La PAS viene descritta nel DSM-5

Richard Gardner in alcuni suoi articoli auspicava l’inclusione della diagnosi di sindrome da alienazione parentale (PAS) nel manuale diagnostico DSM.

Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, noto anche con la sigla DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), è uno dei sistemi nosografici per i disturbi mentali più utilizzato da medici, psichiatri e psicologi di tutto il mondo, sia nella clinica che nella ricerca. Nel maggio 2013 è stata pubblicata la nuova versione del DSM, denominata DSM-5.  L’edizione italiana del DSM-5 è in programma per i primi mesi del 2014.

Secondo autorevoli commentatori, tra cui i professori Bernet, Camerini e Gulotta, il DSM-5 contiene una descrizione del problema relazionale in passato definito come “sindrome di alienazione parentale” o semplicemente “alienazione parentale”. Non è vero quindi che la PAS è stata esclusa dal DSM-5 come hanno frettolosamente sentenziato alcuni professionisti coinvolti come consulenti di parte per conto di genitori alienanti. Continua a leggere

La PAS, Gardner e i tribunali italiani

E’ stato reso disponibile su Internet in via informale il testo della decisione della Corte d’Appello di Brescia sul caso del bambino conteso di Padova dopo che la Corte di Cassazione aveva annullato la sentenza della Corte d’Appello di Venezia che lo aveva allontanato dalla madre per collocarlo temporaneamente in una casa famiglia in attesa di affidarlo al padre.

Il sito di riferimento è Mobbing Genitoriale del dottor Gaetano Giordano. Il testo, secondo quanto disposto nello stesso decreto, garantisce il rispetto della riservatezza delle persone rendendo anonimi tutti i riferimenti.

Vale la pena di ripercorrere la logica del provvedimento evidenziandone le parti principali.

La prima parte è una lunga premessa in cui la Corte d’Appello di Brescia riassume le richieste della madre (il ricorrente) contro il padre che nel procedimento di primo grado aveva ottenuto la decadenza della potestà genitoriale della madre, pur senza aver ottenuto il collocamento del minore.

In primo grado, presso il Tribunale dei Minori competente, il padre aveva lamentato di essere escluso dalla vita del figlio a causa del comportamento ostativo della madre, e il giudice di minori aveva sanzionato questo comportamento pronunciando la decadenza dalla potestà genitoriale della madre, ma aveva mantenuto il collocamento del minore presso di lei. Il padre aveva fatto ricorso e la Corte d’Appello aveva deciso di trarre le conseguenze dalla decadenza della potestà allontanando il minore dalla madre con inserimento temporaneo in una struttura di accoglienza in attesa di collocarlo presso il padre.

La madre era ricorsa alla Cassazione, che aveva annulato il decreto rinviando la decisione alla Corte d’Appello di Brescia.

Ma quali erano i motivi dell’annullamento? La Corte d’Appelo di Brescia li riassume nel modo seguente:

Il provvedimento della Corte territoriale veneziana è stato cassato per vizio di motivazione su di un punto decisivo e controverso della causa, vale a dire per non avere affrontato il tema dell’attendibilità scientifica della teoria posta alla base della diagnosi di sindrome da alienazione parentale, pur avendo posto la consulenza di cui richiama ampi brani nella sua motivazione a fondamento della decisione. La corte di legittimità, nel rinviare alla corte territoriale bresciana il procedimento richiama le critiche avanzate dal mondo scientifico e dalla stessa difesa della MADRE e prescrive di verificare il fondamento della teoria richiamata dalla ctu.

Quindi la Cassazione non si è espressa nel merito della decisione, ma ha contestato un vizio della motivazione, ossia la mancata esplicitazione dei motivi per cui i giudici di appello avevano ritenute non fondate le contestazioni degli avvocati della madre all’attendibilità della teoria scientifica della Sindrome di Alienazione Genitoriale (PAS). Il compito della Corte d’Appello di Brescia era quindi quello di rivedere queste contestazioni.

Nel proseguo delle sue argomentazioni il decreto ripercorre tutte le contestazioni alla teoria della PAS proposte dalla madre e vi contrappone le considerazioni di segno opposto proposte dal padre. Dopo aver preso in considerazione questi aspetti generali su un dibattito scientifico che dura ormai da decenni, la Corte d’Appello circoscrive l’oggetto della questione.

Il problema è verificare se i disturbi certamente rilevati dal Ctu a carico del minore, riconosciuti dalla stessa MADRE siano riconducibili alla responsabilità della madre in quanto generati dal suo comportamento nei confronti del padre.

Ovvero, in altre parole, non è compito della Corte d’Appello dirimere controversie di natura scientifica. La Corte d’Appello giudica sulla responsabilità dei soggetti per i fatti, e tra i fatti dati per accertati vengono posti i disturbi rilevati a carico del minore che non derivano da una particolare teoria scientifica ma sono descrivibili nei termini del linguaggio comune. Descrizione che provvede a fare nel seguito la Corte d’Appello stessa.

Il figlio [] ad un certo punto ha manifestato un atteggiamento straordinariamente repulsivo e pervicace, giungendo al punto da non volere nemmeno scendere dall’autovettura con la quale la madre lo portava agli appuntamenti programmati con il padre, né voler entrare nella stanza dove questi si trovava ed al punto anche di rivolgergli epiteti ingiuriosi e manifestazioni gravi di avversione, come prenderlo a calci e pugni. L’uso degli epiteti utilizzati per offendere il padre inoltre non è quello tipico di un bambino ma sembra veramente suggerito dalle espressione degli adulti. La lettura delle relazioni dei servizi sociali, oltre che degli esami del Ctu (dati obiettivamente rilevati che non sono stati posti in discussione) lasciano veramente sbigottiti per laforza, la tenacia dell’aggressività e del rifiuto di fronte ad un padre che aveva sempre cercato di svolgere il proprio ruolo.

[Il padre] lamentava di non vedere il figlio da dieci mesi e che la madre, nonostante fosse stato previsto il pernotto del bambino presso il padre, consentiva che questi lo vedesse prima dell’interruzione definitiva solo nel garage della sua abitazione. Nel corso dell’audizione dei genitori la madre del minore ammetteva di avere rifiutato al padre il pernotto presso di lui e di conseguenza anche il trascorrere della vacanze perché il bambino non l’aveva mai chiesto.
Il tribunale dava atto che l’atteggiamento della MADRE non aveva in alcun modo favorito il rapporto del figlio con il padre, ma lo aveva ostacolato al punto che, disposto dallo stesso ufficio giudiziario una specifica disciplina di visite, la madre aveva violato tale programma portando con sé il bambino per le vacanze estive alla fine delle quali si veniva a verificare una regressione nei rapporti padre-figlio, nonostante vi fosse stato un iniziale miglioramento dovuto alla calendarizzazione degli incontri.

Dalla relazione dei Servizi Sociali di *** del ** ** 2010 si apprende che il programma di incontri predisposto sulle indicazione del tribunale veniva accettato dai genitori, ma che l’atteggiamento del bambino si rivelava quanto mai preoccupante tanto che questi nel rifiutare ogni forma di comunicazione con il padre giungeva al punto di scagliarli contro un libro che questi gli aveva portato in dono; altra volta mimava una sberla nei confronti dello stesso e gli dava un calcio senza che la madre, presente, desse segni di disapprovazione. Lo psicologo dott. PSICOLOGO sottolineava il fatto che FIGLIO si presentava come un bambino normalissimo nelle relazioni con gli altri, salvo cambiare improvvisamente al solo parlargli del padre che definiva come “persona cattiva, un diavolo, persona sgradevole” e perdere il controllo ed il rispetto delle più elementari relazioni con ricorso ad aggressività verbale ed agita, senza alcuna provocazione. Dal punto di vista clinico lo psicologo segnalava che FIGLIO risultava capace di controllare e tenere in scacco gli adulti e manifestava una strutturazione in un’area in cui si sentiva onnipotente, con il rischio di estensione di tali modalità disfunzionali ad altre aree di funzionamento.

La Corte d’Appello dopo aver descritto i fatti che dimostrano l’esistenza di una situazione di disagio nel minore, passa quindi ad individuare la resposabilità di questi fatti, per concludere che questa responsabilità va posta in capo alla madre. Il termine concetto PAS – oggetto della controversia scientifica su cui si basava la difesa della madre – è del tutto irrilevante per l’ovvio motivo che un’aula di giustizia non è il luogo in cui si discute della validità delle teorie scientifiche.

In questa situazione i comportamenti che emergono da fatti obiettivi ed inconfutabili consentono di corroborare la prova del suo comportamento alienante e possessivo, nonostante i limiti imposti dal provvedimento del tribunale per i minorenni che ha rigettato la sua reintegra nella potestà ed ha confermato l’affidamento del bambino al servizio sociale.

Dalle sue dichiarazioni orali rese in udienza la MADRE risulta desiderosa di restituire al figlio “tutta la sua vita” e non solo la metà che è costituita nel suo rientro nella casa materna. L’altra metà a suo dire è costituita dall’ambiente scolastico ed amicale di ***. Nessuno spazio nel suo concetto di vita del figlio è riservato al rapporto con il padre, nonostante le preoccupazioni che asserisce di avere avuto per il rifiuto nei confronti dello stesso. Di fronte a tale pervicacia nel comportamento materno non si ravvisano le garanzie che la predetta sappia far proseguire il figlio nel rapporto con il padre e non ponga nuovamente in atto ostacoli alla normalità del medesimo, facendo regredire il minore e ponendolo in posizione di grave rischio di disturbi della personalità, siano essi quelli che in campo scientifico vengono da parte degli esperti qualificati come PAS, siano gli agiti aggressivi che derivano dallo stato d’ansia rilevati dagli esperti dei Servizi Sociali. Indipendemente dalla loro qualificazione dal punto di vista medico, la descrizione dei comportamenti del bambino sulla quale tutti hanno concordato consente di ritenere che i suoi agiti se non ricomposti, porterebbero a disturbi che impedirebbero a FIGLIO di crescere e sviluppare tutte le sue notevoli capacità intellettuali ed espressive.

A questo punto il decreto conclude con le decisioni, che sono basate sullo stesso tipo di senso comune della motivazione. Esse prevedono un depotenziamento del conflitto. Da un lato viene sanzionato il comportamento antigiuriudico della madre attraverso la conferma della decadenza della potestà genitoriale. Dall’altro il figlio è collocato presso il padre con tempi di frequentazione della madre molto vicini ad un modello di affido alternato su modello francese. Quindi, se i due genitori sapranno dare attuazione a questa sorta di armistizio imposto dall’autorità, la situazione del minore potrà tornare alla normalità. In caso contrario è evidente sullo sfondo la minaccia implicita di esclusione completa della madre dai contatti con il figlio.

http://www.alienazione.genitoriale.com/la-corte-dappello-di-brescia-decide-sul-caso-di-padova/

Terapia sui minori abusati e diffamazione di Gardner

ptsdIl capitolo 11 del volume “True and false accusations of child sex abuse” è interamente dedicato alla terapia dei minori abusati. Da questo capitolo sono state estratte alcune citazioni per dimostrare surretiziamente che Gardner sarebbe stato convinto che l’abuso sessuale sui minori non arreca danni alle vittime e che quindi lo scopo della terapia sui minori abusati sarebbe stato unicamente quello di tranquilizzarli rispetto all’accaduto.

Ciò è falso ed è facilmente dimostrabile consultando l’indice del libro. Nello stesso capitolo 11 infatti è contenuto un intero sottocapitolo che tratta delle varie forme di disagio dei minori vittima di abuso sessuale. Da pagina 543 a pagina 576 vengono trattati 15 diversi tipi di sintomi di disagio riscontrabili sui minori abusati (tra cui: “Hypersexualization”, “Regression”, “Guilt”, “Self Exteem Problems”, “Loss of Trust”, “Anger Problems”, “Depression”).

Ma l’asso nella manica dei diffamatori è questa citazione di Gardner secondo cui lo scopo della terapia del minore abusato è:

“facilitate the desensitization process, not artificially prolong it with psychotherapeutic muckraking.”
(faciltare il processo di desensibilizzazione, e non prolungarlo con scandalismo psicoterapeutico) [pag. 536].

L’uso del termine desensibilizzazione viene fatto passare come una prova del fatto che Gardner avrebbe segretamente ritenuto suo vero compito quello di far riconciliare i minori con l’idea che avere rapporti sessuali con gli adulti è una cosa buona.

Questo è solo una prova della scarsa familiarità con il linguaggio della pratica terapeutica di chi ha cercato di diffamare il professor Gardner. Infatti basta una ricerca con Google per scoprire come “desensibilizzazione” è il termine tecnico con cui viene indicata una delle terapie standard nella terapia cognitiva e comportamentale per il trattamento del disturbo da stress posttraumatico (ad esempio nel caso dei reduci di guerra).

You may focus on memories that are less upsetting before talking about worse ones. This is called “desensitization,” and it allows you to deal with bad memories a little bit at a time. Your therapist also may ask you to remember a lot of bad memories at once. This is called “flooding,” and it helps you learn not to feel overwhelmed.
(US Dept. for Veterans Affairs, www.ptsd.va.gov)

Gardner cominciò la sua carriera come psichiatra militare. Nessuna meraviglia quindi che avesse familiarità con questi termini e queste tecniche terapeutiche.

Ma soprattutto va sottolineato come Gardner ritiene che il trauma subito dai minori abusati per certi versi ha effetti simili a quelli dei traumi subiti dai militari di prima linea. Va precisato che Gardner ha affrontato il tema dell’applicabilità della diagnosi di PTSD (disturbo da stress post traumatico) ai minori abusati sessualmente per concludere che non è appropriata. Gli effetti dell’abuso sui minori sono del tutto peculiari e vanno riconosciuti sulla base di sintomi precisi senza ricorrere alla semplificazione di classificarli sotto la diagnosi di PTSD.

Ma che cosa propongono in alternativa i calunniatori di Gardner? Di continuare a ricordare al minore che quanto ha subito è orribile e che non lo potrà mai dimenticare per tutta la vita? Che razza di terapia sarebbe mai questa?