“Una tecnica invasiva e suggestiva posta in essere nella psicoterapia dei minori” Il Resto del Carlino

In un’intervista al Corriere del 19 luglio 2019 aveva dichiarato: «Per me è caduta l’accusa più grave e infamante, relativa alla manipolazione della ragazza e alla terapia, così hanno scritto, “brutale e suggestiva” che io avrei eseguito. Ma per fortuna il diavolo fa le pentole e non i coperchi, e la grazia del Signore mi ha consentito di ricordarmi che io quegli incontri li avevo registrati. Venti ore di filmati per 15 sedute mi hanno salvato». Adesso però che è nota l’ordinanza che ha revocato i domiciliari (ma imponendo l’obbligo di dimora) la posizione di Claudio Foti appare diversa da quanto dichiarato ai giornali a fine luglio. 

Bibbiano, il Riesame. “Ingerenza nella vita dei bambini” – il Resto del Carlino

di Alessandra Codeluppi Il Resto del Carlino 

Reggio Emillia, 14 agosto 2019 – “Una tecnica invasiva e suggestiva posta in essere nella psicoterapia dei minori”. Il Riesame la definisce così, attribuendola alla “scuola Foti“, come la definisce lo stesso giudice, cioè il gruppo di professionisti che faceva capo al centro ‘Hansel e Gretel’ di Moncalieri (To) e di cui tre esponenti sono indagati nell’inchiesta sugli affidi di Bibbiano: Claudio Foti, la moglie Nadia Bolognini e Sarah Testa. È uno dei passaggi dell’ordinanza con cui il tribunale bolognese motiva l’obbligo di dimora disposto per Foti a Pinerolo, mentre prima il 68enne si trovava ai domiciliari.

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Il giudice trova discutibili alcuni aspetti del metodo di Foti: «Appare di per sé connotato da elementi di forte pressione e forzatura, nonché ingerenza nella vita privata dei minori, in violazione della ‘Carta di Noto’». E pesanti dubbi vengono sollevati dal Riesame sulla preparazione di Foti per esercitare la professione. Su di lui, considerato un luminare in Val d’Enza – dove i servizi sociali inviavano i minori alla sua équipe nella sede della ‘Cura’ -, il giudice parla di «trattazione di questioni delicatissime su eventuali abusi sessuali e maltrattamenti subiti, da parte di una persona che, tra l’altro – evidenzia – non risulta in modo certo dotata delle competenze professionali e scientifiche per esercitare l’attività di psicoterapeuta».

E si richiama quanto emerso dall’interrogatorio di garanzia, dove Foti aveva detto di avere la laurea in Lettere: «A fronte di domande incalzanti del pm sui titoli in base a cui esercita l’attività, ha addotto di avere ‘un riconoscimento ex articolo 85 per l’esercizio della psicoterapia’, nonché di aver seguito molti corsi specialistici e aver conseguito molti titoli, in ottemperanza delle leggi vigenti. Il caso – osserva il giudice – sembra rientrare nella regolamentazione della legge 56 del 1989, che ha regolarizzato le situazioni incerte fino a quell’epoca». Il giudice accenna poi al «picco statistico di presunti abusi individuati sulla base di questa tecnica, non verosimile – rimarca – che ha dato luogo all’indagine».

Due le ipotesi di reato che sono state formulate a carico di Foti, che era ricorso al Riesame contro i domiciliari. Una era la frode in processo penale e depistaggio, per la vicenda tra il 2016 e il 2017 di una ragazza che sarebbe stata da lui convinta a ricordare di aver subito abusi sessuali da parte del padre e di un giovane quand’era piccola: per questa parte c’è stato l’annullamento del Riesame perché nel frattempo la ragazzina sarebbe diventata maggiorenne e il procedimento giudiziario sui presunti abusi sessuali si è chiuso prima.

L’altra riguarda l’abuso d’ufficio, in concorso con Federica Anghinolfi, Francesco Monopoli, Andrea Carletti, Nadia Campani, Barbara Canei, Nadia Bolognini e Sarah Testa, perché avrebbe esercitato la psicoterapia a Bibbiano ricavandone guadagno, ma senza che si passasse dalla necessaria gara pubblica per l’affidamento. Per quest’ultima ipotesi di reato, il giudice ravvisa i pericoli e di reiterazione del reato e di inquinamento delle prove.

E motiva la decisione di sostituire i domiciliari, che erano a Pinerolo, con l’obbligo di dimora nella stessa località, «perché rappresenta una misura minore, ma assicura tuttavia la medesima finalità, cioè l’impossibilità di svolgere psicoterapia, e soprattutto mantenere e stringere contatti con personalità pubbliche, quali amministratori di enti territoriali, altri professionisti, assistenti sociali con la cui partecipazione potrebbe realizzare reati analoghi». Ciò alla luce del fatto che «l’attività professionale, sia sui casi oggetto del presente procedimento sia su altre persone da lui seguite con psicoterapia, veniva svolta in Emilia e in altre città, senza che risulti lo svolgimento di attività dove abita, cioè a Pinerolo».

Fonte: Alessandra Codeluppi Il Resto del Carlino 14.8.19


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