Alienazione parentale: cosa fare

Richard Gardner affrontò già nel 1999 il problema del che cosa fare nei casi di alienazione parentale.

Il primo punto da affrontare è quello della gravità dell’alienazione del bambino. Non è un caso che l’articolo pubblicato da Gardner nel 1999 si intitoli Family Therapy of the Moderate Type of Parental Alienation Syndrome, perchè ben diversa è la situazione dei casi in cui il minore mantiene contatti se pure minimi col genitore rifiutato (alienazione parentale intermedia), rispetto ai casi in cui ogni contatto ormai è cessato (alienazione parentale grave).

Quindi la terapia sui minori nei casi di alienazione parentale moderata o intermedia era già praticata da Gardner negli anni 90. Lo stesso Gardner tuttavia non aveva esitazione a suggerire per i casi di alienazione parentale grave la rinuncia a qualsiasi tipo di psicoterapia se il minore alienato non fosse stato prima allontanato dal genitore alienante.

Dopo la morte di Gardner il problema del trattamento dell’alienazione parentale è stato affrontato da Richard A. Warshak in vari articoli (si veda in particolare la traduzione italiana di Family Bridges del 2010). Anche Warshak non ha alcuna esitazione nel prescrivere l’allontanamento dal genitore alienante nei casi di alienazione parentale grave. Anzi non fa mistero del fatto che la terapia sui minori alienati gravi in assenza della cessazione dei contatti con il genitore manipolatore può essere in molti casi controproducente, cioè può rinforzare il rifiuto del figlio ad ogni contatto col genitore alienato.

Ma le pratiche che hanno avuto successo negli Stati Uniti, si possono riproporre anche da noi in Italia? Non mancano i pareri su questo tema. Il testo che suggeriamo di consultare è Buone Prassi Giudiziarie e Psicosociali in Favore della Bigenitorialità e di Contrasto all’Alienazione Parentale pubblicato dal portale specializzato alienazioneparentale.it. Anche gli autori di questo documento non si nascondono dietro al paravento del gradualismo e della moderazione e mettono in chiaro che per i casi gravi di alienazione parentale la premessa necessaria di ogni intervento risolutivo è l’allontanamento del minore dal genitore che lo sta manipolando.

L’inversione della residenza abituale del bambino è senza dubbio il provvedimento più incisivo, da adottare tempestivamente quando gli accertamenti effettuati dimostrino che i comportamenti alienanti del genitore collocatario abbiano un carattere non contingente ma strutturale.
Eventualmente, nei casi di alienazione parentale più complessi, potrebbe risultare necessario un trasferimento provvisorio del minore in una struttura protetta (cfr. punto 6). Durante questo periodo saranno avviati gli incontri protetti in spazio neutro con il genitore non collocatario (cfr. punto 7). Quando il provvedimento comporta il cambio di scuola per il minorenne, ove possibile, sarebbe bene eseguirlo al termine dell’anno scolastico o in un periodo di vacanza. [Buone prassi…]

Marco Pingitore ha scritto una breve guida nella forma a domande tipica delle checklist professionali intitolata FAQ Interventi nei Casi di Alienazione Parentale che parte dall’assunto che il primo intervento da valutare è quello dall’allontanamento, da praticare o con il collocamento immediato presso il genitore rifiutato, oppure con il collocamento in una struttura per minori per un periodo transitorio. Anche in un altro documento dello stesso tenore intitolato 10 Domande sugli Interventi Psicosociali nei casi di Alienazione Parentale  lo stesso Pingitore affronta la tematica soppesando i pro e i contro degli interventi psicosociali, compreso l’allontanamento del minore dal genitore manipolatore.

Sugli interventi in Italia, purtroppo, siamo all’anno zero. Nel nostro Paese gli interventi psicosociali nei casi di conflitto familiare risultano estremamente difficili da realizzare, sia per la scarsa presenza di risorse sul territorio, sia per la scarsa preparazione di molti professionisti che non sono addestrati su come intervenire in questo genere di casi. L’intervento più efficace nei casi di alienazione parentale è invertire la residenza privilegiata del minore: se risiede con il genitore alienante allora potrebbe essere risolutivo un immediato cambio di casa, trasferendolo presso l’altro in un regime almeno di residenza alternata. Tuttavia questa soluzione non è sempre praticabile, specie, come detto, se il minore è un adolescente che con forza chiede di rimanere a casa del genitore alienato con cui ha instaurato una relazione adesiva. Pensiamo anche ai casi in cui il bambino non può essere trasferito nella residenza del padre poiché su quest’ultimo pende l’accusa (da dimostrare) di violenza sessuale nei confronti del figlio.
In quest’ultimo caso una soluzione, la più drastica, potrebbe essere quella di trasferire temporaneamente il minore presso una struttura dedicata in cui poter effettuare visite protette con entrambi i genitori, mentre nei casi in cui il minore sia adolescente, si potrebbe prendere in considerazione l’ipotesi di lasciare invariata la residenza, nonostante sia quella del genitore alienante, per ridurre al minimo il rischio di provocare danni su danni.
Oltre a questa tipologia di interventi, vi è la possibilità di intervenire tramite programmi specifici di recupero dei rapporti genitori-figlio che in questa sede sarebbe troppo oneroso illustrare. Intervenire tramite incontri protetti tra genitori e figlio in spazio neutro appare una delle soluzioni più frequenti, a patto che siano gestiti da personale qualificato e non improvvisato.
Sul piano giudiziario sarebbero comunque da privilegiare i provvedimenti di tutela inibitoria, o di coercizione indiretta, sanzionando da punto di vista amministrativo e/o penale in genitore inadempiente. Se applicati con la dovuta tempestività questi provvedimenti sono spesso in grado di evitare il radicarsi di una condizione di alienazione. [10 domande a Camerini, Pingitore, Lopez]

Vedi anche:

 

 

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