Diavoli pedofili o innocenti? – Gad Lerner 9/6/2000

In questi due articoli Gad Lerner, allora inviato speciale di Repubblica, espone le sue le perplessità sulle condanne in primo grado per il famoso caso della Bassa Modenese, caso che poi venne rivisto in vari processi d’appello con una serie di assoluzioni.
[vedi i post  Abusi Mirandola: assolti i Morselli, e Assoluzione finale per il caso della bassa modenese]
[vedi anche Il processo infernale dei satanisti pedofili ]

la-repubblica-logo-big

Diavoli pedofili o innocenti?
Viaggio nella Bassa spaccata

L’attacco alle assistenti sociali di Mirandola
“Ma i piccoli sono stati sentiti con tutte le attenzioni”

dal nostro inviato GAD LERNER

FINALE EMILIA – Finito il temporale, di violento resta solo il profumo dei fiori nel cimitero di campagna poggiato sull’argine del fiume Panaro, al confine tra l’Emilia e la Romagna. I morti riposano in pace, ma è qui, fra queste tombe, che noi vivi siamo chiamati a confrontarci con l’enigma dell’ultima, la più terribile deposizione di M., verbalizzata dal pm Andrea Claudiani alle ore 10.30 del 10 aprile 1999: “Anch’io ho dovuto partecipare con le mie mani all’uccisione di una bambina. Questa bambina è stata uccisa al cimitero con un coltello piantato nella pancia e nel cuore. E’ stato mio padre con Giulio a ordinarmi di farlo e a tenermi le mani mentre lo facevo. Mentre le infilavo il coltello la bambina ha gridato e le è uscito sangue. Io ero molto impaurita e mi sentivo male perché l’avevo uccisa proprio io. So chi è questa bambina uccisa: si tratta di Marilisa, abitava nello stesso palazzo di mia zia a Finale Emilia”.

Il padre di M. è stato condannato lunedì scorso a 16 anni di carcere dal tribunale di Modena, e a Giulio sono toccati 19 anni. Ma per entrambi l’accusa è di abuso sessuale e sequestro di persona, non di omicidio. Perché Marilisa non è morta, così come non si sono mai recuperati i molti piccoli cadaveri squartati e dissanguati nel corso di rituali satanici, che pure riempiono il racconto univoco dei dodici minori finiti protagonisti loro malgrado di una vera e propria tragedia: la tragedia della Bassa. Non un resto umano, non una foto, non un filmato di quelli che i bambini asseriscono girasse Alfredone, un balordo nel frattempo morto d’infarto. Se i pedofili celebravano rituali macabri sulla pelle dei loro figli, o se invece producevano orrendo materiale destinato al commercio illegale, bisogna dire che sono stati bravi a cancellare ogni traccia. Irrimediabili rimangono però le tracce nella psiche dei bambini, e quelle sui loro poveri corpi, se sono vere le perizie che il tribunale ha giudicato inequivocabili nonostante il parere discorde del gip e della difesa.

Difficile pensare che non vi sia stata alcuna violenza sessuale. Ma le cerimonie sataniche, i morti? “Qui la gente si accorge se viene a mancare un gatto, si figuri un bambino”, sorride amaro il parroco, don Paolo Soliani. Ma gli assistenti sociali di Mirandola non si sentono di escludere la credibilità neppure dei più estremi fra i racconti dei minori che hanno preso in cura. I bambini dicono la verità, e basta. Non bisogna avventurarsi nel campo minato dell’autosuggestione, o dell’elaborazione fantastica. Il mistero della Bassa modenese si nutre della compatta incredulità di paesi che mai avevano notato un movimento strano intorno ai cimiteri; difendono indignati l’onorabilità di almeno una delle famiglie coinvolte; e soprattutto insorgono a tutela del loro “martire” don Giorgio Govoni, morto di crepacuore per l’accusa infamante di aver coordinato il traffico pedofilo.

La spaccatura appare irrimediabile, dopo la condanna a 157 anni di carcere dei quattordici imputati e l’indicazione come reo dello stesso defunto don Govoni. Ed è una spaccatura che va oltre il verdetto di cui la Curia prende atto “nella forma, per dovere civico”, ma “totalmente la respinge nella sostanza”, preoccupata per “il distacco tra la sentenza emessa in nome del Popolo italiano e la convinzione ben diversa di quella parte del popolo italiano che di don Govoni e delle altre famiglie condannate conosce la vita in ogni risvolto”. C’è di più. Scricchiola perfino il rapporto di fiducia fra un arcivescovo ben più aperto del bolognese cardinale Biffi, monsignor Benito Cocchi, presidente nazionale della Caritas, e i proverbiali servizi sociali della regione Emilia Romagna. Amministratori locali, psicologi e assistenti sociali sono accusati dai parroci di avere instaurato una prassi sbrigativa nell’allontanamento dei minori dalle famiglie difficili. Di certo non hanno saputo dialogare con i paesani esterrefatti. Alfredo Sgarbi, il sindaco pidiessino di Finale Emilia, parla come uno che si trova preso fra due fuochi: “Le prime segnalazioni di malessere dei bambini sono venute da insegnanti molto serie, ma certo non posso escludere che in questa storia sia finita anche gente che non c’entra. Don Govoni è stato un benemerito, nei suoi rapporti con la pubblica amministrazione, questo è sicuro, anche se ci siamo divisi sulla teoria che i bambini vanno sempre e comunque lasciati alla loro mamma”.

Bisogna districarsi fra l’ipotesi dell’autosuggestione (“Qui tutti gli anni per la festa patronale ci si maschera da diavoli in lotta con San Gimignano, tra fuochi e nebbia artificiale”) e il dubbio: “Coi filmini pedofili si guadagnano centinaia di milioni, e qualcuno in giro dovrà pur girarli, le pare?”. Infine Sgarbi allarga le braccia: “Parliamoci chiaro, se il tribunale avesse assolto, qui andavamo a casa tutti, io, il dirigente della Asl, gli assistenti sociali, come coloro che avevano condannato definitivamente i bambini. Ma adesso è di loro, del loro destino, che, scandalosamente, nessuno si preoccupa”. Già, ci si preoccupa innanzitutto della Bassa sfregiata e sconvolta. Una Finale che non ha mai esitato a mandare in campeggio centinaia di ragazzi con don Govoni. Un paese di quindicimila abitanti con 1400 miliardi raccolti ogni anno dalle banche, posto com’è al bivio fra distretti d’eccellenza, la ceramica, il biomedicale, la maglieria, la componentistica auto e la frutticoltura. Ma la pedofilia, dicono gli esperti, va ad annidarsi pure negli ambienti più insospettabili. Sarà forse per una maggiore sensibilità su questa piaga, ma è un fatto che nella provincia di Modena si registrano il 30 per cento degli affidi sul totale regionale: 45 in tutto, il doppio di dieci anni fa. Così i don Camillo che si trovano a predicare fra tanta improvvisa opulenza, individuano i nuovi Peppone sotto le sembianze di giovani psicologhe e assistenti sociali in jeans di una Asl considerata esemplare per efficienza e presenza territoriale.

Nella sede di via Felice Cavallotti, a Mirandola, a stento si trattiene la rabbia: “Che società è mai la nostra? Prima innalziamo i bambini sul piedistallo, poi diciamo che non bisogna credergli”. Ma a parte don Govoni, coinvolto nell’inchiesta da un minore che prima di lui aveva fatto addirittura il nome del vescovo di Crema, e poi citato in altre quattro diverse testimonianze, nessun altro sacerdote si è mai peritato di confrontarsi con i servizi. Gli allontanamenti dalle famiglie dei bambini di cui il tribunale ha confermato l’abuso, assumevano così l’aura di sequestri brutali.

E’ successo a Massa Finalese, dove quattro fratellini sono stati portati via all’alba dai genitori tutti casa e chiesa, lei maestra nell’asilo cattolico, lui barista all’oratorio. “Una violenza paragonabile a quella sessuale, cui peraltro nessuno crede”, ripete ancora il parroco Paolo Soliani.
Han subito preso le loro difese il vicepresidente della Camera, Carlo Giovanardi, e l’avvocato Augusto Cortelloni, senatore dell’Udeur. Nessuno dei servizi ha pensato di andar lì a ragionare con i paesani. Così, ogni martedì sera un gruppo di famiglie si riunisce a recitare il rosario per i perseguitati, e la parrocchia ha aiutato la madre a espatriare in Francia col quinto figlio nato nel frattempo.

Ma dopo qualche mese di separazione i bambini hanno moltiplicato le accuse: non erano più solo gli zii e il nonno a portarli di notte al cimitero, e a costringerli a prostituirsi; anche il padre ne abusava, mentre la madre li teneva fermi. In paese nessuno ci crede, benchè le contestatissime perizie mediche evidenzino lacerazioni nei tessuti. Come distinguere, nell’intrigo della Bassa, l’incubo reale dall’incubo fantastico?

“Le dichiarazioni dei bambini, tutti in età compresa fra i 7 e i 13 anni, negli episodi di violenze sessuali emergono sempre gradualmente. Sono stati ascoltati in luoghi diversi, da operatori diversi. E anche riguardo alla famiglia in questione, posso garantirle che hanno vissuto con sollievo il distacco dai genitori e hanno confermato le accuse”, mi dice il dottor Marcello Burgoni, responsabile dei servizi. Lascia però allibiti l’ultimo racconto della primogenita dodicenne, datato 20 novembre 1999, col processo in pieno corso.

Già da un anno affidata alla nuova famiglia, sostiene di essere stata raggiunta all’uscita di scuola dagli zii e dal nonno. L’avrebbero denudata, violentata quattro volte davanti e dietro con una frasca, picchiata e minacciata. Poi, lo scorso 22 marzo, decide di aggiungere: “In macchina con loro c’era anche don Giorgio. Si credeva di essere imbattibile. Mi diceva io sono forte, io sono il diavolo”. Possibile che degli imputati dall’apparenza pacata, oltretutto sostenuti nel loro alibi dai colleghi di lavoro, decidessero di correre un rischio simile? Quasi certamente le motivazioni della sentenza riveleranno che non tutte le accuse dei bambini sono state prese alla lettera. Non occorrono rituali satanici e commercio di videocassette per provare un’eventuale violenza pedofila. Ma il racconto convergente di questi poveri bambini ha portato pian piano a disegnare una gigantesca scenografia grand guignol con la quale si fa davvero fatica a confrontarsi.

Don Giorgio, proprio don Giorgio, il diavolo? “E’ difficile far passare tra la gente il concetto che la personalità umana è complessa, il bene e il male possono convivere in noi”, dice ancora il dottor Burgoni. Sì, è difficile. Per gli abitanti della Bassa è addirittura impossibile accettare l’idea di questo diavolo che hanno conosciuto troppo bene come un santo, sempre in giro su quelle vie strette fra i canali e il Panaro, mentre i campi di grano trascolorano dal verde al giallo.

(9 giugno 2000)

Quattrodici condanne per i pedofili di Modena

Tre anni d’inchieste, trecento testimoni, cinquantasette udienze. Polemiche e reazioni durissime anche politiche

MODENA – Quattordici condanne, due assoluzioni, un proscioglimento: è giunta dopo oltre nove ore di camera di consiglio la durissima sentenza del processo di Modena contro i pedofili della bassa padana, condannati dal giudice a pene (fino a 19 anni di reclusione) più pesanti ancora di quanto fossero quelle richieste dalla pubblica accusa. Prosciolto il sacerdote don Giorgio Govoni, deceduto il 19 maggio scorso d’infarto. Un proscioglimento “per morte del reo” che significa, dal punto di vista della corte, colpevolezza piena.

E subito, nella città spaccata a metà fra innocentisti e colpevolisti, sono esplose le polemiche. Avvocati e parenti dei condannati sostengono che non ci sono prove e che il processo è stato condotto a partire da tesi preconcette mai suffragate da prove. Tra loro anche il senatore Udeur Augusto Cortelloni che ha parlato di “sentenza politica” e ha assicurato che “come tale, ora, andrà trattata”. Persino il vicepresidente della Camera Carlo Giovanardi (Ccd) si è schierato contro i giudici e ha fatto sapere che chiederà l’intervento del Csm.

Le indagini erano iniziata tre anni fa, quando un bambino, che allora aveva sette anni, raccontò degli abusi sessuali subiti da alcuni parenti. Col procedere dell’inchiesta il giro dei sospetti si allargò sempre più, vennero fuori anche storie di riti satanici, e venne coinvolto tra i presunti colpevoli anche don Giorgio Govoni, il prete-camionista di cinquantanove anni, rivelatosi poi (secondo l’accusa) il perno attorno al quale ruotava l’intera organizzazione. I bambini coinvolti nel giro a luci rosse erano all’incirca una dozzina.

Durante i tre anni dell’inchiesta (57 udienze e trecento testimoni) Don Govoni che si è sempre dichiarato innocente e i difensori avevano chiesto la piena assoluzione; è morto d’infarto nello studio del suo legale. Oltre a lui altri due accusati sono morti prima della fine del processo: la mamma di una bambina vittima della banda di pedofili si è lanciata dalla finestra di casa e l’uomo accusato di essere il “fotografo” del gruppo è morto di infarto.

Soddisfatti i legali di parte civile dopo la lettura della sentanza. Stupefatti, invece, i difensori e i parenti degli accusati che attendono ora di conoscerne le motivazioni. Il sacerdote scomparso è stato prosciolto con la formula “…per morte del reo”, formula che riconosce di fatto la responsabilità dell’imputato. E a tutti i condannati è stata tolta la patria potestà sui figli.

(5 giugno 2000)

Fonte/Credits: 

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...