Gli affidi illeciti di Reggio Emilia? Seguite gli psicologi – Vanity Fair

di SILVIA BOMBINO, Vanity Fair 13.7.2019

Il caso della Val d’Enza, che ricorda i casi di Rignano Flaminio e quello della Bassa Modenese, ha puntato i riflettori sul metodo «empatico» seguito da alcuni psicologi della onlus Hansel e Gretel e dei servizi sociali, a caccia di abusi. Abbiamo chiesto agli esperti di spiegarci come è potuto succedere
Reggio Emilia. Ricordi (inventati) di violenza, disegni modificati, regali di compleanno e di Natale nascosti. L’inchiesta Angeli e Demoni sugli affidi illeciti – 27 persone indagate tra amministratori, medici, psicologi, assistenti sociali – è una storia incredibile, ma non suona nuova. Ci siamo già indignati per i casi della Bassa modenese (1999, sedici bambini allontanati dalle famiglie tra Massa Finalese e Mirandola su indicazione dei Servizi sociali perché ipotetiche vittime di una rete satanica di pedofili, inesistente) o di Rignano Flaminio (2007, cinque imputati per presunte violenze avvenute in un asilo, assolti nel 2014), per fare un paio di esempi.

Vicende – e vite distrutte, nel frattempo – in cui al centro ci sono bambini presunte vittime di abuso, e adulti poi assolti dai tribunali, che rilevano errori nelle metodologie usate per raccogliere le testimonianze dei primi.

Ma in quest’ultimo scandalo c’è una novità assoluta: gli errori si sentono. Per la prima volta gli investigatori hanno potuto ascoltare l’azione di tanti addetti ai Servizi sociali prima dell’arrivo di tribunali e telecamere. Nell’ordinanza di 277 pagine che ha portato agli arresti domiciliari e agli avvisi di garanzia, i Carabinieri spiano «innocenti disegni dei bambini falsificati attraverso la mirata “aggiunta” di dettagli a carattere sessuale, abitazioni descritte falsamente come fatiscenti, stati emotivi dei piccoli artatamente relazionati, travestimenti dei terapeuti da personaggi “cattivi” delle fiabe messi in scena in rappresentazione dei genitori». E trovano decine di regali e lettere di affetto, consegnati negli anni da parte dei genitori naturali, nascosti in un magazzino e non consegnati ai piccoli.

La domanda è: perché lo hanno fatto? Secondo la Procura di Reggio Emilia, per soldi. Inizia tutto un anno fa, quando il pm Valentina Salvi si accorge che al Tribunale dei Minori arrivano troppe denunce dai Servizi sociali della Val d’Enza, denunce nella maggior parte dei casi poi archiviate. Partono così le indagini e le intercettazioni che rivelano le falsificazioni delle relazioni da consegnare al Tribunale per allontanare i bambini dalle loro famiglie e darli in affido ad amici e conoscenti, che in cambio richiedevano il compenso dell’affido. Vantaggi economici non solo per le famiglie affidatarie: la onlus Hansel e Gretel di Moncalieri (Torino) che aderisce al Cismai (il Coordinamento Italiano Servizi Maltrattamento all’Infanzia), si legge nell’ordinanza, era «affidataria dell’intero servizio di psicoterapia voluto dall’ente e dei relativi convegni e corsi di formazione, organizzati in provincia», contemporaneamente alcuni dipendenti dello stesso ente «hanno ottenuto incarichi di docenza retribuiti nell’ambito di master e corsi di formazione tenuti sempre dalla onlus». Si usano i bambini per «un giro d’affari di centinaia di migliaia di euro», scrivono i Carabinieri.

«I soldi sono un punto, ma non spiegano tutto», dice Pablo Trincia, giornalista autore dell’inchiesta Veleno (sul caso dei pedofili della Bassa modenese, un podcast e ora un libro per Einaudi), che in quest’ultimo caso vede un «Veleno 2». «È sempre la stessa storia: alla base c’è una guerra tra psicologi. Una fazione sostiene che negli incontri con i minori vada seguita la Carta di Noto, un approccio scientifico, senza risposte chiuse, senza domande suggestive; un’altra preferisce l’“approccio empatico”. Quello che è venuto fuori dalle intercettazioni», quello del Cismai.

Nell’ordinanza si legge uno scambio in cui la Carta di Noto, cioè il protocollo con le linee guida per tutti gli esperti che hanno a che fare con testimoni minori in caso di presunto abuso, viene definita da uno degli psicologi implicati «una roba scritta da quattro pedofili». «Dopo che in America, sin dagli anni ’70, ci sono stati casi simili di accuse di pedofilia a gruppi estesi, come il Caso Martin, nati proprio per il modo sbagliato di “ascoltare” i bambini, la comunità scientifica internazionale ha preso posizione per seguire linee guida specifiche che adottano i principi del colloquio investigativo, per evitare di indurre i minori a “ricordare” cose non vere. La Carta di Noto ne è la versione italiana», spiega Giuliana Mazzoni, professore ordinario di Psicologia all’Università la Sapienza a Roma e una ventennale esperienza di docenza negli Stati Uniti e in Gran Bretagna.

«Prima del problema metodologico, comunque, c’è una teoria sbagliata», interviene Corrado Lo Priore, docente a contratto di Psicodiagnostica forense all’Università di Padova. «Se si hanno seri indizi che ci sia un abuso, le parole del bambino diventano più importanti come testimonianza di un reato grave piuttosto che come materia per sedute di psicoterapia. Bisogna cedere il passo alla Procura, non “preparare” i testimoni. Tuttavia alcuni psicoterapeuti e associazioni seguono una teoria secondo cui alla base dei segni, o sintomi clinici, o difficoltà che presenta il minore, ci sia sempre un trauma, in particolare un abuso sessuale, da indagare e fare emergere. Di conseguenza, si finisce per cercare prove alla propria tesi e ignorare tutte le altre possibili cause».

Alcuni dei minori coinvolti, si legge nell’ordinanza, erano affetti da epilessia, discalculia, problemi di motricità, sbalzi d’umore, «dettagli» che non vengono riferiti nelle relazioni. «In Inghilterra, agli inizi degli anni ’90, c’è stata una escalation di denunce a seguito di una serie di seminari di sensibilizzazione per genitori, insegnanti e assistenti sociali, sull’abuso su minori, fatti da un gruppo di cosiddetti esperti», continua Mazzoni. «Veniva detto agli adulti presenti di notare nei bambini i sintomi specifici dell’abuso, che non esistono. Notavano invece insonnia, aggressività, disturbi alimentari, cioè sintomi di disagio, per esempio quando una madre torna ad avere un lavoro a tempo pieno, e li segnalavano».

Continua Lo Priore: «Le alterazioni del neurosviluppo nei primi anni di vita sono centinaia di volte più frequenti dell’abuso sessuale, non si possono sempre correlare a esso. Questa indagine mi ricorda la parabola dello psicanalista Bruno Bettelheim, che negli anni ’60 formulò la teoria agghiacciante della “madre frigorifero”, cioè che bastasse una freddezza relazionale del genitore primario per far scatenare l’autismo, che oggi noi spieghiamo sulla base di aspetti di tipo neurocongenito. Purtroppo la formazione degli psicoterapeuti è molto approfondita su tutto ciò che è il trauma e molto debole sulle neuroscienze e la neuropsicologia».

La manipolazione mentale funziona. «Alcuni degli ex ragazzi di Veleno sono convinti di avere ucciso nei cimiteri», spiega Trincia. «E lo ribadiscono oggi, anche se le carte, non io, dicono che quegli omicidi non sono mai avvenuti». Ma è possibile manipolare la mente di un bambino fino a fargli confessare atroci abusi? «La ricerca ha dimostrato che il rischio di falsi ricordi è presente e non ipotetico. Una ricerca degli anni ’90, negli Stati Uniti, ha analizzato i casi di 12 mila bambini che riferivano abusi con coloritura ritualistica-satanista: sono stati tutti sconfermati», dice Lo Piore. «I bambini vanno ascoltati, ma non sempre creduti. Quello che i bambini raccontano dipende fortemente dal contenuto delle domande, e dal modo in cui vengono poste», aggiunge Mazzoni. «Dopo insistenze e ripetizioni delle domande cedono, e quindi spesso va a finire che riportano i contenuti che l’adulto suggerisce».

 

7 cose che non si dovrebbero MAI fare nel colloquio con i minori

1 Mai assumere a priori una sola ipotesi che diventa quindi una tesi che ha semplicemente bisogno di qualche elemento per essere confermata vera. Occorre invece predisporre un ventaglio di ipotesi che possono spiegare i comportamenti o le situazioni strane, e vagliarle tutte.

2 Non bisogna usare forme di minaccia, coercizione.

3 Non bisogna usare forme suggestive (che inducono risposte che il bambino spontaneamente non dice), come suggerire contenuti, fare pressioni, dare feedback. Per esempio: «Bravo, hai detto bene», oppure: «Ma come, so che dici bugie», oppure: «Ma il tuo amichetto mi ha detto una cosa diversa, non mentire, dimmela anche tu», o dire: «Sono amica della tua mamma».

4 Insistere con le stesse domande, o insistere con il farsi ripetere le risposte.

5 Dire che chi fa le domande sa già tutto, e basta che il bambino confermi.

6 Raccontare cose non vere, chiedere al minore di immaginare.

7 Porsi in modo per cui il bambino scambia il livello della fantasia/gioco/immaginazione con la realtà.

 

Fonte/Credits SILVIA BOMBINO, Vanity Fair 13.7.2019

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