Il ruolo delle associazioni nell’isteria collettiva degli abusi – Repubblica 27/2/2007

Due scuole di pensiero duramente contrapposte

È guerra tra le associazioni che difendono i bimbi dagli abusi

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27/2/2007 – La guerra prima sotterranea – o chiusa nelle aule dei tribunali – è scoppiata all´improvviso su una pagina di giornale. Un genitore di Ferrara viene assolto dall´accusa di violenza su un figlio adottivo e un consulente della difesa – il dottor Giovanni Battista Camerini, coordinatore del corso di perfezionamento sulle strategie di prevenzione degli abusi all´università di Modena – dichiara papale papale: “Le valutazioni sono state fatte solo per provare le accuse. Siamo a questo punto perché ci sono operatori che si rifanno alla metodologia Cismai: a tale categoria appartengono anche la psicologa dei servizi e la consulente del Pubblico ministero”.
Il dottor Camerini fa parte del Sinpia – Società italiana neuro psichiatria infantile e adolescenziale – e di Telefono azzurro, e queste associazioni si ispirano alla Carta di Noto. Dall´altra parte di quella che rischia di diventare una barricata c´è il Cismai, il Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l´abuso dell´infanzia. Soci Cismai, nella regione Emilia Romagna, oltre al distretto 2 di Mirandola, sono il dipartimento Servizio sociale di Cesena, il Servizio tutela infanzia e adolescenza di Imola, il Centro abusi e maltrattamenti e il Servizio tutela minori e legale di Ferrara, il Servizio area minori di Modena.
“Io non vorrei – dice il dottor Camerini, stretto collaboratore di Ernesto Caffo – che si arrivasse a ragionare in termini di appartenenza, reinventando i guelfi e i ghibellini. Il Cismai è un punto di vista, non la verità scientifica che nasce solo da un confronto dialettico. Nessun problema se il Cismai fosse un´associazione che stimola il confronto. Il problema nasce quando certi tribunali nominano come consulenti soltanto chi aderisce alla dichiarazione di consenso del Cismai. Io penso che tutelare davvero i bambini significhi anche proteggerli dalle conseguenze che scaturiscono dai cosiddetti falsi positivi, vale a dire gli abusi inventati. Nel Cismai vedo invece una cultura dell´abuso tutta fondata sulla denuncia, con poca attenzione alle risorse che possono essere presenti nella famiglia. Si preferisce allontanare il minore, con il rischio di valutazioni superficiali e di decisioni affrettate”.
La “Dichiarazione di consenso in tema di abuso sessuale dell´infanzia” è stata preparata dal Cismai nel 1999 ed è stata pesantemente attaccata nelle udienze dei processi per pedofilia. I punti importanti sono numerosi. “L´abuso è un fenomeno diffuso”. “Il perpetratore quasi sempre nega, e spesso mancano evidenze fisiche e testimonianze esterne”. “L´assenza di lesioni non può mai portare il medico ad escludere l´ipotesi di un abuso”. “Quanto più un bambino è stato danneggiato dall´abuso, tanto più può essere compromessa la sua capacità di ricordare e raccontare”. “Lo stesso professionista può effettuare sia la diagnosi che la cura”.
Anche nello Statuto del Cismai non mancano gli articoli che hanno suscitato polemiche. “I Soci sono obbligati – recita l´articolo 9 – a svolgere le attività preventivamente concordate, a mantenere un comportamento conforme alle finalità dell´associazione”. Teresa Bertotti, presidente Cismai fino all´anno scorso, parla delle Commissioni dell´associazione come luoghi nei quali “si sviluppa una solidarietà e una comprensione reciproca”, tutto questo “al riparo dalle critiche distruttive e dalle possibili aggressioni esterne”.
Gli avversari del Cismai diffondono una perizia effettuata dal professore e avvocato Guglielmo Gulotta per conto del Consiglio nazionale dell´Ordine degli psicologi, che giudica del tutto inadeguata la “Dichiarazione di consenso” del Cismai. Il documento – scrive – è composto da “una serie di enunciazioni che lasciano trasparire poche incertezze. Non viene neanche presa in esame l´ipotesi che il sospettato possa essere innocente, ma solo che “il perpetratore quasi sempre nega””. Il professore dice no a uno psicologo – poliziotto, e nega anche che chi fa la diagnosi possa poi seguire anche la cura, come previsto dal Cismai. “Oltre che inopportuno – scrive – è vietato dalla legge”.
Nel confronto fra le diverse “scuole” non mancano i colpi bassi. “Quelli della Carta di Noto – fanno sapere amici del Cismai – fanno i soldi come consulenti delle difesa dei pedofili”. “Quelli del Cismai – fanno sapere dall´altra parte della barricata – fanno i soldi con le consulenze per i tribunali, procurate da altri soci”. A volte le accuse sono scritte su carte ufficiali. “Legga questa requisitoria milanese. Tenga presente che il medico legale di cui si parla, Cristina Maggioni, è lo stesso che ha fatto 350 perizie in tutta Italia. E´ lo stesso medico che ha dichiarato abusati tutti i bambini del caso Mirandola”.
Pagine che fanno venire i brividi, quelle della requisitoria del Pubblico ministero Tiziana Siciliano. Una bambina dice parolacce, e la madre si rivolge al Cbm – la Casa del bambino maltrattato, casa madre del Cismai – per essere aiutata. Le parolacce potrebbero essere “sintomo di abuso”. “O denunci tu o denunciamo noi, e ti portiamo via la bambina”, questa la proposta fatta da un´operatrice del Cbm. Partono le indagini, la bambina viene allontanata dalla famiglia e il padre è arrestato. Sul perito, la dottoressa Maggioni, il magistrato dice: “Viene da chiedersi se sia una totale incompetente o se sia una persona in malafede. Crede evidentemente di essere in grado di sostenere con la sua semplice parola tutto quello che lei a ritenuto di valutare. Incompetente, negligente, superficiale: questo il giudizio dei periti del giudice su di lei. Queste sono perizie fatte da persone che dovrebbero cambiare mestiere”. E lo stesso Pubblico ministero chiede e ottiene l´assoluzione del taxista.
Altre carte vengono usate come sciabole. Un amico del Cismai replica consegnando fotocopia di un articolo apparso sulla rivista “Minori giustizia”, a firma di Claudio Foti, psicoterapeuta, direttore scientifico del Centro Hansel e Gretel di Torino, pure questo associato ai Cismai. Nel mirino, stavolta, il Telefono azzurro fondato da Ernesto Caffo, uno dei leader della scuola di Noto. Qui si arriva all´insulto. “Il Telefono azzurro – si chiede lo psicoterapeuta – è un servizio sociale che i cittadini sentono necessario, come sostengono artisti, politici e uomini della strada, oppure – come pensano molti operatori dell´area del Child abuse – rappresenta il Cacao Meravigliao della tutela dell´infanzia, cioè una straordinaria operazione pubblicitaria che propone all´opinione pubblica un servizio sostanzialmente inesistente dal punto di vista della gestione concreta, efficace e continuativa dei casi di maltrattamento?”.
La vera fortuna del Telefono azzurro sono i giornalisti. “Il Telefono Azzurro fornisce informazioni e dati ai cronisti bisognosi di elementi sui cui produrre comunque servizi sulla violenza ai minori, e in cambio i giornalisti restituiscono notorietà e buona immagine al Telefono Azzurro”. L´organizzazione “è un imbuto con il collo troppo stretto”. “Da 8.000 tentativi di contatto al giorno – scrive Claudio Foti – si arriva ai 6-8 casi al giorno che si afferma di “prendere in carico”, e a meno di un caso al giorno giudicato grave e – si sostiene – segnalato ai servizi socio – sanitari, alla scuola, alle forze dell´ordine, ai tribunali”. Per finire, lo studioso cita il Consiglio direttivo dell´ Associazione italiana giudici per i minorenni, i quali invitano “quanti, come il principe azzurro del telefono per i bambini, intendono sputare sentenze sui metodi e sulle tecniche d´intervento rispetto ai quali nulla sanno”, a preferire “la strada del dignitoso silenzio”.

Jenner Meletti

(27 febbraio 2007)

Fonte/Credits:http://www.bologna.repubblica.it 

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