Rignano, perché non sempre si può credere ai bambini – Panorama 10/9/2007

Interrogati senza cautele, non sono affidabili, dicono i neuropsichiatri a convegno. Spesso le presunte violenze nascono da «dichiarazioni a reticolo». Negli Usa le conoscenze scientifiche su questi episodi sono state trasmesse a giudici e investigatori. Non così da noi.

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Il bambino sì, la bambina no. È questa la prima conclusione del collegio di periti incaricato di stabilire se i primi due piccoli tra i 19 dell’asilo di Rignano Flaminio siano idonei a testimoniare nell’ambito dell’inchiesta giudiziaria sugli abusi sessuali di cui sarebbero stati vittime. Un nodo cruciale perché sui racconti dei bambini, da riconfermare nell’eventuale incidente probatorio, si regge gran parte dell’accusa. È una materia delicatissima, in cui è facile, per eccesso di zelo da parte degli investigatori o per inesperienza, commettere errori irreparabili.
Non a caso, al convegno della Società europea di psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza (presidente dì turno è Ernesto Caffo, fondatore di Telefono azzurro) che si è tenuto a Firenze, gli esperti, accanto a tematiche come l’autismo o il ritardo mentale, presentavano le novità della ricerca.neuropsicologica sulla testimonianza dei bambini in processi penali per abuso sessuale. E molto di ciò che si è detto va nella direzione opposta rispetto a quello che si è sentito in questi mesi a proposito di Rignano.

Come è possibile, è stato uno degli argomenti principe dei colpevolisti, che bambini di tre o quattro anni si mettano d’accordo per inventare cose simili? Eppure Rignano non è l’unico caso di abusi sessuali collettivi che si sono poi rivelati infondati. C’è stato Brescia, 2001: una vicenda giudiziaria complicatissima con insegnanti di quattro scuole materne comunali processati per abuso sessuale e assolti (la vicenda non è conclusa per un bidello, condannato in primo grado in un altro processo, che continua a dichiararsi innocente). I bambini, secondo l’accusa, venivano narcotizzati, portati fuori dalla scuola, abusati, fotografati, picchiati prima di essere riconsegnati ai genitori a fine lezioni. E poi Bergamo, 2004: due suore di un asilo processate per pedofilia e assolte. Storia simile a quella di Brescia.
Negli Stati Uniti, già nel 1983, fece scalpore il caso dell’asilo McMartin: quattro membri della famiglia McMartin, che gestiva un asilo a Los Angeles, e tre insegnanti furono accusati di abusi sessuali e riti satanici su 40 bambini. I piccoli raccontavano di essere stati seviziati con ogni strumento. Non mancava il racconto di viaggi in tunnel segreti (mai trovati) sotto la scuola. Processo concluso con l’assoluzione di tutti gli imputati.
E ancora: Kelly Michaels, maestra in un asilo del New Jersey, si è fatta alcuni anni di galera prima di essere riconosciuta innocente. Venti alunni dicevano di essere stati violentati, averla vista suonare il pianoforte nuda, essere stati costretti a mangiare altri bambini bolliti. «Credete ai bambini» era il motto del processo.

Scottati da questo e da dozzine di altri casi di falsi abusi che, come un’epidemia (in gergo si parla di «dichiarazioni a reticolo»), hanno attraversato il paese negli anni Ottanta, esperti di psicologia infantile hanno cominciato a studiare più approfonditamente il livello di accuratezza delle testimonianze dei bambini, il loro grado di suggestionabilità, il modo migliore per condurre i colloqui senza condizionarli. E hanno passato queste conoscenze a giudici e investigatori. In Gran Bretagna, per esempio, è stato messo a punto un codice di buona pratica con i principi su come interrogare correttamente un minore.
Da noi, invece, queste conoscenze, tranne rari casi, non hanno raggiunto chi fa indagini e i tribunali. «In Italia abbiamo ancora l’idea che il bambino sia la bocca della verità. E si tende a credere che più è piccolo, più è ingenuo. In realtà, più è piccolo, più è difficoltosa la valutazione» dice Giuseppe Sartori, docente di neuro-psichiatria clinica all’Università di Padova e consulente della difesa nel caso di Rignano.

Su questo argomento esistono ormai studi e ricerche. E il consenso degli esperti è unanime su un punto: per minimizzare la possibilità di racconti falsi (e riconoscere quelli veri), le interviste ai bambini devono essere condotte secondo regole precise e tenendo conto di alcuni dati. «Il terreno è scivoloso per diversi motivi. Anzitutto c’è il problema dell’amnesia infantile. Tra i due e i quattro anni, come sapeva già Sigmund Freud, un bambino può riportare come esperienze vissute cose che ha solo visto, sentito raccontare, immaginato. Poi c’è quello della suggestionabilità: «i bambini, se interrogati in un certo modo, tendono ad assecondare le aspettative degli adulti, specie se sono dotati di particolare autorità» spiega il neuropsichiatra infantile Giovanni Camerini, dell’Università di Modena. «E nelle occasioni successive tenderanno a ripetere ciò che hanno già detto».

Poi ci sono questioni di procedura. Nel processo penale, la testimonianza viene cristallizzata nell’incidente probatorio, ma la cosa non è appropriata nel caso di un testimone di quattro o cinque anni. «Bisognerebbe invece indagare su come si è costruito il racconto del bambino, su quando per la prima volta ha detto qualcosa, sulle circostanze e le motivazioni del bimbo e di coloro che hanno raccolto il primo accenno di abuso» prosegue Camerini.

Si è sentito anche ripetere che, nel caso di Rignano, i bambini presentavano chiari segni di abuso sessuale. «Ma questi segni non esistono, lo dice la letteratura. Gli unici comportamenti con maggiore specificità sono quelli sessualizzati, che possono avere una varietà di spiegazioni, oltre all’abuso: dal normale sviluppo psico-fisico alla carenza di affetto, all’aver visto o sentito raccontare fatti di natura sessuale» dice Camerini.
Alcune regole per raccogliere correttamente le testimonianze dei minori ci sono anche da noi, dettate dalla Carta di Noto, stilata con il contributo di magistrati, avvocati ed esperti di psicologia infantile. La Carta dice per esempio che consulenza tecnica e perizia in materia di abuso sessuale dovrebbero essere affidate a professionisti con formazione specifica. Che i colloqui andrebbero svolti in orari, tempi e modi opportuni, e dovrebbero essere videoregistrati. Che andrebbero evitati domande e comportamenti che possano compromettere spontaneità, sincerità e genuinità delle risposte.

«Nel caso dell’asilo di Rignano sono stati saltati tutti i passaggi. A videoregistrare sono stati i genitori che, magari in buona fede, hanno cercato di ottenere in prima persona “le prove”. A volte questi video sono stati fatti all’una di notte. A mio parere le testimonianze sono inquinate in modo irrimediabile» dice Sartori. «È un pasticcio. L’unico modo per venirne a capo sarà con riscontri investigativi di altro genere» conferma Camerini.

A fine settembre esperti di psicologia, criminologi, avvocati e magistrati si incontreranno di nuovo a San Servolo (Venezia) per mettere a punto un protocollo in tema di «diagnosi forense di abusi sessuali». Perché un pasticcio come quello di Rignano non si ripeta.

Chiara Palmerini

Fonte/Credits:  www.panorama.it

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