Le cause del caso Bibbiano – ValigiaBlu

Il portale di di informazione ValigiaBLu ha pubblicato questo eccellente approfondimento sui fatti di Bibbiano. Ne riproponiamo qui la prima parte che parla del ruolo degli psicologi e dei metodi di valutazione dei minori utilizzati in Italia.

Abusi sui minori, affidi, ruolo degli psicologi. Come funziona in Italia e quali sono le criticità

Fonte/credits: Claudia Torrisi e Andrea Zitelli – Valigia Blu

Il caso della vicenda di Bibbiano, al di là della questione giudiziaria che sarà decisa nel processo, può essere un’occasione per riflettere sulle criticità e per migliorare il sistema di protezione dei minori da abbandoni, abusi o violenze. In questo approfondimento abbiamo cercato di capire come funziona il meccanismo delle segnalazioni, quali sono i diversi approcci terapeutici, cosa prevede la legge sugli affidi. Il sistema così come è strutturato oggi presenta infatti alcune criticità, come la mancanza di numeri chiari sui minori dati in affido e su quanti istituti di accoglienza ci sono in Italia. Altre problematiche si riscontrano nel monitoraggio, nella vigilanza e nel controllo da parte delle autorità, ma anche sul ruolo dei servizi sociali nell’iter degli affidi o sull’allontanamento dalla propria famiglia per motivi economici (anche se la legge lo vieta).

Il ruolo degli psicologi nei casi di sospetto abuso su minori

Per capire come sia possibile arrivare a storture come quelle che sembrano essersi verificate nei servizi sociali della Val D’Enza, nel reggiano, è utile ripercorrere qual è il ruolo degli psicoterapeuti nel sistema degli affidi e quali sono le linee guida alle quali devono attenersi nel lavoro con minori che si sospetta siano stati vittime di abusi.  Innanzitutto va fatto un distinguo: da un lato, infatti, c’è il contesto clinico, e dall’altro quello forense. Quando ad esempio un insegnante o un parente notano qualcosa di strano riguardante un bambino e il suo contesto familiare, solitamente fanno una prima segnalazione ai servizi sociali. Così inizia un percorso di psicoterapia con i servizi sociali o convenzionati. In questo caso siamo nell’ambito clinico. Per intenderci: è qui che si svolgevano le sedute gestite dal Centro Studi Hansel e Gretel di cui si parla nell’ordinanza della procura di Reggio Emilia. Quando la segnalazione arriva in procura, invece, si sta segnalando un possibile reato e il contesto è quello in cui operano psicologi forensi, in supporto all’autorità giudiziaria.

Lo psicologo Corrado Lo Priore, docente a contratto in Psicodiagnostica Forense all’Università degli Studi di Padova, spiega a Valigia Blu come questa distinzione sia fondamentale per capire quali sono i problemi del sistema. Ad esempio: esistono delle linee guida che gli psicoterapeuti devono seguire? Sui giornali si è parlato molto della Carta di Noto, un documento che raccoglie le linee guida per l’indagine e l’esame psicologico dei minori, nato da un convegno tenutosi nella città siciliana nel 1996 e poi negli anni più volte aggiornato. L’obiettivo è quello di evitare al massimo i condizionamenti del minore. Nell’ordinanza del gip di Reggio Emilia sono citate le dichiarazioni di assistenti sociali della Val D’Enza che denigrano pesantemente il documento, mentre è presente in rete un commento del direttore del Centro Studi Hansel e Gretel Claudio Foti – tra gli indagati – che lo definisce un “vangelo apocrifo”.

«La Carta di Noto vale solamente nel momento in cui scatta la segnalazione giudiziaria. Si rivolge agli psicologi che si occupano della fase giudiziaria, del sostegno delle indagini, delle audizioni, delle perizie sull’idoneità testimoniale», afferma Lo Priore, secondo cui la bontà del documento «è fuori discussione. Il problema è che non si applica agli psicoterapeuti in ambito clinico i quali in realtà fanno e disfano quello che vogliono. Il codice deontologico degli psicologi non ha mai affrontato questa situazione molto particolare delle terapie sul sospetto di abuso, non sull’abuso accertato». La quantità di approcci è innumerevole. Il dottore chiarisce che ci sono tantissime scuole di psicoterapia infantile, «tutte accreditate e con orientamenti molto diversi». Gli psicologi di cui si parla nell’inchiesta di Bibbiano, spiega Lo Priore, «sono traumatologi estremisti – una scuola in crescita in questo momento – cioè convinti che la gran parte dei sintomi che si vedono nelle persone – dall’essere iperattivi ai disturbi del comportamento, dell’apprendimento, dell’alimentazione o addirittura il ritardo mentale – siano statisticamente dovute a gravi abusi, spesso sessuali». A supporto di questa teoria, aggiunge il dottore, ci sono dati falsati: «L’abuso sessuale è un fenomeno ridotto, loro invece parlano di 1 bambino su 5, il 20%. Quando uno psicoterapeuta ha in testa una sola causa per un disturbo, la va a cercare a tutti i costi. E questo è un problema di cultura diagnostica di chi lavora in questi servizi: quando dai per scontato l’abuso vanno a cercarlo, anche in buona fede». Per Lo Priore mancano in questa fase delle linee guida che obblighino gli psicoterapeuti a prendere in considerazione altre cause, e a considerare percentuali e dati ufficiali. Un altro problema è che non esiste un obbligo di far firmare un “consenso informato rafforzato” quando vengono messe in atto metodologie innovative, sperimentali o potenzialmente rischiose. Il docente spiega che, ad esempio, nel caso di Bibbiano è stata applicata la cosiddetta “terapia della memoria repressa”, «cioè l’idea che anche se il bambino non lo dice o non lo ricorda, molto probabilmente l’abuso c’è stato». È stato utilizzato il metodo EMDR – inizialmente confuso dalla stampa con l’elettroshock – che lo psicologo definisce «abbastanza controverso in letteratura internazionale anche se molto interessante», ma che è più che altro un metodo anti-trauma quando questo è sicuro, conclamato. E invece in questo caso è stato usato su bambini che il trauma non l’avevano neppure raccontato. Veniva quindi presa in considerazione una terapia off-label, ossia per uno scopo diverso rispetto a quello originariamente previsto, senza darne informazione. Né nel contesto clinico, né tanto meno in quello forense, comunque, lo psicologo ha un ruolo “investigativo”.

Come spiega su PsicologiaGiuridica.eu lo psicoterapeuta e criminologo Marco Pingitore, in ambito clinico “non possono essere accertati fatti giudiziari. Lo psicologo-psicoterapeuta o il medico-psicoterapeuta non valuta la veridicità dei fatti, la loro credibilità, ma lavora clinicamente sui vissuti del bambino eventualmente legati a quei fatti. Ma che quei fatti siano veri o falsi, non lo decide lo psicologo”. L’ambito clinico “non è un contesto giudiziario e non può rappresentare lo spazio in cui indagare o accertare presunti abusi sessuali”.

Lo psicologo clinico, dice Lo Priore, «ha doveri di cura. Il punto è che se tu non conosci la causa, non riesci a intervenire. Nella sede clinica però non c’è una ricerca di colpe, ma della causa della sofferenza». Per quanto riguarda lo psicologo forense, invece, questo viene nominato d’ufficio quando parte la segnalazione all’autorità giudiziaria. Può avere due ruoli: come consulente durante l’audizione, condotta dal giudice, «per garantire che questa sia svolta secondo dei metodi di colloquio che servono a massimizzare le informazioni e minimizzare le possibili fonti di inquinamento», spiega il docente. Il secondo è come perito, per valutare l’idoneità del minore a rendere la testimonianza. Anche in questi casi, ricorda sempre Pingitore, “non può in nessun modo esprimersi sulla veridicità dei fatti, la loro compatibilità con presunti stati di disagio psicologico, la credibilità delle dichiarazioni”. L’Autorità Giudiziaria “è l’unica preposta a stabilire se un abuso sessuale si è verificato o meno. Inoltre, lo psicologo-psicoterapeuta non può indagare o accertare presunti abusi sessuali non solo perché il contesto clinico e forense non glielo permettono, ma per un’altra semplice ragione: non ne ha le competenze”. Lo psicologo, sia in ambito clinico sia in ambito forense, insomma, “non può assumere il ruolo di investigatore né può ricevere una delega esplicita/implicita dall’Autorità Giudiziaria di validare le dichiarazioni dei bambini sui presunti fatti oggetto d’indagine”. Sul versante della psicologia forense, secondo Lo Priore, sono state fatte molte battaglie, e la situazione «è molto migliorata rispetto a 20 anni fa, ad esempio al caso Veleno, dove anche gli psicologi forensi fecero un pessimo lavoro».

La discussione è iniziata già dopo gli anni ‘70 in America, come ricorda su Vanity Fair Giuliana Mazzoni, professoressa ordinaria di Psicologia all’Università la Sapienza di Roma con esperienza di docenza negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, dopo «casi simili di accuse di pedofilia a gruppi estesi, come il Caso McMartin, nati proprio per il modo sbagliato di ‘ascoltare’ i bambini, la comunità scientifica internazionale ha preso posizione per seguire linee guida specifiche che adottano i principi del colloquio investigativo, per evitare di indurre i minori a ricordare cose non vere. La Carta di Noto ne è la versione italiana». Nella premessa all’aggiornamento del 2017 del documento, ad esempio, si legge che “gli effetti dei processi di costruzione della memoria autobiografica assumono una particolare rilevanza nei bambini, a causa della loro maggiore suggestionabilità, della loro dipendenza dal contesto ambientale e dalla difficoltà nel corretto monitoraggio della fonte di informazioni (esperienza vissuta, assistita o narrata)”. I bambini “sono sempre da considerarsi testimoni fragili” perché “educati a non contraddire gli adulti e non sempre consapevoli delle conseguenze delle loro dichiarazioni e, pertanto, propensi a confermare una domanda a contenuto implicito. Richiesti da un adulto, i bambini possono mostrarsi compiacenti e persino suggestionabili”.

Parallelamente, come spiegato dalla dottoressa Maria Grazia Calzolari su Questione Giustizia, “le Linee Guida SINPIA (Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza) e le Linee guida nazionali per l’ascolto del minore testimone (frutto del lavoro interdisciplinare di sei società scientifiche), coerentemente con i principi della Carta di Noto, riprendono e puntualizzano le buone prassi alle quali gli esperti dovrebbero attenersi nell’affrontare casi di sospetto abuso e pregiudizio ai danni di minori; nasce il Protocollo di Venezia per guidare gli accertamenti tecnici nei casi di sospetto abuso sessuale collettivo su minori”. Calzolari nota come la corretta applicazione delle linee guida non sia però “sempre sufficiente per garantire un lavoro di qualità, se non è accompagnata da un’appropriata competenza clinica”. Lo psicologo quando lavora in ambito psicoforense non può “mancare di adeguata abilità clinica. Una diagnosi corretta, accompagnata da una chiara conoscenza delle implicazioni comportamentali, relazionali e sintomatologiche del soggetto, consente di determinare ‘cosa genera cosa’ nel processo di falsificazione delle ipotesi che lo psicologo forense dovrebbe applicare. La modesta competenza clinica di alcuni periti e consulenti determina, ad esempio, il proliferare di errate diagnosi di Disturbo post-traumatico da stress (PTSD); o pone l’accento su comportamenti sessualizzati (sintomatologia aspecifica) quali indici suggestivi di esperienze sessuali subite”. Periti e consulenti, secondo la psicologa, “dovrebbero quindi vantare esperienza e formazione psicoforense specifica”, considerata “la delicatezza della materia, e le importanti ripercussioni che le rivelazioni di un minore possono avere sulla vita di tutti gli attori coinvolti − presunta vittima, indagato/imputato, familiari”. Sul punto, ad esempio, la Carta di Noto prevede che sia “necessario che gli esperti (psicologi, psichiatri e neuropsichiatri infantili) e le altre figure professionali (magistrati, avvocati, Polizia Giudiziaria) coinvolte nella raccolta della testimonianza dei minori possiedano specifiche competenze legate ad una aggiornata formazione in psicologia forense e della testimonianza”. Lo Priore definisce la Carta di Noto una «porta tagliafuoco che sta tra i servizi sociosanitari e il tribunale. Infatti quella trentina di segnalazioni che arrivarono alla procura di Reggio Emilia per abusi sessuali, poi sono state archiviate perché si vede che in procura avevano un buon consulente, e la porta tagliafuoco funziona discretamente. Nel frattempo, però, il bambino è stato condizionato, sta male, viene allontanato dalla famiglia e soprattutto si costruisce una personalità su quella storia».

Il problema principale, dunque, sta in quello che succede prima che scatti la segnalazione all’autorità giudiziaria. E talvolta anche durante: nell’ordinanza sul “caso Bibbiano” si legge come le sedute di psicoterapia avvenissero anche in parallelo alle audizioni dei minori davanti al Tribunale per i Minorenni o alle audizioni protette da parte del Pm o del Gip, dando luogo a “significative induzioni, suggestioni, contaminazioni e, in alcuni casi, una vera e propria attività preparatoria in vista di ‘ascolti’ in sede giudiziaria che interferiscono, quindi, con le diverse attività investigative/giudiziarie e che rischiano fortemente di contribuire alla costruzione di falsi ricordi”.

Com’è possibile che sia accaduto questo? Lo Priore spiega che dopo la segnalazione all’autorità giudiziaria si scontrano due principi: «Da un lato il diritto alla salute garantito dall’articolo 32 della Costituzione, nel momento in cui c’è sintomo dei bambini e stanno male c’è il riconoscimento insuperabile che possa accedere a dei trattamenti. Il problema è se sia possibile fare una psicoterapia che funzioni, nel caso di un abuso o no. Dall’altro lato la Carta di Noto dice che nel momento in cui il caso diventa una segnalazione giudiziaria dovrebbe prevalere quest’ultima, e quindi l’attività di assistenza psicologica dovrebbe avvenire dopo la testimonianza in incidente probatorio, salvo casi gravi». Questa indicazione però, secondo lo psicologo, è debole rispetto all’articolo 32 della Costituzione, anche perché spesso l’audizione arriva due, tre anni dopo la segnalazione. «Prevale il diritto del bambino a ricevere il trattamento e degli psicoterapeuti ad agire. Per questo bisognerebbe costringerli a dichiarare che tipo di psicoterapia stanno facendo e se ci sono dei rischi se poi venisse fuori che il bambino non è stato abusato. Perché potrebbe avere dei danni permanenti».

>>Continua su Valigia Blu

1 agosto 2019

Fonte/credits: Claudia Torrisi e Andrea Zitelli – Valigia Blu

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