Molestie, l’accusa è falsa Il calvario di una famiglia – Repubblica Parma

Una coppia di genitori del parmense si è vista portare via la figlia per un anno dopo che il padre è stato ingiustamente accusato di molestie sessuali. Dopo 7mila intercettazioni ambientali è risultato che sono una famiglia “normale”. Ora chiedono giustizia e più attenzione: “Si possono distruggere delle famiglie, non siamo un caso isolato”

Fonte/Credits: parma.repubblica.it

PARMA 19/7/2012 – Ora sono una famiglia serena e felice. Eppure solo qualche anno fa qualcuno aveva deciso altrimenti. Il sistema – psicologo scolastico e Servizi sociali – avevano deciso che loro non erano una famiglia normale, una famiglia come tutte le altre. Un’accusa pesantissima. Molestie nei confronti della 193226418-651861a4-60c9-46de-8895-93d2d4f6b362loro stessa figlia. Una figlia che si sono visti sottratti per un anno. Hanno vinto. Il castello di carte di imputazioni è caduto, schiacciato da quelle stesse indagini che aveva attivato. Ora sono di nuovo insieme. Hanno deciso non senza esitazioni di raccontare la loro storia, anche per quella altre famiglie che non possono e non vogliono parlare. “Vogliamo farci avanti anche per loro, perché spesso si è costretti a tacere, per timore delle ripercussioni”. E’ una vicenda che ripropone l’attualità del ruolo delicato dei Servizi sociali, degli psicologi scolastici e di un quadro normativo che avrebbe bisogno di più cura. Il loro del resto non è un caso isolato. Sono quasi 40mila – a livello nazionale – le famiglie coinvolte in situazioni analoghe. E spesso le conseguenze possono essere drammatiche.

La chiameremo famiglia Kappa, perché come il celebre protagonista del romanzo di Kafka, mamma, papà e figlia – che ci hanno chiesto di restare anonimi – si sono trovati coinvolti in un meccanismo che per buona parte si è svolto a loro insaputa o del quale sono stati vittime. Ci accolgono nella loro casa di Borgo Val di Taro, piccolo centro della provincia parmense. Sul tavolo enormi faldoni. All’interno c’è il resoconto documentale dell’intera vicenda. Perché farsi avanti? Risponde mamma Kappa: “Quando un figlio ti viene sottratto in modo coatto si è portati a pensare che qualcosa di brutto deve essere successo, che a te non succederà mai. Ma è un fenomeno nazionale, e non tutti scelgono di raccontare. Ma è un dovere morale farlo, anche perché abbiamo avuto modo di capire, di aiutare, sottolineo, aiutare nostra figlia. Insieme siamo usciti da questa situazione”.

IL CASO – La vicenda rimonta a diversi anni fa. Lo scenario è quello dell’istituto superiore Zappa Fermi. Il caso comincia da qui, o meglio prima c’è un antefatto che risale alle medie quando un genitore contestò una serie di alcuni messaggi a sfondo sessuale sul telefono della propria figlia. Si arrivò a una denuncia contro ignoti. “Disse che sua figlia aveva ricevuto dei messaggi a sfondo sessuale da mio marito. Non perdemmo tempo e controllammo subito con l’operatore se dal cellulare potevano essere partiti messaggi a sua insaputa. Dal controllo non risultò nulla. Lo stesso dai tabulati che abbiamo consegnato ai carabinieri.” I genitori fecero fare anche una perizia sul cellulare da un perito forense: “Dalla documentazione inviata si evidenzia una totale assenza dell’invio di SMS altre comunicazioni alla parte querelante da parte dei numeri segnalati nelle querela” si legge nel resoconto. La denuncia contro ignoti fu archiviata

Un anno dopo – siamo al liceo – la storia però viene fuori ancora. Sono ancora i genitori della prima denuncia a riferire a uno dei docenti della scuola dei messaggi a sfondo sessuale. L’insegnante sentita dai carabinieri come persona informata dei fatti riferisce la conversazione che ha avuto con il genitore della figlia, sul cui cellulare sarebbero arrivati i messaggi. Dal verbale dei carabinieri risulta che nel colloquio il genitore ha menzionato all’insegnante la vecchia denuncia, omettendo il fatto che fosse stata archiviata, pur essendone a conoscenza, come appare dalla carte. Viene informato il dirigente scolastico e lo psicologo della scuola, che inizia ad avere colloqui con la figlia della famiglia Kappa. “Lo psicologo la prende durante le ore di lezione, la fa parlare di abusi e maltrattamenti, tutto a nostra insaputa, gli incontri avvengono 2 o 3 volte a settimana, senza il consenso informato. Nessuno ci dice nulla. La prende a carico, ma noi non abbiamo mai autorizzato ad avviare pratiche psicologiche”. La potestà sulla minore è ancora in capo alla famiglia.

Sulla base della relazione dello psicologo iniziano le indagini di Procura e carabinieri. “Raccomanda di allontanare la figlia, di mandare la madre ai servizi sociali, di procedere contro il padre” racconta mamma Kappa. L’inizio dell’inchiesta sarà per un certo aspetto la fortuna della famiglia. Perché li scagionerà in modo definitivo. La Procura vuole avere riscontri oggettivi. Così inizia un altro capitolo della vicenda quello dell’indagine. “Abbiamo subito 7mila intercettazioni ambientali e 860 telefonate registrate”. Naturalmente la famiglia Kappa è all’oscuro di quanto sta avvenendo. Ma il segreto non dura molto. Un giorno viene scoperta una delle “cimici”.

ARRIVA IL RIS – “Mia figlia – ricorda il papà – mi fa notare che non si accende una luce in camera, smonto la lampadina e trovo uno strano aggeggio. Lo faccio vedere a un’elettricista mio amico e mi dice guarda che sembra una microspia. Così vado in caserma dai carabinieri, che mi rispondono indagheremo”. A questo punto la storia si arricchisce, di un episodio curioso e quasi comico. In casa Kappa arriva niente meno che il Ris. Gli investigatori della scientifica sono accolti con caffè e biscotti. Vanno via rassicurando i componenti della famiglia.

PERDERE LA FIGLIA PER UN ANNO – Ma che cosa appureranno tutte quelle intercettazioni? “Che siamo una famiglia sana, normale, non aggressiva e che mio marito russa di notte”. Questo sarà il finale. Intanto l’episodio delle cimici porta poco tempo dopo la famiglia ad apprendere quanto sta accadendo. L’indagine in corso determina l’intervento dei Servizi sociali. E’ estate quando papà e mamma si vedono portare via la loro figlia. Resterà per un anno in comunità. Le comunicazioni con l’esterno ridotto all’osso, solo in orari prestabiliti e tutte ascoltate.

“La nostra prima reazione fu di stordimento, fin quando non abbiamo aperto il fascicolo pensavamo che nostra figlia avesse un disturbo, un problema di cui non ci siamo accorti, poi abbiamo capito che è stata pilotata, e che è lei, questo ci teniamo a dirlo, la prima vittima della vicenda. Quando ti portano via un figlio un genitore viene svuotato di autorevolezza perché c’è qualcuno che dice loro che sono siamo buoni genitori. E i ragazzi si appoggiano per istinto di sopravvivenza, si appoggiano al più forte. E’ importante che le famiglie capiscono che non è tuo figlio che c’è l’ha con te e che i ragazzi si trovano a reggere una pressione altissima. Nostra figlia ha avuto sulla sua testa 7 persone tra servizi sociali, assistenti, periti. Scatta l’istinto di sopravvivenza. Per tutti è stato un percorso massacrante, e non è mai stato fatto niente per riavvicinarci, non siamo stati mai ascoltati, sempre trattati come colpevoli. Non siamo contro i Servizi sociali, anzi ne comprendiamo il valore umano come servizio alla persona che andrebbe potenziato, ma quando si decide l’allontanamento di un figlio questo dovrebbe avvenire su prove provate, in accordo con quelle che sono i nuovi orientamenti di legge che si discutono in Parlamento e che prevedono tra le altre cose anche la creazione di sezioni specializzate per la famiglia nei tribunali ordinari”.

LA FINE DELL’INCUBO – Loro ce l’hanno fatta. Hanno riavuto la figlia, che ora sta bene, è andata all’università. Ma la battaglia è stata difficile: “Ci vuole la forza di mettersi da parte, di collaborare con la giustizia, sperare che prima o poi qualcuno si accorga. La nostra fiducia è stata questa. E servono buoni avvocati, e quindi soldi, non è facile E conta molto avere attorno belle persone, tra amici e famigliari, come è stato per noi. Quando è tornata abbiamo ripreso la nostra famiglia, continuato a fare i genitori”. Perché alla fine le accuse sono cadute.

Il Gip ha archiviato il caso per infondatezza della notizia criminis: “Dopo l’archiviazione sono spariti tutti. I consulenti neuropsichiatri del tribunale hanno smontato le presunte verità della scuola e dei Servizi sociali. Hanno parlato di affabulazione. Non è caduta solo la verità giudiziaria ma anche quella psicologica”. La relazione tecnica dei consulenti del tribunale dei minori precisa: “Dal punto di vista deontologico non sembra siano stati garantiti gli standard minimi di presa in carico e tutela della minore […]. Le prestazioni professionali a persone minorenni devono essere subordinate al consenso di chi esercita sulla medesima la potestà genitoriale o la tutela. Nel caso lo psicologo giudichi necessario l’intervento c’è obbligo di avvisare l’autorità tutoria dell’instaurarsi della relazione professionale”.

La battaglia infatti non è ancora finita. Vogliono vedere le carte, capire come si è potuto arrivare a costruire il caso, riempire tutti i buchi. “I Servizi sociali ci hanno rifiutato l’accesso agli atti. La scuola dice di aver dismesso la relazione dello psicologo, ma noi andremo avanti, anche con denunce. Vogliamo sapere”. Vogliono anche aiutare le altre famiglie. A Borgotaro c’è già stato un convegno su questo argomento, l’impegno è continuare su questa strada. Consigli pratici prima di tutto: “Alle famiglie diciamo di verificare i progetti scolastici, verificare lo psicologo, la sua scuola di pensiero. Il consenso informato dovrebbe essere obbligatorio. Il registro degli incontri va conservato, rimanendo nel fascicolo del minore, non può essere gettato via”. Poi lanciano un messaggio ai genitori: “Di fronte a queste situazioni è importate rimanere lucidi e capire che i tuoi figli non centrano, non colpevolizziamoli. Una famiglia deve restare una famiglia”.
RAFFAELE CASTAGNO
(19 luglio 2012)

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