Muore dopo l’assoluzione uno degli accusati della bassa modenese

Un malore stronca Delfino Covezzi

Era in Francia con la moglie e il figlio. La loro vita un calvario per processi assurdi finiti con la totale assoluzione

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10/8/2013 – Stava aspettando le motivazioni della sentenza che lo ha scagionato per la seconda volta, dopo quasi quindici anni di un calvario sconcertante, frutto di un errore giudiziario che gli ha strappato 4 figli, sconvolgendo la sua vita.

Delfino Covezzi, 54 anni, operaio fuochista in ceramica a Finale, è morto giovedì pomeriggio in Francia, nel piccolo paesino dove da oltre 10 anni abita la moglie Lorena Morselli, costretta a fuggire Oltralpe per tenersi il loro quinto bambino, oggi ormai proiettato verso l’adolescenza.
Covezzi, approfittando delle ferie, aveva fatto il solito lungo viaggio, lo stesso che ripeteva almeno due volte al mese, per stare vicino a quel che restava della sua famiglia. Con lui questa volta era andato anche Giuseppe, il cognato che quello stesso errore giudiziario aveva travolto, così come tante altre persone, alcune purtroppo vinte dal dolore. Una storia frutto di fantasie, grossolani errori della giustizia che hanno però segnato la vita di famiglie e ancor peggio bimbi. Il giorno prima – ha raccontato Lorena sconvolta ai parenti – erano stati al mare, per un momento di serenità. «Giovedì non stava bene, ha voluto rimanere in casa, e lì lo ha colto l’infarto. È stato inutile chiamare i soccorsi».
Ora la salma è nelle camere ardenti di un vicino paese, in attesa dei permessi per poter rientrare in Italia. Per il funerale si parla dei primi giorni della prossima settimana. Nel frattempo però la notizia dalla Francia è subito rimbalzata a Massa, nel quartiere Carrobio, dove Delfino viveva in via Nives Barbieri.
Nello stesso appartamento in cui, anni fa, in una fredda mattina di novembre fece irruzione la polizia, su disposizione della Procura, che aveva sposato un po’ troppo frettolosamente le dichiarazioni che una psicologa ai primi incarichi aveva raccolto e spronato da un bimbo di Massa con gravi problemi familiari. Un bimbo affidato ad un’altra famiglia e che nella famiglia naturale, nei fine settimana prestabiliti, tornava malvolentieri. Da questo disagio erano scaturiti progressivamente racconti di abusi domestici, abusi degli amici di famiglia, abusi ad opera di un sacerdote che poi venne identificato in Don Giorgio Govoni, abusi nel cimitero di Massa, in altri 4 cimiteri, alla ex Samis, nei giardini pubblici, nel castello di Finale, a Mantova ad opera di un Conte, a Cremona ad opera di un vescovo… Il tutto condito da omicidi, riti e partecipazioni di folle. In un crescendo di testimonianze raccolte con modalità controverse e mai registrate, altri bambini – sempre legati a famiglie disadattate – vennero coinvolti. E in quel contesto venne fatto il nome dei 4 figli di Delfino, con il racconto – palesemente fantasioso – che altri parenti li prelevassero di notte all’insaputa dei genitori e li portassero nei cimiteri, per i riti di cui sopra. Disperati, sconvolti, Delfino e Lorena protestarono l’assurdità di tutto questo. Per tutta risposta si videro recapitare dopo settimane un avviso di garanzia, con l’accusa di avere assecondato loro stessi quelle mostruosità e di avere anzi loro stessi abusato dei figli, in casa. Accuse tutte cadute con il processo in Corte d’appello, che la Corte di Cassazione (anche per evitare conseguenze pesantissime) ha fatto rifare. Ma un’altra Corte di appello, il 2 maggio scorso, li ha di nuovo assolti, anche se anni di separazione, nel contesto accusatorio che li ha accolti, hanno spezzato per sempre i legami con i figli
Il 2 agosto erano attese le motivazioni della sentenza. Delfino non ha fatto in tempo a leggerle e ieri a Massa erano in tanti ad associare questa morte prematura (già prima del processo di maggio Delfino aveva accusato un malore al cuore) alla sofferenza di tutti questi anni.
«È passato tanto tempo, ma è la mia stessa impressione, perché sono stati anni di un dolore immenso per questi due genitori. E così questa lunga striscia di sangue legata alle sofferenze di questa storiaccia continua a mietere vittime», ha detto ieri l’avvocato Pierfrancesco Rossi, difensore dei Morselli, che tutta questa vicenda ha studiato e vissuto da vicino. Nel suo studio, si ricorderà, morì anche don Giorgio, il giorno dopo la richiesta di condanna a 16 anni, quale capo dei riti satanici che le sentenze postume hanno poi riconosciuto non esserci mai stati. Ma i morti sono stati anche altri: tra di loro una mamma suicida, un amico di famiglia colto da infarto, due mamme morte in carcere e agli arresti… Un prezzo altissimo, per quello che tanti, non abbastanza, riconobbero subito come un errore, ideologico e di inesperienza.

Fonte/Credits: http://gazzettadimodena.gelocal.it 

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