Le false accuse di molestie dello psicologo contro l’ex collega innocente – La Verità

Assolta l’operatrice di una comunità di Asti che secondo Hansel e Gretel aveva abusato di una minore. Il racconto: «Pensavamo fossimo tutte lesbiche. Vedeva violenze ovunque».

di Francesco Borgonovo

(23.7.2019 La Verità) Il racconto di Elisa stritola le budella. Benché siano passati anni dai fatti, dalle parole della ragazza il dolore scaturisce pungente, come se parlando rivivesse ogni secondo passato in comunità. La storia di questa ragazza è apparsa di soppiatto, ai primi di luglio, sulle pagine dell’edizione torinese di Repubblica, a firma di Sarah Martinenghi. Un articolo carico di dettagli urticanti, e forse per questo uscito soltanto nella cronaca locale. Elisa, da giovanissima («Avevo tra i 13 e i 14 anni», racconta, «ma c’erano ragazzine anche più piccole»), ha vissuto in una comunità ad Asti gestita da un coop di cui Claudio Foti era direttore scientifico. Lui e Nadia Bolognini «si occupavano di fare psicoterapia alle bambine e alle ragazze vittime di abusi e maltrattamenti».

L’articolo di Repubblica non lo dice, ma la comunità in questione è Il nido di Zorba, nel quartiere San Quirico di Asti. Fino al 2012, Foti ne è stato direttore scientifico. Sulla brochure promozionale compariva in bella vista il logo del centro Hansel e Gretel. Poco sotto, nel volantino, c’era una entusiastica descrizione del servizio: «La comunità si propone di essere un luogo di accoglienza del minore», si legge, «in grado non solo di porlo al riparo da comportamenti deprivanti e/o maltrattanti e da condizioni di vita inadeguate e pregiudizievoli, ma anche di rappresentare una zona di transizione in cui il minore possa ritrovare un equilibrio psicologico e affettivo preparando le condizioni per un rientro nella famiglia di provenienza, laddove possibile, o in altro ambito familiare idoneo ad accoglierlo e ottimale per la sua crescita psico fisica». Nello stesso documento si spiega pure che la comunità si occupa di «offrire ai piccoli ospiti l’opportunità di un’elaborazione psicoterapeutica del passato traumatico da cui provengono».

Stando ai ricordi di Elisa, tuttavia, nella comunità le cose andavano un po’ diversamente. La ragazza racconta particolari raccapriccianti. «Lì dentro non si parlava d’altro, ogni gesto doveva essere legato a un abuso o avere una connotazione sessuale. E se non avevi una storia triste da raccontare non venivi considerata: se non eri sofferente valevi meno. Lui metteva una pressione allucinante».

Elisa sembra parlare con cognizione di causa: «Ne ho viste diverse di comunità, ma nessuna era come quella che era coordinata da Foti. Ogni nostra parola o comportamento per loro era legata a una violenza subita. Per loro eravamo tutte omosessuali, al punto che avevano tolto le porte alle camere ed eravamo controllate a vista. Ci dicevano che non eravamo sane, che eravamo patologiche, e avevano comportamenti strani. Io non ero lesbica, avevo anche un fidanzatino, ma non potevo abbracciare un’amica perché per loro significava per forza altro e a un certo punto mi avevano messo persino a dormire in una soffitta».

La storia che snocciola sembra incredibile, ma in effetti è simile a quelle di altre persone che hanno vissuto in condizioni simili. «Ogni settimana c’era un gruppo, ci dovevamo sedere in cerchio. Foti pressava parecchio per capire le violenze subite» e «se una diceva che non aveva piacere di parlarne ti accusava di essere uguale alla persona che ti aveva violentata». Pressioni forti, fortissime. Tanto che qualcuna delle ospiti, ogni tanto, reagiva in modo strano. «Avevo un’amica», ricostruisce Elisa, «che non aveva alcun ricordo di abusi subiti. Dopo due mesi di psicoterapia un giorno arrivò in lacrime sostenendo che improvvisamente, in quella seduta, li aveva ricordati».

Ovvio: può darsi che Elisa nutra qualche risentimento verso lo psicologo che l’ha seguita in comunità. Il suo racconto potrebbe sembrare a qualcuno poco credibile, magari viziato dal rancore (ma le vittime non hanno sempre ragione, come sostengono certi terapeuti?). Nitidi e chiari, però, sono i fatti. E i fatti riguardanti Il nido di Zorba ci fanno precipitare nel pozzo di una orribile vicenda di abusi inventati e di vite sbriciolate. A prendersi cura di ragazzine come Elisa, in quella comunità, c’erano vari professionisti. Veneria, che oggi ha 54 anni, era un’educatrice tra le più stimate.

Nel 2012, Claudio Foti si dimise da direttore scientifico del Nido di Zorba. Pare ci fossero profonde divergenze con i responsabili della struttura. La separazione non fu indolore, e Veneria risultò tra le vittime collaterali. L’educatrice fu accusata di aver maltrattato e molestato alcune ragazzine. Una sua collega, invece, fu rinviata a giudizio perché avrebbe consentito ad alcune minori di guardare siti porno sul pc della comunità.

Foti e la sua compagna, Nadia Bolognini, furono tra i grandi accusatori di Veneria, come ha raccontato Antonio Rossitto su Panorama. A parlare di abusi fu una ragazzina problematica, che probabilmente era entrata in conflitto con Veneria. Secondo i due terapisti del centro Hansel e Gretel le parole della giovane erano credibili, e andavano prese sul serio.

Durante una seduta con la Bolognini, la ragazza raccontò di essere stata assalita sessualmente dall’educatrice, che le avrebbe bloccato i polsi per palpeggiarla meglio. La violenza sarebbe stata interrotta solo dal brusco ingresso di un’altra addetta della comunità.

Sulla base della testimonianza di una seconda adolescente, poi, come ricostruisce un articolo della Stampa di qualche anno fa, l’educatrice fu accusata di «avere approfittato della sua autorità per limitare la capacità di autodeterminazione e di scelta consapevole della ragazza».

L’avvocato Aldo Mirate, difensore di Veneria, racconta alla Verità che la sua cliente «all’improvviso venne accusata dalle ragazze di aver compiuto violenze sessuali, quelli che una volta si chiamavano atti di libidine».

Fu così che si aprirono le porte dell’inferno. Per una educatrice l’accusa di molestie è un marchio di infamia impossibile da grattare via, non ci si riesce nemmeno se ci si scortica la pelle. Veneria fu licenziata dalla comunità e rischiò di perdere l’abilitazione. Ovviamente, trovare lavoro nello stesso ambiente era impossibile. Da professionista stimata qual era fu trattata come una criminale, fu emarginata e costretta a trovarsi un altro impiego. Finì a lavorare in un’impresa di pulizie, in attesa che i giudici decidessero del suo destino.

«Fu una vicenda rovinosa», commenta oggi l’avvocato Mirate. «Per anni non riuscì più a reinserisi nella sua attività». Le accuse le piovvero addosso nel 2012. La sentenza arrivò soltanto cinque anni dopo: assoluzione perché «il fatto non sussiste». Veneria non aveva molestato nessuno. Una sua collega testimoniò a suo favore. «Quello fu forse il momento decisivo», ricorda Mirate. «Quella collega, anche autorevole, disse delle cose che scossero il tribunale, disse che era una operatrice di una grande serietà professionale. Veneria scoppiò a piangere e credo che il tribunale ebbe la sensazione che fosse stata commessa contro di lei una grande ingiustizia».

Davanti al perito del gip, inoltre, una ragazza accusatrice non confermò la storia delle molestie. Non esisteva «il minimo riscontro probatorio». Secondo Foti e la Bolognini, però, le giovani che indicavano in Veneria la loro molestatrice meritavano fiducia totale. E tanto bastò per scatenare il putiferio. «Con gli operatori di Hansel e Gretel», dice l’avvocato Mirate, «c’era allora un rapporto di fiducia abbastanza stretto da parte della magistratura piemontese o per lo meno di buona parte di essa. Ma i metodi che usavano mi avevano sempre lasciato perplesso. C’era una superficialità nel valutare queste cose…».

Nella vicenda del Nido di Zorba si incrociano due dolori differenti. Da un lato quello di Elisa, ragazza in difficoltà che si trova giovanissima a subire pressioni e sospetti, immersa in un ambiente in cui parlare di abusi sembra un’ossessione. Poi c’è il dolore di Veneria, la cui carriera viene distrutta da accuse false e infamanti, e di nuovo ecco fare capolino la stessa ossessione: abusi, abusi ovunque. Ad Asti come a Bibbiano, a Rignano Flaminio come a Mirandola e Biella. Abusi (falsi) e vite spezzate.

23 luglio 2019

Fonte/Credits: www.laverita.info

 

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