Bassa Modenese: cronaca di un processo diabolico – Emanuele Boffi

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Fonte/Credits: http://www.tempi.it

(21-12-2014) Questa è la storia di un processo diabolico, dove però il Diavolo non s’era acquattato dove tutti indicavano. È la storia che per circa diciassette anni ha coinvolto le comunità cattoliche della Bassa Modenese, trasformate da tribunali, servizi sociali e giornali in postriboli mefistofelici dove congreghe di insospettabili, all’interno di comunità cattoliche ignare o conniventi, compivano i più atroci delitti a danno di innocenti bambini: picchiati, abusati, tumulati vivi e persino uccisi. La vicenda si è conclusa il 4 dicembre scorso, con l’assoluzione di Delfino e Valeria Covezzi, ma non senza lasciare dietro di sé un’impressionante scia di morti, suicidi, rovine.

La storia inizia a maggio 1997 quando, all’interno di una famiglia disagiata di Massa Finalese, si sospetta siano avvenuti degli episodi di abuso. Il padre e il figlio da poco maggiorenne sono arrestati e condotti in carcere con l’accusa di pedofilia. La famiglia è da tempo assistita dai servizi sociali della zona. Già sfrattati nel 1993, hanno dovuto sottostare alle indicazioni dell’Usl di Mirandola che ha consegnato i due figli minori, un maschietto, D., e una bambina, ad alcune famiglie affidatarie. I due piccoli, solo di tanto in tanto tornano nella casa dei genitori ed è durante uno di questi periodi che D. racconta, prima alla madre affidataria e poi alla psicologa del servizio sociale, Valeria Donati, che il fratello «fa dei dispetti sotto le lenzuola alla sorella». Dopo una serie di colloqui con la Donati – alla sua prima esperienza professionale dopo la laurea – i racconti del piccolo si fanno più tenebrosi chiamando in causa padre e fratello in vicende di abuso. Così, il 17 maggio 1997 i due sono condotti nel carcere di Sant’Anna in Modena per ordine del pm Andrea Claudiani.

La famiglia è seguita anche da un sacerdote della zona, don Giorgio Govoni, parroco di Staggia e San Biagio, da tutti conosciuto come il “prete camionista”. Don Govoni camionista lo è per davvero. Persona di umili origini, ha svolto quella professione per non gravare economicamente sulla famiglia. In quegli anni don Giorgio si occupa, per conto della diocesi, di famiglie difficili come quella di Massa Finalese, di cui conosce il padre, che va a trovare in carcere, il figlio maggiore, cui trova un avvocato, la madre e la figlia, che ospita in parrocchia. L’unico che non conosce è il figlio minore, che non ha mai visto, ma che sarà, involontariamente, all’origine dei suoi guai. Perché “involontariamente?”. Perché con il piccolo D., così come per tutti i protagonisti di questa vicenda, sarà applicata la tecnica dello “svelamento progressivo”. In sostanza si ritiene che il minore vittima di abuso rivelerà pian piano la sua storia e che quindi sia necessario farlo parlare il più possibile. Ma nel caso della Bassa, tale tecnica giungerà a punte paradossali e deleterie, con bambini sottoposti a interrogatori ripetuti e massacranti atti a far loro dire non la verità, ma quel che gli adulti che li interrogano si attendono che essi rivelino. Accadrà così che le loro fantasie grandguignolesche saranno scambiate per reali e, in mancanza di riscontri fattuali, tanto peggio per la realtà. È il processo dello svelamento progressivo che conta, quand’anche esso sia grottesco e inverificabile. Secondo punto importante: i colloqui fra i bambini e le assistenti sociali di Mirandola saranno sempre riferiti da queste ultime. Non esistono appunti né registrazioni, ma solo le parole riportate dalle assistenti, tutte legate all’associazione Cismai, al pm.

Il cimitero dell’orrore
Col passare dei mesi, il piccolo – che è da tempo lontano dai genitori – inizia a coinvolgere nei suoi racconti sempre più persone. Narra in maniera confusa di abusi e violenze sadomaso, di fotografie e filmini pornografici, di pestaggi cui i minori sono obbligati dai pedofili. Secondo le prime ricostruzioni ad essere coinvolti dovrebbero essere sette uomini e un numero non precisato di bambini. In seguito a queste notizie il 15 luglio 1997 il pm Claudiani chiede il rinvio a giudizio per sette persone. Una delle donne coinvolte, disperata, si suicida lasciando solo un biglietto: «Sono innocente». Un altro muore di crepacuore. I giornali parlano di «losco giro», «giochi sessuali», «conferme degli abusi nei filmini». Di filmati, in realtà, nemmeno l’ombra. Tra il 14 gennaio 1998 e il 10 aprile 1998 si svolge il cosiddetto processo “Pedofili 1” in cui sono condannati sei imputati, tra cui i genitori del bambino. In tutto, vengono comminati 56 anni di carcere. Alla sentenza Claudiani dichiara: «È stato difficile convincersi che cose del genere potessero accadere».

Mentre il primo processo si svolge, l’inchiesta si allarga sempre secondo le modalità descritte. I bambini rivelano alle assistenti sociali i loro confusi incubi, il pm indaga. I disagi di ogni bambino della Bassa che vive in situazioni di difficoltà sono interpretati secondo la chiave dell’abuso. E se c’è stato un abuso, deve esserci per forza anche un orco: si tratta solo di trovarlo. In quei mesi, assistenti sociali, genitori affidatari e pm non sembrano far altro che dare un nome e un volto ai diavoli descritti dai bambini. Ad esempio, D. racconta di un “medico” o un “sindaco” che officia i macabri riti della setta di genitori in alcuni cimiteri della zona. Col passare del tempo e degli interrogatori tali riti diventano Messe nere in cui i bambini sono picchiati e costretti a travestirsi da vampiri e tigri e bere il sangue per «trasformarsi in figli del Diavolo». D. (o le interpretazioni degli interroganti?) riferisce che il cimitero è quello di Massa Finalese e che il medico o sindaco si chiama Giorgio e «porta le scarpe coi tacchi». È solo in base a queste notizie e per pura associazione di idee che si arriva a determinare il 12 settembre 1997 che tale persona è un prete. Il 13 settembre la notizia è sui giornali: “Pedofilia, nella banda anche un sacerdote”.

Don Govoni non è indagato in questo procedimento, ma ci mette poco a capire che i sospetti ricadono su di lui. Il 14 settembre, al termine della Messa domenicale, legge ai propri parrocchiani un messaggio: «È l’ora delle tenebre per me e per tutti voi. Mentre mi preparo con fede a ricevere i sassi e gli sputi di tanti, sono preoccupato per voi affinché non vi sentiate traditi e disorientati». Don Giorgio respinge tutte le illazioni, difendendo il suo operato: «Continuerò a fare ciò che ho sempre fatto, conscio che nel fare un po’ di bene per il Cristo, esistono rischi reali. State uniti e attenti a come Dio opera attraverso gli avvenimenti: prima le tenebre e poi la luce, prima la croce e poi la resurrezione. Pregate per me che non abbia a vacillare nella mia fede».

Le comunità parrocchiali non dubiteranno mai di don Giorgio, anche quando tribunali, sentenze e giornali scriveranno che è un pedofilo satanista. Il suo vescovo e i suoi fedeli, che lo conoscono, non metteranno mai in dubbio che egli sia innocente. Al contrario, gli inquirenti rimarranno sempre certi della sua colpevolezza, anche quando, come accadrà più avanti, il bambino che lo accusa lo riconoscerà in ogni dove. Affidato a una famiglia nel Mantovano, D. affermerà che don Govoni è venuto a minacciarlo a scuola in compagnia del vescovo di Cremona. In un racconto che avrà tre versioni diverse, il piccolo affermerà che il sacerdote ha tentato di rapirlo durante l’ora di pausa pranzo scolastica. In combutta con la maestra Rita Spinardi («sua fidanzata»), don Giorgio lo avrebbe rapito, portato al cimitero (o al ristorante o in un bagno), picchiato, riportato a scuola. Senza che nessuno se ne accorgesse. Per questa accusa il tribunale di Modena condannerà Spinardi a due anni di carcere.

I racconti dei bambini
Don Giorgio Govoni non è imputato, ma è già colpevole, come diventa noto il 30 giugno 1998 quando vengono rese note le motivazioni della sentenza. Lì viene messo nero su bianco che quel «Giorgio sindaco» individuato dal bambino come suo violentatore nel Natale 1997 è «null’altro che un prete». Il fatto che don Govoni porti «gli occhiali e le scarpe con i tacchi» fa «ritenere con elevata probabilità la corrispondenza tra il Giorgio indicato da D. e don Giorgio Govoni, parroco di Staggia». Come se non bastasse, poiché si è detto che la madre suicida vent’anni prima si prostituiva «è ben possibile» che il prete camionista l’abbia potuta incontrare in un bar della zona intrattenendo con lei «frequentazioni (sia pur non abituali)».

In quegli anni l’obiettivo della procura è uno solo: trovare le prove per incastrare il parroco. Come confiderà lui stesso agli amici: «Chi si mette contro la procura, diventa un pedofilo». Le prove? Un optional. La canonica di don Giorgio sarà perquisita, il suo computer esaminato. Non sarà trovato nulla di quel che si cercava: materiale pedopornografico. Il sacerdote dovrà confessare di essere diabetico e quindi impotente. E di non portare mai scarpe coi tacchi.

Le uniche verità ammesse saranno quelle raccontate dai bambini sottratti alle famiglie: Messe nere, vangeli bruciati, ostie profanate. Piccoli «lanciati in aria e lasciati cadere per terra» da adulti sadici. Minorenni costretti a pugnalarsi al cuore dopo essere rimasti sepolti in finte bare. Orge in cui il sangue scorre a fiumi su tombe, uncini e ganci di ferro. E poi bambini prelevati in pieno giorno dai giardinetti pubblici, fatti a pezzi e gettati nel fiume Panaro. Padri che seviziano figli davanti a madri consenzienti.

Tutto questo senza che nessuno – custodi di cimiteri, insegnanti, semplici cittadini – né di giorno né di notte si sia accorto di nulla. Il fiume, fatto dragare dal pm con grande dispendio di soldi pubblici, porterà alla luce solo un teschio appartenente a un soldato caduto in una guerra mondiale.

Eppure quando il sacerdote, con altri sedici imputati, sarà rinviato a giudizio il primo aprile 1999 (è il cosiddetto processo “Pedofili bis”), riceverà grandi attestati di solidarietà. Il vescovo di Modena, monsignor Benito Cocchi, celebrerà con lui una Messa a Staggia. Consigli comunali e parroci della zone non esiteranno a scrivere appelli in sua difesa. Il processo procederà secondo un canovaccio assurdo e dando credito alle fantasie più grottesche. Si sosterrà che sia stata usata una ghigliottina nel cimitero per decapitare i bambini. Dov’è? Chi l’ha vista? Come l’hanno portata lì? Sono domande la cui risposta non interessa a nessuno.

Intanto era stata coinvolta un’altra famiglia stimatissima della zona: i Morselli. A causa delle accuse di una bambina, sofferente già di gravi disturbi psicologici e sottratta ai genitori, saranno coinvolti nella vicenda anche i suoi zii Delfino Covezzi e Lorena Morselli. A loro, il 12 novembre 1998 erano stati portati via i quattro figli, tutti minorenni. Delfino e Lorena, inizialmente, saranno accusati solo di omessa vigilanza: non si erano accorti che, durante la notte, i figli venivano prelevati dagli zii e dal nonno per i soliti sabbah cimiteriali. La loro casa, perquisita alla ricerca di materiale pedopornografico, porterà gli inquirenti a scrivere a verbale che l’unica rivista trovata fra le mura domestiche era Famiglia cristiana. I bambini, sempre nelle mani dei soliti assistenti sociali, col passare dei mesi, inizieranno a raccontare le cose più incredibili. Una delle figlie di Covezzi racconterà di aver subito dagli zii Emidio e Giuseppe e dal nonno Enzo, aiutati da don Govoni, abusi con una frasca nel parchetto adiacente la scuola.

Per questo racconto Emidio e Giuseppe saranno incarcerati per cinque mesi ed Enzo messo agli arresti domiciliari. Mentre il ginecologo del pm, Cristina Maggioni, assicurerà che la bambina è stata abusata centinaia di volte, perizie successive accerteranno la verità: è vergine.

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Il 16 maggio 2000 nella sua requisitoria finale il pm Claudiani indicherà in don Govoni la figura di riferimento della rete dei pedofili. Per lui chiederà 14 anni di carcere. Due giorni dopo, nello studio del suo avvocato Pierfrancesco Rossi, don Govoni avrà un attacco di cuore fulminante. Nella sua ultima (e unica) intervista pubblicata il 20 maggio sul Resto del Carlino, ribadirà la sua innocenza, dicendo che «la vita è piena di prove. Ci vuole pazienza e fede. Guai se non avessi il buon Dio che mi sostiene».

Il buon Dio lo sosterrà in maniera evidente nel giorno del suo funerale, il 22 maggio, quando saranno celebrati in suo onore quattro riti funebri: a San Biagio, Staggia, Dodici Morelli e nel Duomo di Modena, celebrante il vescovo Cocchi, altri tre vescovi, centinaia di sacerdoti, migliaia di fedeli.

Ma tutto, a dispetto di nessun cadavere, foto, filmino, arma ritrovata, nessun abuso certificato, andrà come era scritto che andasse. Anzi, peggio. Il 5 giugno 2000 il tribunale comminerà pene più dure di quelle richieste dall’accusa per un totale di 157 anni di carcere. Don Govoni non sarà condannato solo perché defunto e sarà liquidato con la formula «non doversi procedere per morte del reo». Ma nelle motivazioni della sentenza egli sarà chiaramente indicato come il capo della setta e «fidanzato» della maestra Spinardi. Non solo. Nelle motivazioni depositate il 2 dicembre 2000 si potrà leggere che, sebbene «non risulti accertato se si sia trattato di violenze rituali effettive o simulate», tuttavia questo «è necessario ai fini della integrazione degli elementi costitutivi della fattispecie di reato contestato».

Il giorno della condanna, le campane di tutte le chiese della Bassa suoneranno a lutto. Ancora una volta, i suoi parrocchiani non lo abbandoneranno. Nel primo anniversario della sua scomparsa, quando ancora su di lui pendeva l’onta dei suoi crimini, faranno porre nella chiesa di San Biagio una lapide con sopra scritto: «Vittima innocente delle calunnie e della faziosità umana, ha aiutato assiduamente i bisognosi. Non si può negare che egli, accusato di crimine non commesso, sia stato vinto dal dolore».

Il ritardo della giustizia
Negli anni successivi, nuove sentenze di tribunali sono andate a correggere questi allucinanti abbagli. La Corte di appello di Bologna nel marzo 1999 e la Cassazione nel settembre 2000 hanno confermato le condanne del “Pedofili 1” solo per abusi in ambito domestico, ma non per i fatti cimiteriali. Nel processo bis (quello di don Govoni) l’appello nel luglio 2001 ha riabilitato la figura del sacerdote, scagionandolo da qualsiasi malaffare (compreso il fidanzamento con la maestra Spinardi, che è stata assolta). Sentenza ribadita poi dalla Cassazione nel 2002, tra lo scampanare a festa delle parrocchie della Bassa. Nel 2005 e poi di nuovo nel 2012, a seguito di un ricorso dell’Ausl, i fratelli Giuseppe ed Emidio Morselli sono stati assolti dalle accuse per le violenze sulla nipote (fu dimostrato che si trovavano a oltre 80 chilometri dal luogo dell’abuso). Così anche il padre Enzo, che però, nel frattempo, è deceduto.

La vicenda dei coniugi Covezzi è stata, se possibile, la più travagliata. Dopo aver perso i figli per l’intervento delle assistenti sociali, i due cercarono invano di farseli restituire. L’11 marzo 1999, a seguito di un’interpellanza parlamentare di Carlo Giovanardi sul loro caso, è accaduto un fatto che definire singolare è un eufemismo. Il giorno seguente sono stati raggiunti da un avviso di garanzia. Una loro figlia, all’improvviso, si era ricordata di aver subito abusi dal padre mentre la madre, presente, non interveniva. Condannati a dodici anni di carcere nel settembre 2002 hanno dovuto aspettare otto anni (giugno 2010) per l’assoluzione in appello. Poi, a causa di due successive impugnazioni in Cassazione, hanno dovuto attendere fino al 4 dicembre 2014 per l’assoluzione definitiva. Ad ascoltarla, però, c’era solo Lorena. Delfino era morto l’8 agosto 2013.

Giovanardi, il giorno delle sentenza, è intervenuto in Senato «per abbracciare le vittime del massacro. La giustizia deve stabilire se una persona è colpevole o innocente, ma non può far stare un presunto colpevole tutta la vita sotto processo. Quando la giustizia arriva dopo 16 anni, arriva fuori tempo massimo».

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