Le false accuse di abuso sessuale e le conseguenze sui figli – Anna Oliverio Ferraris

La pallottola d’argento

ferraris-ok-208x300Il 31 gennaio del 2009, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, il PM Carmen Pugliese fece la seguente dichiarazione: «I maltrattamenti in famiglia stanno diventando un’arma di ritorsione per i contenziosi civili durante le separazioni. Solo in 2 casi su 10 si tratta di veri maltrattamenti, il resto sono querele enfatizzate e usate come ricatto nei confronti dei mariti durante le separazioni: “Se non mi concedi tot benefici, io ti denuncio”».
Il 29 aprile del 2010 – nel corso di un convegno dell’Associazione Nazionale Familiaristi Italiani – la psicologa giuridica Sara Pezzuolo ha dichiarato: “False accuse di maltrattamenti, percosse, abusi sessuali e violenze di vario genere su donne adulte e figli minori: le querele costruite al solo scopo di eliminare l’ex marito dalla vita dei figli oscillano da un minimo di 70 a un massimo di 95%”.
A queste dichiarazioni ne sono seguite altre negli ultimi anni, tutte volte a segnalare un progressivo incremento delle denunce di abuso nel corso delle cause di separazione o, successivamente, nei conflitti tra ex coniugi per le decisioni che riguardano i figli, le spese di mantenimento, il luogo di residenza ecc. Il fenomeno, che non riguarda soltanto il nostro paese, ovviamente, ma anche altri come Spagna, Francia, Belgio, Canada, è stato denunciato da Telefono Azzurro e dall’Associazione Genitori separati dai figli (GESEF). Le percentuali sull’entità del fenomeno variano di anno in anno e non sempre sono precise; ma le accuse di falso abuso risultano, al termine degli iter giudiziari, più numerose di quelle degli abusi reali. E tra i falsi abusi quello a carattere sessuale è il più temibile: “pallottola d’argento”, è stato definito, perché, come nei western, uccide a colpo sicuro. Al di là dell’esito del processo per pedofilia, il solo sospetto ha infatti l’effetto di se parare il genitore dai figli per periodi prolungati, perché lunghi sono i tempi della giustizia e lunghe e minuziose le pratiche per gli accertamenti (il perito può prendersi 90 giorni per gli accertamenti e l’elaborazione della perizia), e anche quando il sospettato e ingiustamente accusato alla fine viene assolto con formula piena, in parenti, amici, conoscenti o colleghi può restare il dubbio che “qualcosa sia accaduto”. Una falsa accusa di abuso sessuale rappresenta quindi un colpo molto duro all’immagine dell’accusato che sconvolge quasi sempre la sua vita, avvelena i rapporti familiari e non lascia indenni i figli.

IL VERO E IL FALSO

Un bambino vittima di un abuso sessuale dice sovente la verità al momento della rivelazione spontanea, successivamente però può distorcere i falli per vari motivi, che possono riguardare la relazione con l’abusante (che può essere di dipendenza e affettuosa), la paura di ritorsioni o punizioni, i rapporti conflittuali tra i genitori separati. Il tempo, come molti sanno, è in queste tristi vicende un fattore determinante e critico perché il minore può modificare la sua versione dei fatti per le interferenze di eventi accaduti successivamente e/o sotto l’influenza di uno o più adulti che, interrogandolo, suggerendo interpretazioni e fornendo le loro valutazioni, ne contaminano il ricordo. Di qui il consiglio, che viene dato agli operatori giudiziari, di sentire il bambino più rapidamente possibile dopo la rivelazione o il sospetto.
Se, dunque, un bambino che ha subito un reale abuso sessuale può distorcere i fatti nel corso del tempo per cause diverse, un bambino che ‘confessa” un abuso che non ha mai avuto luogo fa sempre un’affermazione che non ha un aggancio concreto con a realtà. Egli può però considerare vera (o verosimile) la sua affermazione per uno o più motivi diversi: perché un adulto che ha un ruolo importante nella sua vita (ad esempio; un genitore) gliel’ha suggerita suggestionandolo; perché quella affermazione traduce in realtà delle fantasie che lui elabora da tempo; perché quella testimonianza dà corpo a percezioni, emozioni, preoccupazioni e angosce legate a eventi accaduti nel suo ambiente di vita, in particolare nella cerchia familiare; perché con questa strategia attira su di sé l’attenzione dei genitori impegnati a litigare e a denigrarsi; perché entra in risonanza con i vissuti angosciosi del genitore che, per motivi diversi, è propenso a svalorizzare l’altro genitore agli occhi dei figlio, a non fidarsi di lui e a interpretare in chiave negativa o patologica i suoi comportamenti.

LO SCENARIO “CLASSICO” DEL FALSO ABUSO

La maggior parte delle accuse di falso abuso sessuale provengono dalle madri (secondo le statistiche tra l’85 e il 95% delle denunce), ci sono però anche dei padri che denunciano il compagno o marito della ex moglie (si veda il caso riportato nel box) o un parente dì lei.
Una caratteristica dei falsi abusi è la loro costruzione progressiva. Ecco uno scenario tipico. Il bambino mostra un disagio che sembra aumentare prima e dopo le visite dal padre. Come spiega Yves-Hiram Haesevoets (1999), la madre è convinta che questo malessere sia la conseguenza di approcci malsani e comunica un sentimento di allarme al figlio (o figlia), senza considerare che il malessere può essere causato dalla separazione dei genitori e non da motivi ulteriori. Parlando con il figlio, o di fronte a lui, la madre insinua dubbi su certi comportamenti “inadeguati” del padre e il bambino viene man mano contagiato dalle domande che lei gli pone dopo le visite, dalle reazioni di lei, dalla maniera in cui lei lo guarda, cosicché, alla fine, può arrivare a dire ciò che lei si attende da lui. Le affermazioni del bambino potranno sembrare spontanee a chi in seguito dovrà interrogano, in realtà lui (lei) dirà a sua insaputa ciò che la madre, con i suoi atteggiamenti e le sue ansie, ha insinuato nella sua mente. In questo progredire graduale, un passaggio critico si verifica quando la mamma, nel fargli il bagno, nota un rossore nelle parti genitali: invece di pensare ad una attività auto manipolatoria, il pensiero di lei va subito ad un contatto malsano. Nelle domande che seguono evoca il padre e il bambino segue questa suggestione sia perché l’idea non gli dispiace, sia perché non vuole deludere sua madre, sia perché vuole tenere nascosta l’attiva autoerotica, sia perché associa il fatto ad altri eventi anodini che nulla hanno a che vedere con quella parte anatomica. Il pediatra, infine, se non è sufficientemente avveduto, può spiegare alla mamma, che cerca una conferma, che quel rossore non è incompatibile con una manipolazione sessuale.

LE CONSEGUENZE PER I FIGLI

La denuncia di falso abuso sessuale è generalmente l’arma estrema usata da un genitore nei confronti dell’altro, ma l’aspetto più inquietante di queste vicende giudiziarie è che la prova è tutta a carico del figlio, il quale diventa l’accusatore e il potenziale distruttore del proprio genitore, pur senza averne una chiara consapevolezza. Una volta che il genitore è stato distrutto o allontanato, il figlio si trova a far coppia con l’altro, il che può dar luogo, a seconda dei casi e degli esiti, a un sentimento di trionfo oppure a sensi di colpa e di angoscia. In più, durante gli interrogatori di rito, il figlio è costretto a parlare di argomenti scabrosi e a confrontarsi con una terminologia sino ad allora sconosciuta, il che ha l’effetto di indurre attitudini e preoccupazioni intorno alla sessualità che prima non aveva. Ma quei che è peggio è che qualcuno può interpretare queste nuove attitudini e preoccupazioni come la “prova” dell’abuso sessuale.
Anche quando la vicenda si risolve a favore del genitore ingiustamente accusato di pedofilia, la lunga procedura giudiziaria, le tensioni domestiche, le spiegazioni fornite nel corso dell’iter giudiziario, e confidenze improprie dei genitore accusante, le sue angosce, lasciano un segno nei figli, per i quali non è facile cancellare, di punto in bianco, un percorso lungo e drammatico in cui si sono schierati con un genitore contro l’altro e in cui si sono abituati a considerare l’uno ‘buono” e l’altro “cattivo”. È utile sapere che gli studi e le ricerche che hanno messo a confronto gruppi di bambini vittime di reali abusi sessuali in ambito familiare con altri al centro di denunce infondate hanno evidenziato che, concluso l’iter giudiziario, i sintomi e i problemi psicologici sono simili in entrambi i gruppi (Fonagy e Sand 2002). Al termine di una ricerca condotta su 70 bambini italiani, 50% vittime di abuso sessuale e 50% coinvolti in denunce di falso abuso sessuale (Carnerini, Berto, Rossi e Zanoti, 2010), gli autori hanno concluso: «I procedimenti penali sono in grado di incrementare i fattori di stress dovuti al rapporto con il sistema giudiziario e con i servizi sociosanitarì in entrambi i gruppi; nel gruppo delle denunce infondate aumenta significativamente la probabilità di sviluppare veri e propri sintomi psicopatologici nei bambini coinvolti». Comprendere il motivo ditale esito non è difficile: se nel caso di abuso reale il bambino ha degli elementi concreti a cui fare riferimento, nel caso di falso abuso vengono a mancare i riferimenti fattuali, e quando i bambini si trovano a dover fornire delle spiegazioni cercano di integrare con la fantasia, di attenersi alle interpretazioni degli adulti, di fornire le risposte “giuste”, che possano soddisfare l’adulto che hanno di fronte. Tutto ciò è all’origine di confusione spaesamento e anche, a volte, di un progressivo distacco del minore dalle proprie percezioni e sensazioni.
«Non dimentichiamoci», scriveva Yves-Hiram Haesevoets, «che i bambini che seguono un lungo cammino giudiziario a seguito di una falsa accusa di abuso sessuale non ne escono mai indenni. Nella situazioni dove il padre è falsamente incriminato, bisogna chiedersi come restaurare la sua funzione parentale. Messa a dura prova, la funzione paterna ne emerge offuscata agli occhi dei bambini e difficilmente recuperabile. Il genitore falsamente accusato viene in un certo senso distrutto dal bambino stesso». Dopo essere stato l’accusatore del proprio padre, il figlio dovrà riprendere il suo posto di bambino, cosa non facile dopo aver sperimentato una posizione di superiorità, di giudice e anche di onnipotenza nei confronti della figura paterna.
È importante che questi esiti dissestanti siano noti a tutti, in particolare a quei genitori che, per vendicarsi dell’ex partner o per ricattarlo sul piano economico, non esitano a spingere i figli su un terreno molto pericoloso per il loro equilibrio psicologico e a loro salute mentale.

BOX:

Il caso che segue fornisce un quadro sintetico e inquietante del dissesto psicologico che dei genitori conflittuali e manipolativi – accecati dal desiderio di vendetta e contando sui tempi lunghi della giustizia — possono produrre nei figli.
T., divorziato dà quattro anni, tiene con sé 2 bambine (10 e 6 anni) tutti i fine settimana dal venerdì pomeriggio al lunedì mattina, quando le riaccompagna a scuola, in regime di bigenitorialità le vede inoltre tutti i mercoledì pomeriggio e trascorre con loro il cinquanta per cento delle vacanze estive e invernali. Un lunedì mattina, però, T. non accompagna le bambine a scuola, sporge denuncia di pedofilia nei confronti di R. il compagno della ex moglie, e, nel timore che la madre possa riprendere le bambine all’uscita da scuola, le tiene a casa per svariati giorni. Quando la madre (genitore collocatario) si rivolge ai Carabinieri scopre che la più grande ha rilasciato ad un ispettore di Polizia una dichiarazione in cui afferma che il «fidanzato della mamma» la «toccava dappertutto», Dopo gli accertamenti di rito emerge che R non ha mai toccato” la bambina e tanto meno ha abusato di lei. Dalla denuncia all’archiviazione perché il fatto non sussiste trascorrono però otto lunghi mesi, nel frattempo le bambine, affidate temporaneamente a T. per motivi precauzionali, vengono sottoposte, dai periti d’ufficio e di parte, a interrogatori, colloqui e test. Dopo alcuni mesi trascorsi nella casa del padre, affermano di voler abitare con lui, non più con la madre. Dal canto suo T. non ha perso occasione di mettere in cattiva luce la ex moglie e di demolirne l’immagine agli occhi delle figlie. Per farsi ben volere T. è cedevole indulgente e le ricopre di regali.
Le bambine che dal giorno della denuncia non frequentano più la casa della madre ma la incontrano in territori neutri (bar automobile giardinetti) fanno propri i giudizi del padre e nel descriverla in termini negativi cercano di staccarsi emotivamente da lei. Alla fine di tutto il procedimento giudiziale, la madre appare depressa e stremata le bambine ostili e sospettose, ma anche angosciate e confuse, preda di nuove paure (come quella di essere rapite o uccise), incapaci di capire che cosa sia veramente successo e di entrare in relazione con i propri sentimenti. La primogenita ha avuto un ruolo centrale nella vicenda, la seconda, spaventata si e appoggiata a lei.
Ci vorrà del tempo e un sostegno psicologico per ricreare un rapporto tra le figlie e la madre.

Anna Oliverio Ferraris, psicologa e psicoterapeuta, dirige la rivista degli psicologi italiani “Psicologia Contemporanea”. Anna Oliverio Ferraris è autrice di saggi, numerosi articoli scientifici e testi scolastici in cui affronta i temi dello sviluppo normale e patologico, dell’educazione, della famiglia, della scuola, della formazione, della comunicazione in contesti diversi, del rapporto con tv e nuovi media, delle dinamiche identitarie nella società contemporanea. Dal 1980 è professore ordinario di Psicologia dello sviluppo alla Sapienza. E’ stata membro della Consulta Qualità della Rai e del Comitato Nazionale di Bioetica. Ha partecipato e continua a partecipare a numerosi convegni culturali e conferenze, sia in Italia che all’estero. Ha organizzato e partecipato in qualità di docente a corsi di formazione sui problemi della crescita, i nuovi media, il disadattamento, il bullismo, i fattori protettivi e il recupero, l’adolescenza, la devianza minorile, la pedofilia, l’adozione, la comunicazione in classe e in famiglia, rivolti a insegnanti, pediatri, psicologi, psicoterapeuti e associazioni di genitori. Anna Oliverio Ferraris collabora regolarmente da anni con le seguenti riviste: “Vita Scolastica”, “La scuola dell’infanzia”, “Vita dell’infanzia”, “Prometeo”. E’ stata collaboratore fisso per molti anni del Corriere Salute (Corriere della sera) e ora scrive saltuariamente su alcuni quotidiani e altre riviste.

Fonte: Psicologia Contemporanea, settembre-ottobre 2012 © 2012   Giunti Editore

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