Il teorema – Miriam Mafai 22/12/2000

mafaiCHI RISARCIRA’ la bambina protagonista e vittima di questo terribile fatto di cronaca dei quasi cinque anni passati in un istituto anziché in famiglia? Chi risarcirà il padre accusato dell’ infamante reato e poi, dopo quasi cinque anni, assolto in istruttoria? Chi risarcirà la madre delle sue notti d’ angoscia, dell’ orrore provato quando ha avuto il sospetto di aver vissuto accanto a un mostro, a un padre che abusava sessualmente della sua creatura? NESSUNO risarcirà né la bambina né il padre né la madre. Non c’ è risarcimento possibile, non diciamo sul piano finanziario ma sul piano morale per la sofferenza che è stata loro imposta. E adesso, dopo quasi cinque anni – anni decisivi per la formazione di una creatura – un magistrato finalmente dice: ci siamo sbagliati, il reato non c’ era. E si sono sbagliate le psicologhe o assistenti sociali che per prime si sono occupate del caso e che hanno scambiato una bambina vivace, che usava delle “brutte parole” per una bambina violentata, e che hanno ritenuto per questo di doverla ricoverare in un istituto dove ha quasi perso la parola e la capacità di comunicare. Quasi cinque anni di sofferenze per la bambina, per un padre e per una madre per i quali non esiste risarcimento possibile. Non so se qualcuno ha sentito il dovere di chiedere scusa a quella famiglia. Forse no. Dopotutto anche in questo caso, la giustizia ha fatto il suo corso. Con i tempi della giustizia. Lentissimi, come sappiamo. Si tratti di una lite di condominio, di un furto, di un delitto, di un caso di pedofilia. Tempi lenti. E per fortuna che alla fine, sia pure dopo cinque anni, c’ è stato un’ altra psicologa che ha capito la sofferenza di quella bambina, e c’ è stato un magistrato, una donna magistrato questa volta, che, esaminato il caso, ha restituito quella bambina alla sua famiglia. Nessuno dica che, dopotutto “tutto è bene quel che finisce bene”, perché ci sono ferite che non si rimarginano, meno che mai quelle inferte da coloro, psicologi, assistenti sociali, poliziotti, magistrati, preposti alla nostra tutela. Questo fatto di cronaca propone, in modo evidente, a noi ed alla pubblica opinione il problema quanto mai delicato del ruolo e del funzionamento dei Tribunali dei Minori e del ruolo della qualifica e delle competenze di quanti, magistrati, psicologi, assistenti sociali, si occupano dei maltrattamenti sui bambini, e del funzionamento dei vari enti, pubblici e privati preposti alla loro tutela. Chi ha seguito le cronache di questi anni ha avuto non di rado l’ impressione di decisioni non condivisibili, di ingiustificate sottrazioni di bambini alle loro famiglie quando queste fossero in condizioni di difficoltà, di affidamenti frettolosi ad istituti o a famiglie affidatarie e poi di polemiche, contestazioni, e restituzioni degli stessi bambini alle famiglie d’ origine, quasi queste creature fossero beni disponibili. Mi rendo conto di usare termini pesanti, ma credo che su tutta la dolorosa materia si sono manifestati, nel corso degli anni, sospetti che sarebbe bene diradare al più presto e nel modo più limpido possibile. Occorre in primo luogo dare una risposta ad una domanda che io sento cruciale: un bambino che si giudica maltrattato o privo di tutta la necessaria assistenza deve essere necessariamente allontanato dalla sua famiglia o non sarebbe più giusto e civile aiutare quella famiglia a risolvere i propri problemi consentendole di tenere con sé il bambino? E ancora: davvero non sarebbe opportuno, urgente anzi, rendere più trasparente il funzionamento dei Tribunali dei Minori, i meccanismi attraverso i quali quei magistrati giungono alle loro decisioni? E c’ è infine un’ altra delicatissima questione da sollevare. Un confine quanto mai sottile divide ormai l’ individuazione dei casi di pedofilia dalla sua ossessione. Ogni mano allungata sulla testa di un bambino, in un istintivo moto di tenerezza, rischia, anche per la strada o ai giardini pubblici, di essere scambiata per una manifestazione di pedofilia. Il clamore destato, giustamente, dai più recenti ed autentici casi di violenza sui bambini giustifica certamente la maggiore attenzione che oggi viene rivolta al fenomeno anche quando si verifichi all’ interno della la famiglia, un recinto entro il quale una volta si consumavano, in silenzio, una serie di violenze nei confronti dei più deboli, donne e bambini. Ma anche questa attenzione, benvenuta e legittima, non può trasformarsi in ossessione. Nella ossessione che trasforma ogni carezza rivolta a un bambino in una manifestazione di pedofilia.

Fonte/credits: http://ricerca.repubblica.it

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