Gli asili a luci rosse e le indagini psicologiche – Guglielmo Gulotta

imagesIl clamore suscitato dalla vicenda dei presunti abusi all’interno della scuola materna Olga Rovere di Rignano Flaminio – che ha visto dapprima l’incarcerazione preventiva degli imputati poi rimessi in libertà dal Tribunale del riesame – ha il merito di aver finalmente richiamato l’attenzione dei media – e di conseguenza dell’opinione pubblica – su un fenomeno in realtà abbastanza diffuso nel nostro Paese, ma rimasto finora celato.

Personalmente, negli ultimi 4 anni, mi sono occupato, in qualità di difensore, di ben quattro casi di pretesi asili a luci rosse: il primo a Bergamo – dove le imputate erano due religiose molto anziane – e il secondo a Verona – dove gli imputati erano un’insegnante e due psicomotricisti – si sono conclusi con l’assoluzione di tutti gli imputati; il terzo (Vallo della Lucania – gli imputati sono quattro suore, un fotografo e un muratore) è ancora in fase di indagine e il quarto (Brescia – gli imputati erano due bidelle, un bidello, una coordinatrice scolastica e un dentista), per cui siamo in attesa della Cassazione, con l’assoluzione di 4 imputati e la condanna del solo bidello maschio. In qualità di Psicologo, Psicoterapeuta e Professore Ordinario di Psicologia Giuridica – unica cattedra del Paese – sono poi venuto a conoscenza di altre vicende del tutto speculari. Sempre a Brescia altri tre casi giudiziari si sono conclusi due con l’archiviazione (come da richiesta dello stesso PM) e l’altro con l’assoluzione di tutti gli imputati (tre maestre, un sacerdote, due bidelle).

Nella totalità dei casi che ho incontrato si tratta quindi di situazioni che destano un grande allarme nonostante in realtà non sia stato commesso alcun abuso sui bambini. Come si spiega tutto questo?

Bisogna innanzitutto sgomberare il campo dagli equivoci: non si tratta di menzogne raccontate dai minori, né tantomeno di malafede da parte dei genitori che, in tutti i casi da me trattati, non avevano alcun interesse e alcuna ragione di voler calunniare gli insegnanti o gli altri operatori scolastici. La spiegazione – sconcertante nella sua semplicità – è che si tratta di falsi allarmi generati dalla paura, dal terrore sempre più diffuso che i nostri bambini possano essere vittime della pedofilia. Così, sempre più spesso, un genitore, di fronte a segnali di disagio manifestati dal figlio o a segni fisici indefiniti può – nel normale processo di ricerca delle cause proprio degli esseri umani – contemplare la spaventosa ipotesi dell’abuso sessuale. L’innesco sta nella paura e nell’equivoco che la stessa genera (funzionando come lente attraverso cui vengono interpretati i fatti).

Il genitore inizia quindi a porre al minore domande di controllo tese chiaramente a sconfessare l’ipotesi paventata. Ed è a questo punto che può delinearsi quello scenario che poi sfocia nella denuncia e nel processo penale. Il genitore può inavvertitamente indurre il bambino ad accusare falsamente qualcuno perché egli stesso, nella sua formulazione della domanda, dà per scontato che qualcosa sia successo e che qualcuno lo abbia provocato (si pensi a una domanda molto semplice: “chi è stato a farti questo?”). I bambini nella nostra società sono educati ad accondiscendere all’adulto. In questo modo il genitore induce nel figlio una risposta che non è solo una spiegazione, ma è anche una giustificazione. Costretto a indicare un colpevole, il minore – il cui bacino “sociale” è necessariamente molto limitato – potrà facilmente indicare la sua insegnante (o ancora più probabilmente sarà lo stesso genitore interrogante a suggerire, sempre inavvertitamente, questa risposta, consapevole che gli unici adulti che possono essere entrati in contatto con il bambino, salvo i familiari stretti, sono per l’appunto gli operatori scolastici).

Non è necessario che il bambino ceda immediatamente alle inconsapevoli suggestioni dell’adulto perché si scateni l’equivoco: talvolta è proprio la presunta ritrosia del piccolo a spaventare il genitore. Quando la madre non riceva la paventata temuta può convincersi che il piccolo sia reticente e così – sempre più allarmata – insiste finché il bambino ingenuamente la segue assecondandola nella sua ipotesi temuta. A questo punto la madre, ottenuta quella che lei reputa una rivelazione (si tratta in realtà di una ammissione pilotata!) innescherà il contagio tra gli altri genitori attraverso un’azione incontrollabile. Nel caso di Verona – uno di quelli conclusi con l’assoluzione di tutti gli imputati – la madre responsabile, per così dire, dell’innesco dell’intera vicenda giudiziaria iniziò ad avvisare, nel cuore della notte, tutti i genitori degli altri bambini, scatenando in loro, come è facile immaginare, quel terrore e quell’angoscia che a loro volta diedero vita agli interrogatori degli altri bambini (alcuni svegliati in piena notte perché raccontassero!).

A questo punto intervengono gli Psicologi incaricati di valutare i racconti dei minori e la loro attendibilità, ma troppo spesso, anziché procedere secondo le indicazioni provenienti dalla più accreditata letteratura scientifica internazionale in materia, omettono di impiegare protocolli e metodologie corrette, necessarie quando si debbano raccogliere testimonianze così fragili come quelle dei minori, procedendo invece in maniera arbitraria e improvvisata. I bambini, esattamente come gli adulti, possono essere buoni o cattivi testimoni. In una mia ricerca ho potuto dimostrare che se i bambini vengono preparati adeguatamente possono resistere alle suggestioni, per esempio dicendo loro: “se dico qualcosa di sbagliato dimmelo”, “se non ricordi dimmelo” e “tieni presente che il fatto che sono più grande non significa che so come sono andate le cose”. Raramente questo viene fatto. Molti Psicologi sono addirittura ignari dei rischi di instillare nel minore, attraverso domande suggestive e interviste ripetute, le cosiddette false memorie, nonostante la copiosa letteratura in materia (sul punto vedi GULOTTA, CUTICA: Guida alla perizia psicologica, edito da Giuffrè). E’ sperimentalmente dimostrato, anche attraverso una ricerca condotta da me, che è possibile indurre nel bambino – tanto più da parte del genitore – falsi ricordi relativi ai più disparati avvenimenti, in realtà mai esperiti. Tra gli altri: l’aver subito un attacco fisico da parte di un animale feroce o l’essere stati rapiti dagli alieni. Così, mentre le madri ottengono ciò che temono, gli Psicologi (e gli investigatori) ottengono ciò che si aspettano. Anziché vedere se i fatti provano le accuse, interpretano i fatti come se le accuse fossero già dimostrate; così una carezza può sembrare un atto di libidine.

Poi i bambini ci mettono del loro: squali a Brescia (?), clown, pagliacci, pellerossa, ecc… Così, senza che in molti se ne rendano conto, ci si ritrova, anziché in un processo, in un cartone animato. I racconti dei bambini sono la somma delle paure delle mamme e dei piccoli. Prendiamo, ad esempio, la dichiarazione di un bambino di Rignano: “mi facevano le punture sul pisello”. Le manipolazioni ai genitali sono la paura della mamma e la puntura è quella del bambino. Ed è la ragione per cui i racconti dei bambini di Rignano assomigliano a quelli dei bambini di Brescia, di Vallo, di Verona, di Bergamo, ecc…: le mamme hanno le stesse preoccupazioni, i bambini le stesse paure, gli Psicologi le stesse aspettative. Anche nei processi alle streghe e agli untori c’erano dei focolai apparentemente senza connessione tra loro.

Veniamo ai sintomi di cui parlano i genitori e che vengono poi propagandati dai media (e dall’accusa) come prova del patito abuso. I bambini hanno sì dei sintomi, ma fateci caso: i sintomi nascono dopo che è scoppiato lo scandalo. Non è che i genitori fino ad allora non li avessero visti; è che non c’erano o erano irrilevanti. I piccoli disagi manifestati dai bambini erano fino ad allora ricondotti a eventi contingenti: un conflitto coniugale, la nascita di un fratellino, ecc… Quando sorge l’ipotesi dell’abuso tutto viene riletto con questa lente interpretativa e le madri si convincono di non aver saputo vedere… I sintomi, nella loro virulenza, compaiono a seguito dello stress provocato nel minore dalla stessa investigazione: questi bambini vengono “sentiti” (traduzione corretta: interrogati) ripetutamente dalle madri, dalla polizia, dagli Psicologi, dai magistrati. E’ la profezia che si autodetermina, la costruzione del fattoide: la macchina della giustizia finisce col creare il mostro che crede di combattere.

Sartre diceva che “le parole sono pistole cariche” e hanno la terribile forza di costruire la realtà.

Fonte/Credits:  www.psicoterapia.it 

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