L’affare di Outreau: isteria collettiva in Francia – Panorama 20/2/2006

Condannati per abusi sessuali su minorenni, sono rimasti in carcere per molti mesi. Poi si è scoperto che erano innocenti. Ecco le loro storie, che raccontate in diretta televisiva stanno provocando una bufera giudiziaria paragonabile soltanto all’affaire Dreyfus.

di Alberto Toscano – Panorama 20/2/2006 

Giustizia o telenovela? La domanda s’aggiunge al dibattito sul più clamoroso errore giudiziario della recente storia francese. Gli animi si scaldano. Come accadde in Belgio nel periodo 1996-97 a seguito del caso Dutroux (il massacro degli innocenti da parte di un pedofilo), i lavori della commissione parlamentare d’inchiesta francese sul caso di Outreau (nella cittadina settentrionale alcune persone sono state incarcerate per mesi per una storia di presunta pedofilia e poi completamente scagionate in appello) sono trasmessi in quasi diretta televisiva. Le tv propongono ore di interrogatori, con le domande dei parlamentari e le risposte di tutte le persone implicate nella catastrofe giudiziaria: gli ex accusati (14, uno dei quali suicidatosi in carcere), i magistrati e i testimoni.

L’inchiesta del giudice istruttore Fabrice Burgaud aveva voluto dimostrare la colpevolezza degli imputati, che hanno trascorso fino a 38 mesi in prigione. Poi nell’autunno scorso, al processo d’appello, i bambini hanno ammesso di avere raccontato menzogne e gli adulti hanno giustificato le proprie false accuse con il desiderio di non far fare una figuraccia ai bambini. Adesso è il titolare dell’istruttoria a doversi spiegare. La giuria è composta da milioni di francesi incollati al televisore.

L’8 febbraio il giudice Burgaud, 34 anni, ha risposto per sei ore alle domande della commissione parlamentare, guidata dal deputato socialista André Vallini. Al momento del primo processo, Burgaud aveva l’aria arrogante. Adesso assomiglia a un pulcino bagnato. Ai parlamentari dice: «Voi immaginate la mia emozione nel trovarmi di fronte a persone che sono state assolte. Oggi più che in passato posso percepire la loro sofferenza e comprendere ciò che hanno vissuto: l’isolamento, la separazione dai loro cari, il dramma dei loro figli e le macchie alla loro onestà personale».

E prova lo scaricabarile: «Avrei potuto agire diversamente? Con il senno di poi posso rispondere affermativamente. Ho commesso errori di valutazione? Forse, ma quale giudice non li commette? Ero solo. Nessuno mi ha detto che mi stavo incamminando su una strada sbagliata. Né il procuratore, che consultava regolarmente il fascicolo, né il procuratore generale, né alcun’altra autorità».
Sulla testa del giudice istruttore Burgaud pesano come un macigno le parole da lui rivolte il 18 novembre 2005 a Parigi, al processo d’appello, all’ex grande accusatrice Myriam Badaoui, 39 anni, i cui figli avevano lanciato terribili accuse di sevizie agli imputati. «Lei è una madre indegna se non sostiene le accuse dei suoi bambini» le avrebbe detto il giudice istruttore. Così da menzogna è nata menzogna.

«Il giudice istruttore Burgaud sapeva fin dall’inizio che alcuni testimoni stavano mentendo» è la convinzione del prete operaio Dominique Wiel, imprigionato il 14 novembre 2001, scarcerato in libertà vigilata il 20 luglio 2004 e assolto in appello il 1° dicembre 2005. Dalla sua testimonianza emergono i morbosi pettegolezzi che serpeggiavano tra i 15 mila abitanti di Outreau. Cattiverie come mine vaganti.
Dice il prete operaio: «Contrariamente a ciò che è stato affermato, Burgaud sapeva che una certa persona (alcuni nomi sono stati oscurati nella quasi diretta televisiva, ndr) aveva mentito nell’affermare che sua figlia era stata violentata dal suocero. I gendarmi avevano interrogato la ragazza, che aveva negato tutto, accettando di sottoporsi a visita ginecologica: il medico ha indirizzato poi al giudice istruttore Burgaud un rapporto che attestava la verginità dell’interessata».
Secondo padre Wiel, ciò dimostra un fatto inequivocabile: l’istruttoria è stata condotta senza verificare l’affidabilità di testimoni che già in precedenti occasioni avevano sparso veleno in quella cittadina della regione Nord-Pas de Calais. Lydia Cazin-Mourmand è andata di fronte alla commissione parlamentare per difendere la memoria del fratello François Mourmand, suicidatosi in prigione il 9 giugno 2002. Lei non crede alla tesi del suicidio e dice che François è stato riempito sistematicamente di barbiturici.
Poi parla della volta in cui il fratello cercò di dimostrarsi innocente in occasione di un confronto con Myriam Badaoui di fronte al giudice Burgaud. Sentiamola: «Mio fratello disse d’avere un tatuaggio sul sesso. Allora Burgaud chiese alla Badaoui se lo sapeva e lei disse di sì, aggiungendo che si trattava di una farfalla. Invece non era una farfalla, ma il nome della moglie». Tutte frasi trasmesse in tv.

«Il magistrato mi ha interrogato solo per mezz’ora e poi sono finito in prigione per 38 mesi» ricorda l’imbianchino Thierry Dausque, che prima era stato presentato come un mostro e che poi è stato assolto in appello. Dausque accusa il giudice istruttore d’averlo interrogato in assenza del difensore e ricorda quella volta in cui lo minacciò dicendogli: «Lei ha interesse a parlare: nel suo caso ci sono vent’anni di carcere». Non sono stati 20, ma tre. «Oltre tre anni da innocente» dice Thierry, che ricorda d’aver patito una pena anche maggiore: la separazione da suo figlio, piazzato d’autorità in un centro d’accoglienza. È anche il caso dei figli dell’infermiera Odile Marécaux, che ha passato sette mesi in prigione e che parla del suo arresto, il 14 novembre 2001.

«Davanti ai miei tre bambini, in casa mia, mi hanno annunciato l’incriminazione per atti di libidine su minorenni. Mi hanno sottratto i bambini. Ho avuto solo il tempo di dir loro che sarei passata a prenderli a fine mattinata. Ma quella mattinata è durata tre anni». Padre dei tre piccoli è l’ex marito di Odile, l’ufficiale giudiziario Alain Marécaux, che ricorda di fronte alla commissione parlamentare (e alle telecamere) il suo arresto, alle 6.30 del mattino di quel 14 novembre 2001. Dice che un poliziotto gli propose uno scambio, che riguardava la «libertà» dei suoi stessi figli, affidati nel frattempo alle strutture sociali. «Mi hanno detto che, se mi fossi dichiarato colpevole, mia moglie e i miei figli sarebbero immediatamente stati liberati». Alain ha fatto 23 mesi di prigione prima d’essere scagionato in appello.

Anche nel caso di David Brunet, portiere di un palazzo, c’è di mezzo un figlio. «I poliziotti» dice a proposito dell’arresto «mi hanno chiesto di vestire il mio bambino di 3 anni e mezzo, che stava dormendo. Così ho fatto. Poi mi hanno costretto a seguirli al commissariato, dove ci hanno sbattuti in una cella in compagnia di un tipo sporco, ma buono. La cella faceva schifo. Mio figlio piangeva per la fatica, per lo stress e perché non sapeva che cosa stava succedendo». Storie di bambini, vittime in definitiva delle false testimonianze di altri bambini. La Francia guarda, s’interroga e comincia a dubitare della propria giustizia. Per fortuna ha la tv.

Fonte/Credits:  www.panorama.it/

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