Luca: non vuole più vedere il padre. Perchè?

Una storia come tante, raccontata da un sito di informazione locale. Un bambino di 7 anni non vuole più incontrare il padre.

Luca aveva 2 anni quando i suoi genitori si separarano. Ora dopo una serie di vicende giudiziarie e vari interventi di sostegno coordinati dai servizi sociali non vuole più vedere il padre. Le autorità che si occupano di questa vicenda ritengono che la causa del rifiuto di Luca sia l’atteggiamento della madre che nel tempo lo ha condizionato a fargli rifiutare il padre. Ma fatta la diagnosi, manca una terapia, una soluzione del problema. Il padre non sa più a che santo votarsi e ha scritto una lettera al ministro della Giustizia.

Italia, AD 2017. Quanti anni dovranno ancora passare prima che si individuino soluzioni efficaci per le migliaia di storie come questa?

Ostia, Luca, 7 anni, la madre gli nega di frequentare il padre: “Ministro mi aiuti”

Nonostante le sentenze del Tribunale la donna impedisce il rapporto tra padre e figlio. Sanzionata anche un’assistente sociale

31-7-17 — Nonostante tre sentenze del Tribunale, da sette mesi non riesce a vedere il figlio e per cinque anni è riuscito a farlo solo sporadicamente e in presenza degli assistenti sociali, una delle quali è stata ammonita dal proprio ordine professionale per “comportamento altamente scorretto”. E’ la sintesi della battaglia che un padre di Ostia sta conducendo con la mamma di suo figlio di 7 anni che gli nega la possibilità di vederlo, frequentarlo, educarlo.

(Fonte:http://www.ilquotidianodellitorale.it) 

Quel padre per ottenere il riconoscimento del diritto alla “bigenitorialità” del figlio, come ultima spiaggia si è rivolto al Ministro della Giustizia, Andrea Orlando.

“Gentile Ministro – scrive questo padre disperato – nella stagione in cui le persone si preparano al meritato e giusto periodo di riposo e spensieratezza, ce ne sono tante, mamme e papà, che da anni non lo fanno con i propri figli, anzi non riescono neanche a vederli o frequentarli, perché ostacolati dell’altro genitore. Questo accade nonostante si abbia, in primo grado, in appello, ed al Tribunale dei Minori, avuto riconosciuta la possibilità di vedere e tenere con sé i propri figli o per meglio dire, dare ai bambini la possibilità di accedere liberamente alla ‘bigenitorialità’ di cui hanno diritto”.

La battaglia che il papà sta combattendo in nome del figlio, che chiameremo con il nome di fantasia Luca, è cominciata a ottobre del 2012, quando si interruppe la relazione con la mamma del bambino, che allora aveva due anni. Un anno dopo la donna si rivolgeva al Tribunale per l’affidamento e il mantenimento del bambino e veniva disposto il collocamento presso la madre, con limitazione della responsabilità genitoriale di entrambi i genitori alle questioni di ordinaria amministrazione, rimettendo le decisioni più importanti per la vita del minore relative a sport, istruzione e salute al servizio sociale affidatario sentiti i genitori; modulava il diritto di visita del minore con il padre, prevedendone una regolare frequentazione. Una decisione contestata dalla signora che non solo impediva al figlio di vedere il padre ma presentava ricorso alla Corte d’Appello.

I giudici attivavano i Servizi sociali per adottare incontri protetti e disponevano una serie di perizie dalle quali risultava non solo che al padre era stato negato di vedere il figlio ma anche che “con relazione pervenuta il 13 marzo 2015 i servizi sociali riferivano l’aggravarsi delle condizioni psichiche del bambino nonché la persistente conflittualità fra i genitori necessitante di un percorso di terapia familiare ed individuale non intrapreso dalle parti per la sfiducia manifestata dalla mamma delle figure professionali dei centri consigliati”.

Secondo la Corte d’Appello, ancora, “al padre nessuna colpa può essere addebitata in relazione al comportamento del figlio, al suo atteggiamento di rifiuto, giungendo al punto da non volere nemmeno entrare presso il centro dove avrebbe dovuto incontrarlo. Né tantomeno la madre ha addebitato al padre un effettivo comportamento pregiudizievole“. Afferma la Corte d’Appello che “la madre non ha in alcun modo favorito il rapporto del figlio con il padre ma lo ha ostacolato in modo cosciente e volontario ed in vero contravvenendo alle disposizioni del tribunale ha impedito per mesi al figlio di incontrare il padre. La sua condotta si è sostanziata in una gravissima compromissione dei rapporti affettivi padre figlio facendo peraltro vivere a quest’ultimo gli incontri protetti non quale occasione di recupero della figura paterna ma quale di obbligo costrizione“.

Sottolinea la Corte d’Appello che “emerge dalle relazioni dei servizi sociali e del centro famiglia, le quali confermano quanto emerso in sede di CTU, lo stato di grave disagio del minore e l’invischiamento in un conflitto in cui la madre ha avuto la possibilità di acquisire l’alleanza del figlio. Il rifiuto del minore, secondo la Corte d’Appello, non può avere altra origine; Luca non si sente libero di stare con il padre: se va dal padre perde l’amore della madre. Il problema centrale non è nella relazione tra Luca e il padre ma tra la madre e il figlio”.

In tutto questo, a luglio 2015 succede che viene incaricata un’assistente sociale del X Municipio per seguire la vicenda e favorire gli incontri tra bambino e papà. Questa figura professionale, però, adotta dei comportamenti che l’Ordine degli Assistenti Sociali l’8 maggio 2017 sanziona con un ammonimento per violazione dell’art. 14 del codice deontologico per “comportamento altamente scorretto”. Adesso, in attesa di un nuovo pronunciamento da parte del Tribunale dei Minorenni, il papà di Luca, disperato, chiede l’intervento del ministro Orlando. Le sentenze emesse prima del Tribunale poi della Corte d’Appello, non trovano applicazione e la distanza tra il padre e quel bambino di 7 anni cresce a dismisura anche in ragione dell’atteggiamento della madre che “ritiene che il figlio possa fare a meno del padre, non ne abbia bisogno”.

Fonte: http://www.ilquotidianodellitorale.it

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