Assolto dall’accusa di molestie sulle alunne. Era suggestione collettiva.

L’insegnante arrestato nel 2014 e incarcerato dopo le accuse di quattro alunne. Per i giudici colpa di voci, equivoci ed errori

(www.corriere.it) 26.5.17 MILANO – Quasi quasi, alla fine, il meno restano i 19 giorni a San Vittore nel raggio degli arrestati per reati sessuali, e i successivi altri 11 mesi ai domiciliari fino allo scadere della custodia cautelare: il meno, in confronto all’accusa di aver approfittato della propria condizione di docente di arte alla scuola media Manzoni di Milano per toccare il fondoschiena, accarezzare le cosce o sfiorare l’inguine di 4 alunne di I e III media. Una «violenza sessuale» dalla quale il Tribunale ha assolto «con formula piena perché il fatto non sussiste» il professor Maurizio Minora, ritenendolo vittima di una «suggestione collettiva»: innestatasi da un lato sulla sua dichiarata propensione a «un atteggiamento fisico e affettuoso sia con i maschi sia con le femmine» (come pacche sulle spalle o sculacciate per farli rientrare in classe), e dall’altro su «voci incontrollate e destituite di ogni fondamento» che di bisbiglio in bisbiglio lo volevano gay, poi pedofilo, poi già denunciato in passato, poi persino violentatore del proprio figlio, o egli stesso abusato da piccolo. La Procura della Repubblica, che aveva chiesto la condanna a 2 anni e 6 mesi, non ha impugnato l’assoluzione, e nemmeno la Procura Generale. L’assoluzione è dunque definitiva, al pari che per l’insegnante di sostegno Ripalta Izzi, per la quale erano stati chiesti 2 anni nell’ipotesi avesse saputo delle molestie ma non le avesse impedite.
Per i giudici Giovanna Ichino, Anna Zamagni e (estensore) Alessandro Santangelo, i denunciati «atteggiamenti sessualmente molesti non trovano riscontri in terze persone, ma solo nelle reciproche» (e «in più punti contraddittorie e/o inverosimili») dichiarazioni delle quattro ragazze, «che non può sottacersi fossero legate da relazioni psicologiche molto complesse»: ad esempio una «psicologicamente succube» della sua migliore amica, o un’altra vittima di bullismo. La ragazza-capogruppo avrebbe dunque cominciato «ad attribuire agli atteggiamenti fisici e affettuosi, da sempre tenuti dal professore, una connotazione sessuale che in realtà non avevano affatto, influenzando le persone a lei più vicine per trovare conferma al suo erroneo vissuto soggettivo». Tra le incongruenze (valorizzate dai difensori Tiziana Bellani, Gabriele Fuga e Guido Camera), anche il fatto che due ragazze datassero alcune molestie in epoca successiva all’installazione di telecamere che nulla avevano invece mostrato (e non per la presunta fuga di notizie ipotizzata dai vigili a carico della preside, da ciò assolta già nel 2015 dal gup).
A detta dei giudici la «suggestione collettiva», scaturita da una lettera scritta da una ragazza sul tema della rabbia alla fine di un laboratorio teatrale scolastico, sarebbe peraltro debordata pure in alcuni atti di indagine: come l’informativa nella quale la polizia locale il 30 maggio 2014 rappresentava al pm Gianluca Prisco e al gip Luigi Gargiulo che le 4 ragazze si erano presentate alla preside lamentando non (come nel reale contenuto delle dichiarazioni) che tutte e quattro avessero detto di sapere che una fosse stata toccata nel fondoschiena quel giorno, ma che il professore avesse «toccato a tutte e quattro il fondo schiena»: circostanza, rimarca invece il Tribunale, «smentita dalle stesse» ragazze, giacché tre in sede di incidente probatorio» nel novembre 2014 «non riferivano affatto di essere state palpeggiate in quel frangente». Frutto di un equivoco pare essere stata anche la domanda posta all’appena arrestato docente, dalla quale – stando alla trascrizione – sembrava esistere la conferma di una ragazza testimone oculare di uno degli episodi denunciati da una compagna: ciò non poteva invece essere, perché la presunta teste oculare non era mai stata interrogata dalla polizia locale prima dell’arresto dell’uomo il 5 giugno 2014, mentre lo sarebbe stata solo il 14 giugno, peraltro non confermando la scena di cui la si asseriva teste.

Luigi Ferrarella

http://milano.corriere.it/

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