale, presupposto tecnico di qualsivoglia ricognizione fotografica raccolta a scopo medico legale e cioè l’inserimento di una scala metrica nel contesto del campo ripreso. Risulta inaccettabilmente assente l’inquadramento anamnestico. Traspare dalla relazione dei due consulenti un’impostazione pregiudiziale dell’approccio alla perizia risultando in modo chiaro, il dato per scontato dell’abuso ancor prima della vista». La perizia è sommaria. Le conclusioni errate: la bambina abusata centinaia di volte è vergine. Le affermazioni dei periti del pm, secondo i ginecologi, sono «destituite di qualsiasi fondamento medico-biologico». Una conclusione che sarà confermata qualche mese dopo dal medico incaricato dal gip di visitare tutti i fratelli. Il pm della Procura di Modena, Andrea Claudiani, parlerà di normali scambi di vedute fra periti. Un anno dopo l’allontanamento dai genitori, i bambini più grandi vedono mamma e papà ovunque. Ma sono solo fantasticherie. I genitori, preoccupati, chiedono al Tribunale dei minori di nominare un neuropsichiatra infantile per verificare lo stato di salute psichica dei propri figli. Il Tribunale non lo concede. La bambina grande, quella che per prima ha parlato di abusi dei genitori, va male con gli studi. Confessa a Valeria Donati di essere stata violentata negli ultimi due mesi dagli zii e dal nonno Morselli, nel boschetto adiacente a scuola, prima di prendere l’autobus, con una frasca di quaranta centimetri. Da questa accusa i Morselli sono stati tutti assolti nel 2012. Si accerterà infatti che il boschetto non esiste, che la bambina usciva insieme agli altri alunni, che lo scuolabus era guidato dal suo affidatario, che gli zii e il nonno abitavano a ottantacinque chilometri di distanza e che nei giorni delle violenze non potevano essere presenti. Ma, allora, i Morselli sono arrestati. La bambina violentata per mesi, l’ultima volta appena due settimane prima, non viene portata in pronto soccorso. Il pm Claudiani non chiede alcuna perizia, perché, gli rivela la ginecologa Maggioni, i segni di violenza, a una distanza di due settimane, «scompaiono».
SIAMO TUTTI POTENZIALI ORCHI. Primavera 2000. Dopo un anno e mezzo, per la prima volta la magistratura visiona un’anamnesi delle bambine. In un anno e mezzo, medici, psicologi, magistrati, non hanno mai verificato la cartella clinica delle presunte vittime di abusi. Si scopre che non esiste alcuna namnesi sulle relazioni interpersonali dei minori coinvolti nel caso. Inoltre nessuno aveva interrogato i conoscenti delle bambine, i maestri, i pediatri di famiglia, i catechisti. Il gip chiede conto agli psicologi delle discrepanze fra le indagini psicologiche e quelle mediche. Se la bambina è ancora vergine, chiede, avrebbero potuto cambiare idea sugli abusi? «Facciamo veramente fatica a rispondere», dicono quegli stessi psicologi che, su una rivista specializzata, dichiareranno che chiunque difenda dei presunti innocenti accusati di pedofilia potrebbe «colludere involontariamente con essi», violentando «a propria volta i bambini». Tutti i periti che hanno confutato le tesi di Cristina Maggioni e Maurizio Bruni non sono stati richiamati. Nella requisitoria, il pm si è dimenticato di citare il perito del gip che confutava le perizie dei suoi consulenti. Il quadro completo delle accuse lo ha fornito Cristina Roccia, psicologa che, come la maggior parte dei periti di questo processo chiamati da tribunali e procure, come la stessa Ausl di Mirandola, ruota attorno alla galassia Cismai. Roccia, dopo aver apprezzato l’aspetto psicologico delle perizie della ginecologa-psicologa Maggioni, individua nella «serietà» dello sguardo della madre Lorena (di cui uno dei bambini le aveva fatto cenno) il modo «inquietante» con cui avrebbe «fissato» durante le udienze i terrorizzati periti dell’accusa. Uno sguardo che suscitava «paura e inquietudine». Nel 2002, il processo di primo grado si conclude con una condanna per entrambi i coniugi Covezzi a 12 anni. Le accuse, secondo il Tribunale di Modena, sono «ontologicamente possibili ». Gli avvocati che avevano denunciato le irregolarità delle perizie e la violazione del codice di procedura penale, individuando atti ricopiati da un altro procedimento, e il mancato coinvolgimento della difesa, rimangono inascoltati.
L’ASSOLUZIONE NON BASTA. Devono passare altri otto anni – e un verdetto della Corte Europea, che sulla violazione dei diritti alla difesa dava ragione ai Covezzi – prima che i giudici di appello riconoscano il mancato coinvolgimento dei periti dei coniugi, ribaltando la sentenza di condanna di primo grado e decretando la nullità delle perizie psico-diagnostiche prodotte dall’accusa. La Cassazione, nel 2011, un anno dopo la sentenza d’assoluzione, ordina il rifacimento del processo. Dopo dodici anni, i Covezzi stanno ancora aspettando la prima udienza di un nuovo procedimento d’appello.

16 dicembre 2012
Francesco Amicone 
Fonte/Credits: http://www.tempi.it

Per gli sviluppi successivi della vicenda vedi:

One thought on “Una ricostruzione del caso della Bassa Modenese

  1. […] Modena (Mirandola, Finale, Bassa modenese) […]

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