La resistenza irriducibile al concetto di alienazione genitoriale – prof. Hubert Van Gijseghem

http://alienazionegenitoriale.files.wordpress.com/2013/02/universite_de_montreal_0_87461-300x300.jpgDalla sua introduzione nel vocabolario psicologico, il concetto di alienazione genitoriale ha suscitato forti resistenze sia tra gli specialisti che tra il pubblico in generale.

Questo concetto si riferisce al rifiuto per un genitore che spesso un figlio manifesta senza valido motivo dopo il divorzio. L’autore propone l’idea che la resistenza al concetto risiede nella sua associazione con le false accuse di abusi sessuali e nel sospetto che si tratti di una nuova versione di una presunta negazione dell’abuso sessuale intrafamiliare.

Fonte: Van Gijseghem, H. (2010), L’irréductible résistance au concept de l’aliénation parentale, Revue de psychoéducation, 39(1), 85-99.

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La comunità scientifica definisce ora il “alienazione genitoriale” – che probabilmente verrà definita “Disturbo da alienazione genitoriale” nel DSM V – il rifiuto ingiustificato di un bambino per un genitore. La situazione si verifica spesso a causa della separazione dei genitori e, più in particolare, quando gli ex-coniugi si contedono i diritti di accesso e l’affido del bambino. Una volta accertato questo problema in un dato soggetto, possiamo cercare di individuare le cause di rifiuto ingiustificato. Anche se queste cause variano caso per caso, tra esse si scoprono spesso influenze alienanti più o meno sottili da parte del genitore preferito.

Anche se questo tipo di situazione è del tutto verosimile e comprensibile e anche se gli esperti di psicologia forense e in materia di famiglia la riscontrano abbastanza spesso (Kopetski, 1998), questo concetto non è accettato in modo unanime. Basta una panoramica delle pagine Internet su questo concetto per vedere fino a che punto esso è criticato e, il più delle volte, con argomenti di natura prettamente emotiva, se non addirittura ideologica.

Di qui sorge spontanea la domanda: come è possibile che un problema o un disturbo che affligge i bambini e gli adolescenti possa sollecitare così tanta emozione e determinare, in ultima analisi, una tale resistenza?

Storia

Concetti precursori

Anche se appare nella nomenclatura recente (Gardner, 1985), il fenomeno di alienazione genitoriale è stato osservato per lungo tempo, probabilmente fin dall’antichità. Non è un caso che nel 1989 Wallerstein chiama Sindrome di Medea il fatto che un genitore utilizzi i figli per colpire l’altro genitore. Medea si riferisce ad una pagina celebre nella mitologia greca. Ci sono allusioni allo stesso fenomeno nella letteratura della prima metà del XX secolo, tra le più importanti sono quelle di Louise Despert nel 1943 e quelle di Wilhelm Reich nel 1949. Wallerstein descrive il fenomeno all’inizio di una straordinaria ricerca longitudinale su bambini del divorzio (1980). Quando Gardner prende in mano il concetto nel 1985, lo descrive in modo dettagliato e lo chiama Sindrome di Alienazione Genitoriale (PAS). Ne segue una reazione che continua tuttora.

Fattori socio-culturali e il loro impatto sull’assistenza all’infanzia

Generalmente, l’alienazione genitoriale interseca il problema dell’affudi dei bambini o dei diritti di visita, in particolare quando questi diritti sono oggetto di controversia. Ma, le pratiche in materia della concessione dell’affido hanno subito importanti cambiamenti nel corso degli ultimi quaranta anni parallelamente ad alcune modificazioni socioculturali che hanno avuto un impatto sui ruoli maschili e femminili, paterni e materni, e forse sulla cellula familiare stessa.

Prima del xx° secolo, sembra che i figli di una famiglia unita appartenessero al padre per ragioni più che l’altro economiche. In caso di separazione o di divorzio parentale, i bambini restavano quindi la proprietà del padre che poteva allora decidere del loro affido. All’inizio del xx° secolo, un cambiamento notevole è apparso nella concessione dell’affido e ciò a causa della cosìdetta “filosofia dell’età tenera”. Tanto per le scienze umane che per l’apparato giudiziario, i bambini dovevano restare presso la loro madre, sia in una famiglia unita che, a maggior ragione, in una famiglia divisa.

Nella storia dell’educazione, il ventesimo secolo resterà probabilmente il secolo del bambino. Mai si era compreso così bene prima fino a quale punto il bambino è un essere in sviluppo e quanto le condizioni emozionali e esistenziali nei quali cresce giocano su di lui. Le teorie freudiane hanno certamente molto contribuito a questa visione. Infatti, la psicanalisi ha evidenziato l’influenza dei primi legami e della loro stabilità sui processi dello sviluppo psicosociali dei bambini. Nel contesto della stabilità familiare che caratterizzava l’epoca, è alla qualità del legame materno che veniva data la priorità poiché la madre aveva tenuto in grembo il suo bambino, lo aveva messo al mondo e lo aveva allattato. Presente in modo permanente, garantiva un legame stabile e di qualità. La psicanalisi proponeva l’idea che la figura paterna restasse tutto sommato relativamente secondaria fino all’arrivo di una presunta fase edipica (tra due e tre anni). Volgarizzatori della teoria freudiana sostenevano anche che tutto si crea o si distrugge durante i primi sei anni del bambino. In breve, durante gli anni prescolastici, la qualità dello sviluppo del bambino dipendeva quasi esclusivamente dalla madre. Di conseguenza, in occasione di una separazione parentale nel corso di questo periodo della vita del bambino – ed anche all’adolescenza, nessuno poteva prevedere altra cosa che l’affido materno quando la madre era considerata come sufficientemente buona, cioè non era pazza, né drogata, né alcolista.

Il femminismo e la rivoluzione culturale degli anni settanta

Caratterizzato da alcuni guadagni apprezzabili, il femminismo lottava da più di un secolo per l’uguaglianza dei sessi o, almeno, per la parità delle opportunità tra gli uomini e le donne quando ottenne improvvisamente una vera rivoluzione socioculturale.

All’inizio degli anni 1970, la maggior parte delle società occidentali vedeva giovani adulti modificare i ruoli tradizionali assegnati ai sessi. La rivoluzione hippy e flower power prendevano piede. Trascurando poco a poco le religioni tradizionali e flirtando con paradigmi esoterici, i giovani riscoprivano Jung e la sua proposta dello animus-anima. Le donne si misero in ricerca della loro dimensione maschile (animus) e, a loro volta, gli uomini misero in evidenza la loro anima così a lungo tenuta nascosta. Il patriarcato iniziò ad esaurirsi e si constatò, non senza sorpresa, una certa femminilizzazione dell’uomo. Il termine “unisex” apparì nelle vetrine dei negozi.

Questa nuova filosofia o visione del mondo non potevano non avere un impatto sulle relazioni Interpersonale, sui ruoli maschili e femminili e, inevitabilmente, sulla famiglia. Così nuove strutture familiari vennero create, la cui versione più sorprendente era la comune: molte famiglie vivevano insieme ed i bambini non appartenevano sempre ad una coppia precisa. Infatti, la genitorialità era esercitata senza riguardo al sesso o all’identità del genitore. I padri erano altrettanto vicini ai bambini che le madri. L’ideale edenico dell’uguaglianza totale sembrava raggiunto.

Benché le comuni e le loro varianti siano rimasti un epifenomeno sociale, la filosofia che le sosteneva, da parte sua, ha segnato la società intera in modo indelebile. Infatti, la ricerca dell’uguaglianza dei sessi, il discredito dei ruoli tradizionali e degli stereotipi sessuali hanno contribuito a cambiamenti reali nei comportamenti, in particolare tra coniugi, e nei ruoli parentali. In seguito a questa rivoluzione, le donne invadono il mercato del lavoro, non per ragioni esclusivamente economiche ma, generalmente, per ragioni d’emancipazione personale. Gli uomini rispettano generalmente questa scelta, certamente perché vi trovano il loro tornaconto.

Per venire in aiuto alle famiglie emancipate, i governi hanno creato i nidi d’infanzia pubblici, ed incoraggiano che vi si ricorra. Con mamma e papà al lavoro, numerosi bambini si vedono affidati fin dalla loro più giovane età ad un sostituto parentale. Una volta la famiglia rientra a casa, va da sé che i compiti domestici e parentali siano equamente condivisi. Così, mentre uno prepara il pasto, l’altra fa il bagno o aiuta nei compiti. I ruoli sono diventati apparentemente reversibili.

La “filosofia ruvida” del migliore interesse del bambino

Certo, i ruoli sembrano d’ora in poi reversibili, ma cosa avviene quando i genitori si separano?

La filosofia dell’età tenera non tiene più perché, ora, mamma è al lavoro, il bambino è al nido d’infanzia e papà sa essere protettivo e materno. In materia familiare, i giudici hanno dovuto cambiare la filosofia dell’età tenera con quella del migliore interesse del bambino. Ormai, prima di assegnare l’assistenza ai bambini all’uno o all’altro genitore, i giudici si pongono questioni finora nuove, ad esempio: “chi, fino ad oggi, è stato la fontee più costante di cure?„ o, detto in altre parole: “chi è il genitore psicologico di questo bambino?„ È precisamente la risposta che guiderà la decisione quanto all’affido ed alla natura dei diritti d’accesso. Tuttavia, i giudici non hanno la formazione, né la preparazione, né gli strumenti per trovare questa risposta e dovranno fare appello all’esperto in psicologia che, prima, non appariva nelle cause di famiglia.

Gli psicologi specializzati in materia familiare sono in maniera massiccia entrati nei tribunali familiari all’inizio degli anni 1970. Hanno tra l’altro per compito di valutare ogni genitore per misurare le loro capacità parentali rispettive. Devono sondare i processi di sviluppo dei bambini interessati per precisare le loro necessità e determinare chi dei due genitori è più adatto a rispondervi o anche di dimostrare di quale genitore psicologico il bambino ha maggiormente bisogno se vi occorre orientare di nuovo il suo itinerario di sviluppo. In breve, gli psicologo devono presentare al giudice raccomandazioni che vanno nel senso del migliore interesse del bambino.

In questo periodo, hanno avuto luogo le prime decisioni a favore dell’affido condiviso: gli interessi del bambino, si pensava, sarebbero meglio serviti da un contatto uguale con i suoi due genitori. Da allora, l’affido condivisa non ha cessato di guadagnare il favore degli esperti e dei giudici. Dopo “la pesatura„ dei due genitori, se le loro capacità vengono giudicate equivalenti, si optava per un accesso uguale allo scopo di garantire al bambino uno sviluppo più adeguato possibile. Ma, paradossalmente, alcune femministe – ed altri gruppi di pressione non hanno mai approvato questa nuova filosofia.

Femminismo

Dopo avere lottato durante decenni per ottenere l’uguaglianza tra gli uomini e le donne nella maggior parte dei campi, numerose femministe si sono schierate contro l’uguaglianza parentale dei diritti (Bartlett & Stack, 1991; Kelly, 1991). Il movimento femminista aveva appena guadagnato belle vittorie civilizzatrici tra cui, in particolare, il riconoscimento giudiziale della denuncia di violenza coniugale. Forti di questo progresso sociale, alcune femministe hanno in iniziato a denunciare la violenza sessuale in famiglia e, inoltre, gli abusi sessuali perpetrati dai padri sui figli (Finkelhor, 1984). Il sistema giudiziario si è adeguato e, grazie a nuove leggi, le corti hanno iniziato a giudicare numerose cause di abusi sessuale intrafamiliari tanto che verso la fine degli anni settanta, il tabù ha ormai sempre meno influenza su questa problematica, e si assiste da allora ad un aumento esponenziale delle condanne per questo tipi di crimini.

Questi successi più che legittimi tuttavia hanno procurato ad alcune femministe munizioni di contrastare le nuove disposizioni legali in materia di custodia del bambino quando queste non favoriscono esclusivamente i diritti materni. Queste femministe sostegono senza giri di parole che numerosi padri sono sprovvisti delle capacità necessarie per garantire la custodia del bambino, che non si applicano sufficientemente e che hanno una tendenza alla violenza (Bartlett & Stack, 1991). Ecco innalzato contro i padri lo spettro dell’incapacità, dell’abuso fisico, dell’abuso sessuale. Se si verifica che un bambino mostri la minima esitazione o resistenza a incontrare suo padre, si conclude troppo facilmente per l’inadeguatezza dell’affido al padre. Quando un esperto o un giudice dichiara che, nonostante il rifiuto del bambino, è nel suo interesse vedere suo padre o condividere la presenza presso i suoi due genitori, si alzano varie resistenze.

Il clamore attorno al concetto
delle false denunce d’abuso sessuale

Cronistoria

Gli abusi sessuali con vittime i bambini sono sempre esistiti, anche nella cellula familiare. Molti studi storici, documentali e empirici suggeriscono anche che il ventesimo secolo abbia visto una diminuzione considerevole di tali abusi (ad esempio, Rush, 1980), cosa che non è senza legame con il periodo che precede, cioè con lo sviluppo della coscienza acquisita dai genitori. La letteratura medico-legale del xix° secolo parla abbondantemente degli abusi sessuali (si veda la raccolta della letteratura, Van Gijseghem, 2001). Anche le false denunce d’abuso sessuale non erano sconosciute a quest’epoca (Bayard, 1843). Stranamente, i primi tre quarti del ventesimo secolo sono in seguito stati caratterizzati da un grave occultamento degli abusi sessuali intrafamiliari nella letteratura medico-legale. E ciò spiega la sorpresa quando, alla fine degli anni 1970, è emersa l’ampiezza del fenomeno. In altre parole, è la visibilità degli abusi sessuali che è esplosa piuttosto che la frequenza di questo fenomeno. Quando gli operatori dell’intervento psicosociale e giudiziario sono stati vittima di questa illusione ottica, sono entrati in una specie d’effervescenza se non di desiderio di individuare i casi, in un clima d’indignazione profonda come se, improvvisamente, la società degenerasse. Di qui, quindi, un rilancio di accuse che non sono state ancora esaminate con tutta l’acuratezza auspicabile.

Denunce strane e dubbie

Presto, infatti, gli operatori psicosociale e giudiziari si sono confrontati con dichiarazioni di bambini di dubbia credibilità. Inizialmente, in comunità chiuse si produsse una spaventosa escalation di rivelazioni non soltanto di abusi sessuali ma di abusi rituali, satanici, perpetrati a volte da extraterrestri o che avrebbero avuta luogo in una vita precedente, ecc. Molte accuse sono crollate per il semplice fatto che la narrazione dei bambini interessati non era credibile (Ceci & Bruck, 1995).

Inoltre, si era constatato un aumento assolutamente fenomenale delle denunce d’abuso sessuale nel contesto preciso di separazioni o di divorzi controversi fra i genitori di bambini piccoli (Wakefield & Underwager, 1988). Mentre, cinque anni prima, questo genere di denunce era quasi nullo, la metà delle molte denunce nord-americane emergeva ormai in questo contesto preciso.

In seguito, sempre più adulti in terapia a causa di malesseri diffusi scoprivano improvvisamente, con l’aiuto degli psichiatri, che, in contesto familiare, avevano subito l’abuso sessuale nella loro infanzia, un trauma completamente rimosso. Così emerse il concetto “della memoria ritrovata.

Dinanzi a questi tre fenomeni nuovi, gli esperti e gli uomini di scienza sono inizialmente rimasti senza parole quindi, mentre il dubbio faceva il suo corso, hanno reagito chiedendosi il più rigorosamente possibile se e come tutto ciò tornava. Va detto che la maggior parte degli operatori sul campo aveva tendenza a credere a questi fenomeni (Terr, 1994) mentre i ricercatori accademici cercavano di confutarli (Loftus & Ketcham, 1994).

La ripresa delle ricerche sulla suggestionabilità

Agli inizi del XX° secolo, venne condotta una ricerca molto interessante sulla suggestionabilità dei bambini (Binet, 1900; Varendonck, 1911). Varendonck impegnato in qualità di esperto in un caso di omicidio, condusse una ricerca sulla testimonianza oculare dei bambini in età scolare che lo portò a concludere che, se un adulto fa domande sufficientemente suggestive i bambini cercano di rispondere quello che l’adulto vuole sentire. Gli studi di Varendonck hanno avuto l’effetto perverso di escludere la testimonianza dei bambini dalle aule di giustizia per tre quarti di secolo. Considerati come definitivi e concludenti gli studi sulla suggestionabilità sono stati successivamente quasi abbandonato fino a quando è esploso il fenomeno delle accuse di abuso.

Gli esperti e gli scienziati preoccupati del problema degli abusi sessuali sui bambini hanno voluto che la ricerca sulla suggestionabilità fossero riprese, soprattutto quelle sui bambini per capire meglio il fenomeno della grande diffusione delle accuse. Tra il 1980 e il 1990, sono stati condotti numerosi studi rigorosamente scientifici che hanno confermato i risultati precedenti: la suggestionabilità è un fenomeno molto reale e potente che diminuisce con l’età (Doris, 1991). A questo proposito, quanto più il bambino è giovane, tanto più è influenzabile dalle domande suggestive soprattutti su un argomento così delicato come quelli della sessualità (Bruck, Ceci, Francoeur e Renick, 1995). Essendo dipendente dall’adulto il bambino vuole compiacerlo, e ciò la porta a fornire ciò che gli sembra si voglia sentire. Questa vulnerabilità è accresciuto dal fatto che i bambini, a differenza degli adulti, quando non sanno la risposta a una domanda, difficilmente ammettono la loro ignoranza (non dicono mai “non lo so”). Ritengono che, se l’adulto fa questa domanda significa che il bambino deve conoscere la risposta. Nella misura in cui la domanda suggerisce questo, il bambino penderà nettamente a favore della risposta attesa (vedi ad esempio, Hughes & Grieve, 1980).

Sulla base di questi risultati della ricerca, gli scienziati non hanno esitato a mettere in guardia gli operatori psico-sociali e giudiziari competenti. Essi hanno inoltre esortato l’opinione pubblica a sviluppare un approccio critico alle accuse di abusi sessuali che potrebbero essere state causate dall’ambiente o dalle domande suggestive. In altre parole, la veridicità delle parole di un bambino deve sempre essere convalidata. Questo avviso alla cautela è stato molto male accolto da un gran numero di associazioni di operatori, di professionisti e di gruppi di pressione. Si è gridato: se i professionisti desiderano valutare il discorso dei bambini è perché non ci credono. Forse perchè sono a favore dei pedofili? (Un buon esempio di questo tipo di discorso si trova sul sito Internet Sisyphe).

Reazione ideologica

Prima o poi quasi tutti i ricercatori che si sono occupati delle false accuse di abusi sessuali sono stati accusati di essere professionisti pro-pedofili. L’argomento era che se si accetta l’ipotesi di suggestionabilità, si forniscono agli avvocati della difesa munizioni insperate per ottenere l’assoluzione del loro cliente che ha commesso abusi. Così coloro che abusano potranno continuare impunemente le loro attività perverse e fare altre vittime. Inoltre, questi professionisti scettici che promuovono il concetto di false accuse contribuiscono a torturare i bambini dicendo che non si deve credere loro.

Tuttavia, i ricercatori che hanno esplorato il fenomeno delle false accuse di abusi sessuali non hanno mai sostenuto che il bambino mente se le sue dichiarazioni non sono basate su fatti reali. Egli, infatti, non sta mentendo, è piuttosto la vittima di induzione, vale a dire, ha appoggiato l’idea o il contenuto suggerito dalla domanda, e il contenuto nella sua mente diventa una “realtà psicologica o narrativa” in contrapposizione ad un fatto storico o un fatto corrente. Inoltre, secondo la stessa ricerca, l’adulto, genitore o meno, che fa domande suggestive non ha l’intenzione di costruire una menzogna, ma cerca solo di proteggere il bambino (Ceci e Bruck, 1995).

Anche se questi risultati sono ormai ben noti e ampiamente documentati, la reazione contro i promotori del concetto di false accuse non sono più diminuite. Sono quasi sempre reazioni di natura ideologica e, quindi, assai emotive ed aspre. Trasmettono tra l’altro l’idea che una rete mondiale di scienziati e professionisti associati a una lobby pro-pedofili abbia messo nelle mani degli avvocati della difesa l’insidioso argomento delle falso accuse, a cui si deve aggiungere l’altro concetto ancora più deleterio di alienazione genitoriale. Per questi critici, i ricercatori e i professionisti che in effetti non fanno altro che fare uso di una certa dose di prudenza, avrebbero lo scopo invece di proteggere i padri abusanti (Johnston, 2003; Wood, 1994)!

Alienazione Genitoriale come modello esplicativo delle falsa accuse

Dinamica tipici della falsa accusa

Come accennato in precedenza, la maggior parte delle false accuse, vale a dire non derivanti da esperienze realmente avvenute, si trovano nella specifica nicchia di ex coniugi con figli piccoli e impegnati in una battaglia legale per la custodia e i diritti di visita.

Inoltre, la maggior parte delle false accuse prodotte in questo specifico contesto hanno una dinamica simile. Si tratta di genitori separati che hanno perso la fiducia l’uno nell’altro. Il genitore affidatario, spesso la madre, è tuttavia costretto a lasciare regolarmente o occasionalmente il bambino all’altro genitore. Sospettosa e forse sentendosi vittimizzata in molti modi dall’ex coniuge, la madre ritiene che il bambino non possa avere nulla di buono da suo padre. La sua paura è regolarmente confermata quando il bambino torna dalla sua visita. Infatti, i sintomi e altri indicatori comportamentali osservabili nei bambini attribuibili alla stessa separazione dei genitori, vengono attribuiti dal genitore in questione alla non adeguatezza se non al comportamento dannoso dell’altro genitore. Così avviene la distorsione di conferma (o effetto Rosenthal). Più il genitore esigente è preoccupato per quello che potrebbe accadere in altri, più febbrilmente la sua attenzione selettiva entra in azione. Ma tale iper-vigilanza selettiva gli consegnerà inevitabilmente gli indici ricercati poiché nessuna attenzione viene data alla realtà contraria. Ed ecco questo genitore ansioso d’ora in poi convinto che il bambino sia vittima di negligenza, d’abuso fisico, se non d’abuso sessuale. E il processo di iperprotezione prende il via.

Alla prima occasione (ad esempio, una vulva rossa), la madre potrebbe chiedere: “chi ti ha fatto questo?” La domanda eminentemente suggestiva presuppone che qualcuno ha fatto qualcosa! Influenzata da questa dichiarazione implicita, la bambina potrebbe rispondere che è stato il genitore che ha appena visitato, senza avere la minima idea della macchina orribile che così viene messa in moto. E se invece la ragazzina tace, la preoccupazione della madre può aumentare, quindi, per essere sicura di proteggere sua figlia, la madre può chiederle semplicemente: “è papà che ti tocca là?„. Anche se nulla di tutto questo è avvenuto, la bambina è a rischio di fare suo il messaggio indotto e, sul filo delle domande, dare prove maggiori di un abuso di cui presto non si potrà dubitare più.

Tale processo non è assimilabile né alla frode, né alla malizia. Il genitore ansioso e inquisitore non è un genitore malato, malizioso o distruttivo. È lui stesso vittima di un processo. La preoccupazione di alcuni genitori li fa soccombere all’attenzione selettiva; cercano di primo acchito di vedere confermare i loro timori e rifiniscono per squalificare l’altro genitore anche se quest’ultimo non ha nulla da rimproverarsi. Ecco una delle fonti dell’alienazione genitoriale.

Si pone qui la questione che si potrebbe definire “dell’uovo o della gallina”, cioè: l’alienazione genitoriale deriva dalle preoccupazioni apparentemente confermate del genitore amato o è lo scopo delle sue ansie inquisitorie che conducono alle accuse? In quest’ultimo caso, si tenderebbe a ritenere l’alienazione genitoriale come preesistente e fatalmente orientata verso la falsa accusa. La nostra posizione invece concepisce piuttosto l’alienazione genitoriale come causata dalle ansie del genitore alienante. Tuttavia, nella grande maggioranza dei casi, queste preoccupazioni non riguardano direttamente eventuali abusi sessuali, basta temere che il bambino non si trovi tanto bene presso l’altro genitore perché il processo si metta in moto da sé.

Quando gli esperti ed i ricercatori hanno scoperto e quindi rivelato che l’alienazione genitoriale è un terreno particolarmente favorevole a qualsiasi tipo di accusa, sono stati vittime del medesimo trattamento di dieci anni prima per il caso del concetto di false accuse in materia d’abuso sessuale. In effetti, i due concetti sono a volte associati così da vicino che chiunque studia la dinamica di uno spesso incontra la dinamica dell’altro. Si può dunque concludere che i ricercatori ferocemente attaccati dall’opinione pubblica a causa dell’uno o del’altro concetto sono spesso gli stessi. Le opinioni divergono solo sulla questione che abbiamo visto sopra “dell’uovo o della gallina”.

L’alienazione Genitoriale

Abbiamo già definito l’alienazione genitoriale come “il rifiuto ingiustificato manifestato da un bambino rispetto ad uno dei suoi genitori.” Questa condizione si verifica spesso nel contesto della separazione dei genitori. Quando si cerca di individuare le fonti e le cause di questo alienazione viene rilevato spesso in uno dei genitori la preoccupazione che, più o meno sottilmente, la porta di esercitare volontariamente o meno “influenze alienanti” sul minore in questione. Questo può subire gli effetti dell’influenza o no. Se gli subisce, diciamo che è affetto da alienazione genitoriale.

Il genitore alienante presunto più spesso si manifesta molta ansia. Tuttavia, siccome è la madre nella maggioranza dei casi, lo studio del fenomeno mette ancora ricercatori ed esperti sulla graticola: ci sono di nuovo alcune femminista che protestano. Tuttavia, che siano per lo più le madri che esercitano influenze alienanti non è sorprendente. Non è che la madre (o la donna) abbia una propensione maggiore del padre (o uomo) a diventare genitore alienante. Del resto, le prove cliniche dimostrano chiaramente che un padre alienante è a tutti gli effetti comparabile a una madre alienante. Ma il fatto è che sono di più le madri ad assumere lo status di genitore amato e i padri quello di genitore rifiutato.

La ragione è facile da comprendere. In realtà, perché una preoccupazione parentale arrivi ad influenze che alienano il bambino, occorre che si condivida tempo a sufficienza insieme. In altri termini, se un genitore che aliena c’è, si tratta nella maggioranza dei casi del genitore affidatario, dunque della madre più o meno nel settantacinque percento dei casi come ne risulta dalle decisioni giudiziarie (Cyr, 2006; Marcil- Gratton & le Bourdais, 1999). Alcuni gruppi hanno protestato così tanto a causa di questo apparente attacco del patriarcato contro le madri che alcun esperti, tra cui Gardner, hanno fatto un passo indietro e hanno riconosciuto che, fra i genitori che alienano, ci sono altrettanti padri che madri (Gardner, 2002). Una ritrattazione che sembra quasi troppo politically correct! Il riconoscimento del concetto di alienazione genitoriale è certamente rallentato dall’equazione “genitore che aliena uguale madre„. Alcune femministe si sentono in obbligo di denigrarla come “anti-donna„. Cercare di osservare meglio il concetto dell’alienazione genitoriale e misurarne gli effetti resta dunque un compito assai complicato a causa dell’opposizione femminista. Che ottiene inoltre un sostegno inaspettato da un altro ambito: si tratta del mondo degli psicanalisti tradizionalisti.

L’opposizione della scuola della psicoanalisi tradizionalista

L’antica teoria del “primo oggetto d’amore”

Molti psicoanalisti entrano nel dibattito sulle forme di affido parentale, lasciano il mondo chiuso dei loro studi (dove la realtà prevalente è psicologica o narrativa) e fanno irruzione nell’aula giudiziaria (dove prevale la realtà storica o fattuale). Quando gli esperti hanno cominciato a raccomandare forme di custodia diversa per, tra l’altro, prevenire il rischio di alienazione genitoriale o per contrastare alienazioni già esistenti, alcuni psicoanalisti si sono mobilitati. Intorno a Berger, in Francia, un gruppo è stato formato per combattere con le unghie e denti per il mantenitmento dell’affido esclusivo alla madre (Berger, 2004, 2005). Per dare peso a questa crociata, che brandisce “evidenze cliniche”, vale a dire, gli orrori che hanno sentito nelle loro sedute terapeutiche; di separazioni troppo precoci di bambini dalle loro madri che non potevano beneficiare di un luogo residenziale unico (presso la mamma naturalmente). La sfida è portata a una delle prime teorie psicoanalitiche, di cui si è accennato in precedenza, che ritiene che il bambino non possa formarsi una identità senza il beneficio di un unico e prolungato legame con il suo “primo oggetto d’amore” la madre o chiunque altro prende il suo posto.

Per adattarsi a vocabolario di oggi, questi psicoanalisti parlare della teoria del “attaccamento”. Bowlby – e in particolare i suoi successori – hanno infatti dato un po’ di credibilità empirica al concetto di “oggetto del primo amore”, e abbandonando la psicoanalisi classica, hanno fornito un paradigma teorico dell’attaccamento, meglio supportata dalla ricerca (ad esempio, Bowlby, 1969). Il messaggio degli psicoanalisti rimane però fondamentalmente lo stesso: “Non toccate il legame madre-figlio!”. Questi psicoanalisti banalizzano l’alienazione genitoriale e la ritengono un male minore purchè garantisca un attaccamento stabile del bambino al suo primo oggetto d’amore cioè la madre (ad esempio, Hayez e Kinoo, 2005) . Anche se molti studi empirici confermano che, a partire dall’età di sei mesi, un bambino si può formare un legame di attaccamento sia per il padre che per la madre, meglio ancora, ad entrambe le figure genitoriali, la loro posizione rimane la stessa (per una rassegna di questa letteratura, si veda Cyr, 2006).

Negazione dell’alienazione genitoriale ingiustificata.

Abbiamo scoperto, in qualità di esperti e periti giudiziari, che molti professionisti negano o banalizzano l’esistenza del disturbo da alienazione genitoriale, cioè che il rifiuto di un genitore sia ingiustificato. Secondo questi operatori, non c’è fumo senza fuoco. In altre parole, quando un bambino esita o rifiuta un genitore, un motivo ci deve essere, anche se non è ovvio o anche se il bambino stesso non sa verbalizzare motivi validi , sia perché è ancora tenuto al “segreto” o perché non possiede “le parole per dire.” Di conseguenza, questi specialisti adottano una posizione in cui prevale l’empatia clinica: il bambino deve essere ascoltato e si deve prendere sul serio quello che dice, anche se i suoi argomenti sono confusi, o addirittura incomprensibili. Lungi da noi il sottovalutare l’importanza dell’empatia o dell’ascolto rispettoso, tuttavia è anche vero che un professionista può essere empatico senza farsi soverchiare dal sistema di discorso infantile del bambino.

Questi professionisti però vanno oltre: essi sostengono che, anche se la riluttanza del bambino ad incontrare uno dei genitori fosse infondata, è la realtà psicologica del bambino ad avere la precedenza, piuttosto che ciò che accade nella realtà oggettiva. Essi sostengono che se un bambino non vuole vedere un genitore si deve rispettare il suo desiderio altrimenti il bambino potrebbe essere danneggiato nella sua integrità personale.

Benché la pura e semplice negazione del disturbo alienazione genitoriale sia un portato abbastanza comune, alcuni critici dell’applicazione di questo concetto arrivano a riconoscere l’esistenza del fenomeno, ma ciò nonostante si oppongono ad ogni intervento giudiziario per alleviarlo o correggerlo.

La leggenda del giudizio di Salomone

E’ una metafora che è ampiamente utilizzato dai professionisti di scuola psicoanalitica per impedire l’intervento giudiziario nei casi di alienazione genitoriale (Hayez e Kinoo, 2005). Secondo la Bibbia Il re Salomone si trovò di fronte a due donne che pretendevano la restituzione del bambino di cui affermavano ambedue di essere la madre. Nella sua saggezza leggendaria, Salomone fece finta di voler tagliare il bambino in due per soddisfare in modo esattamente uguale le due pretese. Ovviamente, la vera madre rivelò la sua identità con la sua opposizione vigorosa e per la scelta di lasciare il bambino all’altra pretesa madre. Allora – dicono questi professionisti – la stessa saggezza si dovrebbe applicare ai casi di alienazione genitoriale. Come la madre vera nel racconto biblico, il genitore alienato, vale a dire quello respinto, dovrebbe abdicare per amore, auto-eliminarsi dalla vita del bambino per evitare che venga strappato all’altro genitore e lasciargli l’affidamento. Questa atroce interpretazione cerca di superare la convinzione universale che un bambino ha un bisogno fondamentale di godere di entrambi i genitori quando sono adeguati, vale a dire quando l’uno e l’altre sono fonti di identità e benefici educativi.

In tribunale, altri argomenti sono invocati per sostenere il non intervento. Si dice, per esempio, che un bambino dal divorzio ha già sofferto abbastanza per questo e non si deve imporre l’obbligo addizionale di vedere un genitore non vuole vedere. E sarebbe come dire che dovremmo risparmiare l’appendicectomia a un bambino a rischio di peritonite con il motivo che l’appendicite lo ha già fatto soffrire abbastanza.

L’antagonismo tra gli operatori clinici e quelli giudiziari

La sfiducia reciproca

Una sfiducia esiste tra gli operatori clinici e gli operatori giudiziari, che ha molti aspetti. I medici credono che il mondo giudiziario non comprenda nulla dell’umano, agisca secondo la lettera della legge e disprezzi la realtà psicologica. Il mondo giudiziario, in compenso, ritiene spesso che i medici siano cuori teneri che mancano di rigore, impressionabili e pronti a nascondere la prova per favorire ciò che credono il bene del loro paziente (Melton, Petrila, Poythress, & Slobogin, 1997).

L’esperienza ha d’altra parte dimostrato che un operatore clinico, anche se è pieno di buona volontà, è un cattivo collaboratore per l’operatore giudiziario vista la distanza dei due paradigmi (Melton e Al, 1997; Tavris, 2003). È il motivo per cui si fa appello all’esperto in psicologia giuridicalegale che supporta gli operatori giudiziari nella materia di psicologia. Quest’esperto non è impegnato a titolo di clinico, cioè come aiuto di un paziente, ma agisce come uomo di scienza e si preoccupa dei fatti psicologici attestati da strumenti di misura affidabili e validi (Ornstein & Gordon, 1998).

Non è un caso che sono gli operatori clinici generalmente a respingere il concetto di alienazione genitoriale e, soprattutto, ad opporsi alle decisioni giudiziarie necessarie. Anche quando un clinico accetta il concetto dell’alienazione genitoriale, suggerisce una misura che crede efficace, cioè un intervento di terapia. Raccomanderà, ad esempio, una mediazione, o una psicoterapia individuale, o una terapia familiare, ecc. In compenso, non crederà per niente ai metodi coercitivi della legge ad esempio agli ordini di frequenza a periodi fissi presso un genitore respinto. A causa della sua preoccupazione essenzialmente clinica, l’operatore psicosociale rischia di peggiorare l’alienazione genitoriale nel bambino. Con un ascolto tipicamente empatico, prende atto della sofferenza del bambino; se quest’ultimo parla dell’odio che prova per suo padre, il suo sentimento viene per così dire convalidato. Al massimo, se contraddice il bambino sulla questione, rischia di perdere il suo cliente e, cioè, il genitore ansioso che cerca di svalutare il genitore respinto. Abbiamo potuto constatare, varie volte, almeno in casi d’alienazione genitoriale, che il medico benevolo fa in realtà più male che bene. Poiché, a sua insaputa, convalida sensazioni che, a lungo termine sono a scapito del bambino.

La necessità dell’intervento giudiziario.

Anche se non piace al clinico, l’intervento giudiziario è fondamentale in tutti i casi d’alienazione genitoriale. In questo caso, infatti, il bambino detiene un potere sui suoi due genitori: sia quello che elimina respingendolo che quello che si sceglie per complice. I genitori stessi implicati non possono rettificare questa situazione e ristabilire la distanza intergenerazionale indispensabile allo sviluppo del bambino. Ciò può essere fatto soltanto dall’autorità del giudice (genitore transcendente) che impone la legge.

L’aspetto freddo, meccanico, legale della legge e degli interventi giudiziari in materia d’alienazione genitoriale contribuisce alla cattiva stampa di cui questo concetto è oggetto agli occhi dei clinici e nel mondo dei professionisti dela psichiatria. Tuttavia, si deve dare credito agli interventi giudiziari di avere contribuito ad una diminuzione notevole delle false denunce d’abuso sessuale nel contesto di divorzi controversi per il fatto che i giudici non hanno tardato a comprendere la gravità delle sfide che comporta l’alienazione genitoriale.

Conclusioni

Abbiamo cercato di individuare alcune fonti di resistenza irriducibile al concetto di alienazione genitoriale. L’associazione storica tra questo concetto e quello della falsa accusa di abuso sessuale è probabilmente la fonte più ovvia. Tutti coloro che si rifiutavano di credere che le accuse potrebbero essere senza alcun fondamento nella realtà si sono opposti con la stessaforza al concetto di alienazione genitoriale perché vi vedono un nuovo tentativo di negare il fenomeno degli abusi da parte dei professionisti “favorevoli a coloro che abusano”.

Bene al di là di questo problema, si nota in un sacco di professionisti una sfiducia generale verso l’uso che si fa in ambiente giudiziario di alcuni concetti psicologici. Sebbene Gardner stesso abbia dei precedenti nella psicoanalisi, la sua proposta del concetto di alienazione genitoriale e, soprattutto, il modo di porvi rimedio scontenta molto i seguaci della psicoanalisi. Almeno per due motivi: l’intervento giudiziaria in materia di alienazione deve ignorare il concetto intoccabile di ascolto del bambino e, per di più, nel caso dell’alienazione genitoriale, gli interventi giudiziari sembrano ignorare uno dei dogmi del freudismo, vale a dire l’importanza del primo “oggetto d’amore”.

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