Una frase scherzosa e il nonno diventa orco – La Stampa 28/3/2011

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TORINO – Una frase innocente ha trascinato in un vortice paradossale una famiglia. E’ bastato cogliervi un significato ambiguo. Ne è nata una lunga e assurda storia che ha costretto la magistratura a misurarsi con il peso delle parole. Adesso è finita e F. C., un uomo fattosi dé, immigrato nel Canavese 60 anni fa, racconta come può cambiare la vita di persone perbene.

«Succhia e poi sputa». Detto da un padre settantenne al figlio. Il contesto: la cantina della loro villa, i due piccoli imprenditori stanno per travasare il vino dalla damigiana nelle bottiglie. L’anziano: «Ho detto a mio figlio di infilare il tubo di gomma nella damigiana e di aspirare il vino. Una boccata perché il resto fluisse nelle bottiglie. Il vino a lui non piace e così gli ho pure detto “sputa” riferendomi al quantitativo che avrebbe trattenuto in bocca».

Per quelle parole – ascoltate da una bimba di 8 anni, senza poter vedere la scena, e riferite alla madre – il nonno e il padre della piccola hanno rischiato di finire in carcere e sono stati indagati per l’infamante reato di pedofilia. Dalla banalità di un contesto familiare si è precipitati in quella del male. Dopo 18 lunghi mesi padre e figlio sono usciti dall’incubo. L’11 febbraio, il gip Anna Ricci firmava il provvedimento di archiviazione del caso. L’ F.C. è uomo tutto d’un pezzo e il suo racconto gli assomiglia: «L’avvocato Davide Nizza ci ha chiamati per darci la notizia. Io e mia moglie ci siamo guardati, senza aver bisogno di parlare, e abbiamo pensato alla nostra nipotina che non vediamo dal maggio 2009».

Lo sguardo si posa sui ricordi della giornata più lunga: «Era il 27 luglio 2009, le 7,20. Uscii in bicicletta. Un’auto mi si mise di traverso. “Carabinieri”. Sono in sei, uno mi mostra un foglio. C’è scritto che devono perquisirmi la casa. Barcollo. Mi fanno sedere mentre loro cominciano dalla tavernetta. Han persino guardato dentro la cuccia del cane. Cercavano materiale pornografico ma l’ho capito solo dopo molte ore. Li guardavo prendere le armi da caccia, le munizioni, il computer, le mie foto da sciatore. “E ora?” chiedo al maresciallo quando finiscono. “Deve seguirci”».

«Mi portano in una prima caserma. Controllano che tutti i miei fucili da caccia sono in regola. “Posso andare?” dico io. Macché, mi spostano in un’altra caserma. Due ore di silenzio, su una panca. A mezzogiorno chiedo: “Si può sapere qualcosa?”. Mi dicono: “Dobbiamo andare in un posto”. Mi ritrovo in tribunale a Torino. Saliamo ai piani alti».

«Una porta. Dentro c’è una donna, un pm. “Qui ci sono cose gravi”, mi dice senza tanti preamboli. Guardo quella signora dal piglio deciso e le rispondo: “E’ da stamattina che mi sembra di sognare”». Si passa una mano fra i capelli, a spezzare l’emozione: «La pm non molla: “Sa che suo figlio è accusato di aver abusato della propria bambina, sua nipote? E lei cos’ha fatto con suo figlio? La bimba vi ha sentito parlare fra voi in cantina..”.. C’era anche dell’altro: secondo la denuncia di mia nuora, mio figlio ed io ci chiudevamo in camera con la bambina e la costringevamo ad assistere ai nostri atti sessuali».

«Non stavo più nella pelle. Sono arrivato qui all’età di 14 anni con la valigia di cartone che tengo ancora in casa per ricordarmi da dove vengo. Rispondo a tono. Passano le ore. Verso le 17, incrocio mio figlio nel corridoio, ha ancora la tuta da lavoro addosso. Mi crolla fra le braccia. Ho pensato: ci arrestano».

«Aveva intuito bene. – interviene l’avvocato Nizza – Il pm Livia Locci, di fronte ad accuse così pesanti, aveva deciso di mettere subito a confronto suo figlio con la moglie e per le frasi sconclusionate di lei si convinse di dover procedere con cautela. E dispose una consulenza psichiatrica sulla signora. L’esito è stato: disturbo bipolare di tipo 1, con episodi maniacali».

«Mia nipote le chiese spiegazioni di quella conversazione carpita fuori dalla cantina e lei si è fatta tutto un film. Da mio figlio si stava separando. Ha agito come se volesse dirci: la bambina è mia, non potete portarmela via». L’uomo respira lungo: «Non è finita là. La nipotina era stata affidata dai giudici alla nonna e alla zia materne, che vivevano con mia nuora. Le assistenti sociali andavano a visitarle e scrivevano nelle loro relazioni che la bimba era serena. I dottori scrivevano il contrario».

«Le assistenti sociali hanno complicato le cose. E’ passato altro tempo. Mio figlio, dopo un anno, è riuscito a rivedere la figlia, ma la madre gliela aveva messa contro. Lei è la vera vittima di quanto è successo».

Alberto Gaino

Fonte/Credits: http://www.lastampa.it

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