Bambini a rischio nelle separazioni conflittuali: l’abuso sul minore – Francesco Montecchi

0Uno sguardo alla storia dell’infanzia in Occidente e nelle altre culture mostra come l’infanzia sia stata raramente quell’età felice che molti adulti amano evocare, rimuovendone ansie e problemi. Ignorati nei loro bisogni, i bambini hanno pagato con la loro sofferenza l’inconsapevolezza degli adulti, la loro crudeltà cosciente od inconscia, spesso mascherata da sistemi educativi perversi, comportamenti e iniziative dannose, falsamente finalizzate al loro bene.
Se crescere è certamente un processo difficile, che richiede la presenza di un ambiente sufficientemente buono, così come è stato sottolineato da Winnicot, l’immaginario collettivo racconta le sue insidie ed i pericoli che il bambino deve affrontare nel suo sviluppo. I bambini e gli adolescenti sacrificati, che compaiono nei miti e nelle fiabe, abbandonati, trascurati, costretti ad imprese faticose, picchiati e coartati psicologicamente, non rivelano però soltanto le difficoltà del processo di crescita custodiscono anche nella memoria collettiva i segni evidenti dei tanti tradimenti che l’infanzia ha sempre subito nel corso dei secoli, da cui derivano disagi emotivi fino a vere e proprie psicopatologie che hanno una azione strutturante della futura vita di adulto. Ansie, timori, momenti depressivi sono sempre presenti nell’evoluzione normale, ma attraverso la validità delle relazioni familiari vengono contenute, controllate, trasformate.

La rottura del legame tra i genitori e la conflittualità fa riemergere nel bambino, in modo patologico, ansie arcaiche, timori, di abbandono, ansie persecutorie e depressive, per la mancanza di punti di riferimento chiari e rassicuranti. Tutto ciò lo costringe a cercare a qualsiasi prezzo la garanzia e la certezza di riferimenti attivi stabili. Sono situazioni emotivamente importanti che non sono specifiche delle separazioni, ma che si ritrovano anche in condizioni di non separazione, quando le relazioni familiari sono patologiche e patogene, tanto è vero che le situazioni cliniche che si osservano non sono dissimili da altri casi in cui non c’è separazione.
L’elemento patologizzante non è la separazione in sé, ma è il tipo e qualità di relazione che, sempre esistita nella storia di queste coppie, si sintetizza nel suo potenziale perverso e distruttivo a separazione avvenuta. Nella maggior parte dei bambini osservati, le radici del loro disagio risalivano già al momento della gravidanza ed anche alle prime fasi di vita.
Sono bambini fin da allora assenti nella mente dei genitori, come sono assenti anche nella loro realtà e nei loro bisogni evolutivi al momento della separazione.
Per assenza si intende sia che non sono presenti, sia che è presente nella loro mente un bambino diverso da quello reale.
“Il considerare che la separazione conflittuale può predisporre i bambini ad essere abusati è rilevata dal fatto che circa il 30% di coloro che hanno subito tale trattamento, osservati e trattati dal Servizio di Psichiatria dell’Ospedale Bambin Gesù, sono figli di coppie in grave conflitto interno.
Gli abusi rilevati sono costituiti da gravi trascuratezze o da eccessi di cura (frequenti sono i casi inquadrabili nel medical shopping o nella sindrome di Munchausen per procura), o ancora da maltrattamenti fisici e psicologici, soprattutto quando il bambino si propone al genitore abusante con caratteristiche dell’altro genitore per somiglianza fisiche, per i tratti di personalità ed anche per il sesso.

Recentemente stiamo assistendo ad un incremento degli abusi a contenuto sessuale; sempre più frequente è l’accusa di abusi sessuali perpetrati dal padre o dal nuovo partner della madre, o l’accusa di far assistere il bambino ai rapporti sessuali tra un genitore e il suo o i suoi partner. Tali accuse a volte hanno un fondamento di verità, a volte però sono la proiezione e l’attribuzione all’altro coniuge di proprie fantasie o paure, sentite poi come reali; altre volte sono un’accusa consapevole, anche se non vera, per colpire, aggredire e danneggiare l’ex marito ed in qualche raro caso l’ex moglie. Ad ogni modo, il bambino subisce le descrizioni del genitore accusante e ci si identifica, assumendole come vere. Questo avviene soprattutto in bambini molto piccoli, di età prescolare, i quali, anche se non c’è un vero e proprio abuso sessuale, sono pur sempre abusati perché vivono in una atmosfera abusante e sessualizzante.

Questo 30% di maltrattamenti conclamati e riconosciuti però comporta lo spostamento dell’attenzione a quella popolazione sommersa di bambini, notevolmente più numerosa, che non sono in specie abusati, ma soggiacciono a tale rischio. Ciò deriva dalla possibilità che la situazione conflittuale attivi dei disturbi fisici e/o emotivi, che richiedono un trattamento pediatrico o psichiatrico, oppure predisponga il bambino a subire maltrattamenti o negligenze.
Se poi viene richiesto un intervento medico-psico-logico-psichiatrico, questo va ad inserirsi, o viene usato, nel rapporto conflittuale esistente tra i genitori separati, e il bambino è costretto a constatare la scarsa disponibilità sia di padre che madre ad aiutarlo ad uscire dalle proprie difficoltà. Questi genitori in conflitto, purtroppo, richiedono prioritariamente aiuti legali e soluzioni giudiziarie – mentre il bambino viene formalmente portato dal medico o dall’esperto di psiche per poi riciclare questa iniziativa nella propria conflittualità e ostinarsi a chiedere cartelle cliniche e certificati da utilizzare come carburante della loro lotta. Tutto ciò aumenta nel bimbo la sua sensazione di non poter più ricevere appoggio da loro e di essere sostanzialmente abbandonato a se stesso.
l trattamento pediatrico viene per lo più richiesto perché il bambino è predisposto ad ammalarsi o spesso simula delle malattie, talora indotte dal genitore che richiede l’intervento, oppure riguarda bambini portatori di malattie croniche quali nefropatie, diabete, cardiopatie, malattie del sangue, etc.
Il trattamento psichiatrico viene invece richiesto per quadri psicotici, disturbi psicosomatici, depressione sia manifesta che in forma mascherata, stati ansiosi, disturbi della condotta alimentare l’obesità o l’anoressia mentale), disturbi della condotta sfinterica (come l’enuresi e l’encopresi), o più genericamente per i disturbi del comportamento o del rendimento scolastico.
I sintomi del figlio possono essere utilizzati, per lo più dal genitore affidatario, per dimostrare quanto sia dannoso mantenere il rapporto con l’altro genitore e per ridurre, quanto possibile, gli incontri con il genitore non affidatario, facendo in modo così che gli incontri siano impediti o non siano soddisfacenti per il figlio.
Altre volte è il genitore non affidatario che fa visitare clandestinamente il figlio per attribuire i disturbi alla convivenza con l’altro genitore, od alla sua inefficienza. Spesso questo genitore si rivolge a specialisti dell’area medica o psicologico-psichiatrica a cui porta il figlio per una valutazione di cui il minore non è consapevole e non conosce l’utilizzazione.
Emotivamente il bambino è costretto poi a fare affermazioni che, scomposte e ricucite dal professionista, vengono confezionate in relazioni in cui risulta che il minore parla positivamente di un genitore e negativamente dell’altro. Costretto ad esprimersi criticamente su di un genitore, non ne attacca solo la figura reale, ma anche la corrispondente immagine interna. L’altro genitore tuttavia, nel suo potenziale danneggiante il minore, non si rende conto che, quando il figlio si accorge di essere solo usato, incrina la fiducia nei suoi confronti e danneggia anche l’immagine interna che ha di lui, con un vissuto di perdita per il danno che di fatto si realizza nelle immagini intere di padre e madre.
Le situazioni più gravi e devastanti si presentano quando un genitore mostra l’altro come una persona cattiva, pericolosa, equivoca, disturbata.
Queste valutazioni vengono per lo più ostentate al bambino, il quale, non riuscendo a tollerare la situazione di tensione, o per avere garanzie affettive, si allea con uno dei genitori, nella maggior parte dei casi con il più potente, e non necessariamente con il più competente, ed è costretto ad effettuare delle scelte a vantaggio di uno di essi, a cui corrisponde contemporaneamente il rifiuto dell’altro, rifiutandone le frequentazioni.
Vive poi questa perdita come un lutto, causato da se stesso, che va ad accentuare i suoi sentimenti di colpa e di abbandono.
I bambini non hanno bisogno dei genitori solo perché questi li accudiscano nelle loro necessità reali, ma hanno bisogno di due genitori che vadano ad attivare, a mettere in risonanza le immagini interne: a costellare cioè gli archetipi materno e paterno corrispondenti, che sono in loro e che sono pronti a scattare in rapporto alla realtà che incontrano, a cui poi dovrà corrispondere il modello archetipico di maschile e femminile che vanno a costituire la base delle future relazioni sociali ed affettive.
Quando un bambino è costretto a negare uno dei due genitori ed a rinunciare ad esso, non rinuncia solo alla persona fisicamente percepibile, ma anche alla attivazione della immagine interna corrispondente a quella persona. Se il minore mette in atto meccanismi difensivi meno distruttivi (di quelli ora accennati di scissione e negazione) per la sua personalità, il rifiuto-perdita di un genitore viene percepito come abbandono da parte di questo, colpevole di non essere sufficientemente forte da non farsi escludere. All’introiezione di un vissuto di abbandono, corrisponde l’ansia di essere trascurato anche dall’altro genitore; si innesca, cioè una catena in cui si possono stabilire rapporti affettivamente importanti perché il minore si convince che poi verrà comunque lasciato a se stesso.
Una ricerca sui vissuti dei bambini che rifiutavano l’incontro con il genitore non affidatario – spesso il padre – ha riscontrato che gli atteggiamenti sopra descritti non erano dovuti alle caratteristiche personali, ma al senso di mancanza di appoggio in esso ed al timore di perdere l’appoggio del genitore affidatario.
Questi sono bambini in cui viene distrutta l’immagine di un genitore, ma in cui anche l’immagine del genitore scelto ne risulta immancabilmente danneggiata. Per il minore non è possibile crescere bene, avendo dentro se stesso l’immagine materna o paterna svalutata, disprezzata, eliminata o negata.
Per non essere sopraffatto dall’angoscia il bambino utilizza meccanismi difensivi di scissione e negazione da cui derivano poi le strutture psicotiche; dai vissuti di perdita e di lutto derivano le strutture depressive; dal senso di abbandono da parte del genitore più debole derivano stati di angoscia; dai sentimenti di impotenza di fronte alla tensione dei genitori derivano le tendenze a regredire ad atteggiamenti di dipendenza infantile, fino a strutturare vere e proprie patologie simbiotiche per potersi assicurare la garanzia di punti di riferimento certi.
Limitandosi a considerare il bambino e senza entrare in modo diretto nel merito dei disturbi della personalità e delle psicopatologie di uno od entrambi i genitori in lotta, si rileva frequentemente che le caratteristiche psicopatologiche dei bambini osservati hanno spesso una corrispondenza nella struttura della personalità di uno dei genitori, tale da poter affermare che le caratteristiche psicologiche e psicopatologiche dei genitori orientano quelle del figlio. La constatazione più problematica che diversifica le patologie di questi bambini dalle analoghe patologie dei figli di coppie unite è la difficoltà di poter accedere ad un trattamento psicologico poiché i genitori, impegnati nella loro lotta, non si motivano ad un lavoro terapeutico sul figlio.
L’iter processuale, poi, collude con le tendenze della coppia a relazionarsi in termini di giusto/ingiusto, bravo/inefficiente, vittima/carnefice. A questo proposito è rilevante il ruolo degli avvocati che spesso inaspriscono il conflitto, innescando una escalation simmetrica al di là delle intenzioni dei loro clienti. Questi, da parte loro, preferiscono illudersi di fare il bene del figlio attraverso la soddisfazione della loro vittoria, piuttosto che aiutarli in termini medici e psicologici, poiché un cambiamento del figlio li costringerebbe a rinunciare al suo uso e al suo possesso e li solleciterebbe a guardarsi dentro e a chiedersi cosa è sotteso a certe ostinate iniziative intraprese in nome del bene dei figli.
Una nota critica (ed una speranza) è da rivolgere ai professionisti dell’area psicologica e psichiatrica che lavorano nelle contese legali, i quali, talvolta, colludono con le conflittualità. Ancor più grave è la situazione quando i predetti esaminano i bambini non per dar loro un aiuto, ma per cogliere gli aspetti utilizzabili a favore del proprio cliente. E’ questa un’azione scorretta non solo verso gli eventuali consulenti d’ufficio, ma soprattutto verso i minori, di cui si raccolgono le confidenze che poi, adeguatamente ricomposte a fini di parte, ne tradiscono il diritto alla riservatezza. Un’ampia letteratura sulla diagnosi dell’abuso sessuale intrafamiliare sta contrabbandando questo stile di lavoro addirittura come strumento psicoterapeutico.
E’ perciò che si auspica una sempre maggiore attenzione da parte dei giudici a non limitare la propria opera a decidere a chi affidare i minori e ad enunciare il regime di visite per il genitore non affidatario, ma invece di porre attenzione a che al minore venga garantita l’assistenza ed il trattamento, laddove si individuano delle situazioni di disagio che debordino dalla fisiologica reattività emotiva – conseguente alla separazione dei genitori -, con utilizzazione delle strutture competenti ad accogliere il disagio emotivo del bambino ed aiutare i genitori a determinare un piano di clivaggio tra le loro lotte ed i bisogni evolutivi dei figli.
E’ inoltre auspicabile che venga incoraggiata, anche negli ambienti legali e giudiziari, una cultura che promuova l’utilizzazione della consulenza psicologica per il disagio dei figli e per le coppie separate, consulenze attraverso cui il conflitto venga letto in termini di disagio emotivo, disinvestendo le proprie energie dalla battaglia legale.
La sensibilità di alcuni giudici sta rinforzando il successo di questo strumento, ed è auspicabile che professionisti dell’area legale (avvocati e giudici) discrimino od orientino le coppie in conflitto soprattutto quando questo appartiene più all’area delle emozioni che non all’area del diritto, risparmiando ai bambini esperienze di abusi reali o sommersi, operati dai propri genitori.

Prof. Francesco Montecchi – Primario di Neuropsichiatria Infantile all’Ospedale del Bambin Gesù di Roma

(Relazione letta in occasione del convegno organizzato nel gennaio 1996 presso il Palazzo di Montecitorio)

Fonte: www.psychomedia.it

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