Premessa al libro “La testimonianza del minore” – Luisella de Cataldo Neuburger

Tweety-Bird-Wallpaper-tweety-bird-5701692-1024-768I. «OH, OH, MI E’ SEMBRATO DI AVER VISTO UN GATTO»

Chi è abituato alla complessità sintattica del linguaggio giuridico, alle circonvoluzioni e ai sottili distinguo che lo caratterizzano, quando legge articoli scritti in modo semplice e sintetico, come ad esempio l’art. 196 del codice di procedura penale, dopo un immediato e fugace senso di sollievo, non può fare a meno, come il canarino Titty, di avvertire una strana sensazione, un segnale di allarme: «gatta ci cova».
Le ragioni? Quando l’art. 196 c.p.p. dispone che «ogni persona ha capacità di testimoniare» chi lo legge pensa subito ai tanti possibili soggetti che potrebbero diventare testimoni ma che, a prima vista, non sembrano capaci di testimoniare (Maria sta ascoltando il suo bambino di tre anni che cerca di convincerla che le caramelle le ha rubate il lupo cattivo).
Certo tranquillizza, proseguire nella lettura e sapere che «quando sia necessario verificare l’idoneità fisica o mentale a rendere testimonianza, il giudice anche di ufficio può ordinare gli accertamenti opportuni con i mezzi consentiti dalla legge». Però Lucia che ha un bambino più grande pensa subito al problemi che ha con Enrico quando vuole capire se le racconta bugie o dice la verità. Poi interviene il pensiero consolatorio: visto che il problema è davvero difficile, che ci sono casi in cui il processo ruota intorno alle dichiarazioni di un minore, forse fa bene il legislatore a presentarlo in modo da non suscitare un’immediata reazione di impotenza che indurrebbe alla resa incondizionata.

Del resto, in tempi lontani (ma non lontanissimi) si sono fatti processi che oggi non si potrebbero fare, come quelli agli animali o alle streghe, il che significa che, in qualche modo, illo tempore era stato risolto il dilemma della attendibilità da attribuire alle parole del testimone.
E se allora esistevano (e dovevano per forza esistere) criteri e metodi che aiutavano il giudice a decidere ad esempio su un’accusa di stregoneria, oggi, che possiamo contare sui contributi di tante discipline interessate, direttamente o indirettamente, alla valutazione della capacità di testimoniare, si tratta solo di informarsi e di capire che cosa funziona e che cosa non funziona. E poi farne uso.
In effetti, da oltre un secolo gli studiosi studiano la memoria, la psicologia giuridica applica i dati raccolti al­la testimonianza, la psicologia dell’età evolutiva si interessa allo studio dei complessi processi che caratterizzano gli stadi di crescita e di maturazione del bambino, le neuroscienze leggono dentro il cervello e trovano la soluzione di tanti misteri attraverso metodologie scienti­ficamente corrette e dimostrabili.
Si pensi all’enigma, oggi risolto, dell’amnesia infantile e del. falso ricordo che tanto hanno interessato la psicologia e creato dubbi e false credenze. Anche gli studiosi del linguaggio e della comunicazione, intenti alle loro ricerche, hanno raggiunto conclusioni che possono essere utilmente esportate e applica­te al problema della testimonianza, per non parlare dei filosofi della scienza che, anche se non era il loro scopo, hanno finalmente disegnato il quadro scientifico di riferimento entro cui si deve collocare il lavoro dell’esperto.
C’è molto che sappiamo e oggi non c’è più bisogno di ricorrere a facili scorciatole come quella, sempre invitante, di semplificare arbitrariamente il problema abbassandone artificiosamente il livello di complessità. Il rigore deve essere massimo quando è in discussione la testimonianza del minore, un soggetto “in costruzione” sia dal punto di vista fisico che, soprattutto, psichico che non offre, sotto il profilo del dictum, le garanzie dell’adulto cosciente e consapevole.
Basta pensare alle specifiche interferenze che rendono variabile per il bambino il concetto di verità.
Accanto alle innate deficienze riconducibili alla fase evolutiva, emergono poi fattori di disturbo che se possono insidiare anche il ricordo degli adulti (penso alla suggestionabilità e al falso ricordo) diventano dirompenti per un soggetto ancora nella fase di sviluppo.
Vedremo anche, pur se con tutta la cautela del caso, che le nuove ricerche hanno portato all’in­dividuazione di strumenti di verifica che possono migliorare la capacità di discriminazione tra vero e falso che tanto preoccupa, e legittimamente, chi debba valutare la testimonianza resa da un bambino.
In questo orizzonte di sicure turbolenze, la definizione della natura del “campo” pone almeno due punti problematici e cioè il valore degli apparati teorici nel fronteggiamento della complessità della situazione problematica (la testimonianza del minore) e il principio di riduzione della complessità di tale situazione.
Gli orientamenti teorici hanno soprattutto la funzione di lasciare le variabili indeterminate per il maggior tempo possibile, di trattenere l’osservatore dal giungere prematuramente alle conclusioni o peggio, di passare all’azione, come succede quando si intraprende una terapia prima che sia accertato il fatto.
Nel caso dell’esame di un minore la “prudenza dell’intelligenza” la disponibilità a sospendere il giudizio diventa essenziale per esaminare un materiale confuso da forti rumori di fondo, sensibile alla dimensione fantasmatica, a dinamiche della memoria ancora incerte.
In tale situazione, esiste un altro pericolo tutt’altro che remoto che potrebbe portare l’esaminatore fuori strada: credere che la verità esista come caratteristica generale della realtà e che vada solo rintracciata, magari grazie alla fiducia in una posizione teorica par­ticolare (o peggio, in un pregiudizio o una pseudoscienza) cui si finisce per attribuire il potere esplicativo di un assunto di base.
La realtà (sempre che la si voglia guardare) nel caso della narrazione di un minore, specie se riferita ad un abuso sessuale, lascia sempre in chi la deve valutare la consapevolezza che in ogni caso resterà un residuo di elementi nebulosi che non sarà possibile verificare.
D’altro canto, di fronte ad un problema complesso si cerca istintivamente una strategia di avvicinamento attraverso l’individuazione di punti significativi. E’ una strada spesso seguita dalla ricerca scientifica perché si basa su una logica che risponde a molti modelli di situazioni problematiche.
Ci sono però seri dubbi che questa procedura possa funzionare anche quando la ricerca di soluzione investe un tema complesso, come quello che qui ci interessa. Si tratta di un evento la cui natura storica ed ermeneutica è lontana dalla oggettività delle scienze naturali, fisiche e matematiche dove, a differenza di quanto accade nella testimonianza, l’oggettività è, entro certi limiti, garantita dall’universalità e imparzialità di un modo di procedere che si avvale dell’applicazione di procedure di sperimentazione e di prova codificate.
Questo non significa destituire di senso il tentativo di rintracciare la verità (rectius la verosimiglianza) nella testimonianza del minore che, anche se più critica rispetto al campo delle scienze naturali, ha pur sempre i suoi punti di riferimento e i suoi strumenti di verifica.
Conoscerli e saperli adoperare è una richiesta che l’esperto, oggi, deve essere in grado di soddisfare così come deve essere capace, se decide di entrare nel contesto giudiziario, di rispettarne la natura interdisciplinare che in certi casi impone approcci diverse dal quelli propri dello psicologo e un non facile riposizionamento su parametri operativi diversi.
Il passato ci ha tramandato un convincimento di inattendibilità delle dichiarazioni rese dai bambini.
Oggi si percepisce un’inversione di rotta giustificata dalle nuove conoscenze che le varie discipline che si occupano di questo argomento ci hanno messo a disposizione e da una maggiore sensibilità verso un problema preoccupante come l’abuso sessuale.
Ma si avverte anche negli addetti ai lavori un eccesso di emotività che alimenta alcuni atteggiamenti di senso opposto ma altrettanto pregiudiziali di quelli del passato.
Per tutelare il minore si raccoglie la sua testimonianza senza porsi alcun filtro critico, senza riflettere sul contesto di riferimento, senza chiedersi che cosa le sue parole possono veramente significare. In sostanza, si dimentica che esiste una psicologia dello sviluppo a ricordare che il bambino non può essere equiparato al soggetto adulto.
Sono consapevole che per una certa corrente di pensiero fortemente segnata da ideologie prive di fondamento e da disinteresse verso tutto quello che si riferisce a requisiti come controllo o verificabilità, gli studiosi che si permettono qualche riflessione critica sono viscidi personaggi privi di scrupoli e pronti a tutto per giustificare l’ingiustificabile. E’ una posizione che si condanna sola.
La ricerca della “verità” sia pure processuale, in un sistema come quello di giustizia penale che in primo luogo deve proteggere l’innocente, non è un’ubbia di qualche anima persa, ma una precisa e irrinunciabile esigenza.
La prova della colpevolezza non può essere affidata a pareri di esperti che continuano a confondere il processo con la terapia o a fondare il proprio operato sul convincimento, da decenni dimostrato falso, che «il bambino non mente mai».
Questo libro non è nato dall’intento, peraltro comprensibile, di combattere pericolose leggende metropolitane che non solo rendono aleatoria l’amministrazione della giustizia ma, e il rilievo non è secondario, fanno torto al bambino che pure potrebbe, se opportunamente interrogato, fornire dati affidabili.
Dietro ogni frase, dietro ogni critica non c’è, come qualcuno potrà pensare, un intento diffamatorio o ridicolizzante. Se ho disturbato scienziati come Richard Feynman, autore del pensiero apparentemente irriguardoso per una certa psicologia contenuto nella descrizione della «scienza del culto del cargo», è per dimostrare che anche a livelli di assoluta eccellenza circola il convincimento che per gli psicologi ci sia ancora molto da fare.
Mi sono quindi mossa non per bacchettare per il piacere di farlo (è uno sterile sperpero di energie criticare senza proporre alternative), ma per riflettere insieme, spinta dall’ottimismo della ragione, confortata da segnali positivi che cominciano ad arrivare dalla giurisprudenza di merito e di legittimità più aperta ad accettare una revisione di vecchie posizioni dogmatiche del fenomeno della testimonianza del minore, oggi non più sostenibili.
Le ragioni per una revisione radicale sono evidenti se solo si consideri l’incomprensibilità dell’andamento del fenomeno dell’abuso sessuale su minore così come si presenta, ad esempio negli Stati Uniti, caratterizzato da crescite e cadute vertiginose.
Segnalo il fenomeno e ne discuto le possibili cause (cap. 3). Ma resta aperta la domanda di fondo: per quale ragione proprio questo comportamento criminoso assume andamenti sconosciuti a qualsiasi altro tipo di reato?
E’ mai successo che le statistiche degli omicidi o dei furti siano da un anno all’altro salite o crollate del 40%?
Certi miracoli dovrebbero essere studiati, magari per capire come se ne potrebbero produrre altri a vantaggio della società tutta. Ma l’argomento non sembra interessare.
Ed è strano che non interessi a chi si arroga il titolo di difensore dei bambini.
Non sarebbe importante capire le ragioni del declino, studiare programmi di intervento, facilitare interventi anche istituzionali per far beneficiare un numero sempre maggiore di bambini di questa favorevole tendenza?
Che peso può avere nell’andamento statistico dell’abuso sessuale su minori il fenomeno dei falsi positivi? Il CISMAI che nella sua Convenzione neppure prende in considerazione l’eventualità che l’accusato di abuso possa essere innocente, pubblica il seguente commento:

«FALSI POSITIVI E FALSI NEGATIVI»
Si sta proseguendo nell’analisi dei casi presentati dai Centri che condi­vidono dei metodi valutativi simili. Da questo lavoro iniziale, che coni­prende purtroppo una quantità di casi ancora insufficiente per poter trarre delle conclusioni rappresentative dell’universo dei falsi positivi, emerge che la percentuale di incidenza dei falsi positivi sui casi trattati (pari al 14,7%) supera notevolmente quella presentata dalla letteratura internazionale con un’incidenza compresa tra il 2% e l’8%. La commissione sollecita i Centri nell’individuazione e nella segnalazione di altri casi presi in carico, al fine di raggiungere un totale di almeno 60/70 casi su cui lavorare. (11 Raccordo, n. 6, maggio 2000).

Questo dato significa che su cento soggetti esaminati e ritenuti colpevoli dal CISMAI, quasi quindici sono invece innocenti.
A qualcuno questa conclusione potrebbe far perdere il sonno.
Aspettavamo con ansia di conoscere le conclusioni definitive sul numero di falsi positivi in cui incorre il CISMAI, ma l’argomento sembra che sia stato accantonato.
Si legge su «Aggiornamenti dalla Commissione «abuso sessuale» (3 novembre 04):

«La ricerca sul falsi positivi” è in stallo, e ciò certamente andrà superato vista la rilevanza dell’argomento. Ma come? Come forse è noto, dopo la prima faticosa rilevazione dati, che aveva dato luogo a una analisi “discorsiva”, il materiale raccolto non aveva retto il confronto con le esigenze di una elaborazione di maggiore rigore statistico, per la troppo ampia difformità dei dati raccolti e comunicati dai vari Centri che avevano partecipato alla ricerca. E si trattava solo del primo livello di complessità, in quanto ancora più severa sarebbe stata l’analisi delle difformità di ragionamento diagnostico che potevano essere riconosciute alla base dell’inclusione/esclusione dei casi tra i falsi positivi da parte dei singoli partecipanti alla ricerca. Abbiamo quindi elaborato, con l’aiuto di una esperta nel campo delle ricerche in area sanitaria, una nuova scheda di raccolta dati, omogenea in partenza, che alcuni Centri si erano impegnati ad applicare ai propri casi in carico per dare avvio a una nuova fase della ricerca, questa volta con la garanzia di ottenere materiale correttamente interpretabile. Purtroppo all’impegno verbale non è seguito un impegno fattuale: qualcuno ha motivato le ragioni di ciò, altri no. Riteniamo che il sovraccarico stia alla base di questa “defezione” e che, come spesso ci diciamo, questo problema sia generale e incomba come un rischio grave sulle “buone intenzioni” di darci criteri rigorosi per ripensare la nostra attività. Non abbiamo attualmente idee su possibili alternative metodologiche da percorrere».

Cosa si deve dedurre da questa sconcertante comunicazione?
Che il CISMAI, con i suoi metodi di accertamento continua a produrre lo stesso tasso falsi positivi segnalati nel 2000? E’ possibile che «il sovraccarico» renda ancora più sommari (e sbagliati) gli accertamenti? Se «questo problema… incombe come un rischio grave sulle «buone intenzioni» di «darci criteri rigorosi per ripensare la nostra attività», allo stato attuale, che procedure vengono attualmente seguite per il lavoro, esteso a tutta Italia, che svolge il CISMAI se mancano persino «Idee su possibili alternative metodologiche da percorrere»?.
Che ne pensano gli operatori del diritto?
E se l’imputato che hanno davanti fosse uno dei 14,7 falsi positivi?
Chissà, e l’ottimismo si riaffaccia, che il poco delle mie considerazioni non possa stimolare il molto che c’è da fare per garantire rispetto al bambino e assicurarsi che le buone intenzioni non si tra­sformino in caramelle avvelenate.
Non si rende giustizia al mondo infantile alterandone i connotati e le competenze per metterle a ser­vizio di improbabili ideologie.
Mi rendo conto che, a prima (e forse anche a seconda) vista, questo libro potrà sembrare eccessivamente critico, inteso a sottolineare in modo puntiglioso ogni manchevolezza di impostazione o di metodo nel modo di operare degli addetti ai lavori.
La critica, occorre dirlo, è facilitata dai tanti esempi negativi che sono sotto gli occhi di tutti. Ma occorre anche dire che non mancano prove di eccellenza e di alta professionalità.
Anzi, è l’attento riferimento a questi casi che mi ha permesso non solo di criticare, ma di proporre modelli di intervento, di individuare corrette procedure operative, di gestione dell’interdisciplinarità che è alla base del lavoro dello psicologo forense, di utilizzo di conoscenze elaborate da altre discipline che innalzano il tasso di scientificità del contributo che oggi viene richiesto.
Il Vademecum che chiude questo libro, è proprio inteso a proporre all’attenzione di chi voglia affrontare in modo adeguato questo complesso ruolo che il diritto affida allo psicologo, uno schema operativo in grado di garantire il livello di standard oggi richiesto a livello nazionale e internazionale.
Contiene anche due ricerche che considero significative al fini della soluzione del problema che ci travaglia sulla raccolta della testimonianza del minore.
La prima, intesa a garantire la veridicità della narrazione, dimostra come sia possibile avere risposte attendibili a condizione di sapere come formulare la domande, a seconda delle competenze che un certo minore ha in una specifica fase evolutiva. La seconda, forse una delle più complete sulla suggestionabilità dei bambini, mette a disposizione materiale metodologicamente corretto e quindi utilizzabile come riferimento nel contesto giudiziario.

Luisella de Cataldo Neuburger, Presidente AIPG, Avvocato Psicologo, responsabile Sezione di Psicologia Giuridica Università degli Studi di Milano.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...